DIVERSITA’

DIVERSITA-www.pr3.it-www.corsodivendita.com-oliviero-castellani“Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose sempre da angolazioni diverse”
Robin Williams in “L’attimo fuggente” di Peter Weir.
Tutta l’esperienza formativa di ciascun essere umano è costantemente attraversata e costellata da continue presenze dell’ALTRO.
Le relazioni interpersonali sono di fatto una “galleria di volti” che irrompono nel nostro spazio vitale e ai quali rispondiamo in forme differenti e a ciascuno, a suo modo, in forma singolare.
Entrare in relazione con l’altro innegabilmente vuoi dire entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è “diverso” da me. E attraverso questo gesto, oltre a sviluppare maggiore coscienza della mia identità, io posso diventare più ricco, dell’alterità riconosciuta.
Eppure a volte, a livello sociale (ed anche educativo) si cerca di annullare la “diversità” che ci rende tutti così meravigliosamente unici, si tende a lavorare più sul collettivo che sull’individuo, a creare universi omologati, comunità di simili dove il singolo si deve identificare con il gruppo e la pluralità dei soggetti non sempre viene rispettata. Così l'”alterità” e la “diversità” vengono attribuite non a ciascun individuo in quanto essere differente da un altro, ma solo ad alcuni che presentano “particolari caratteristiche” che li rendono dissimili rispetto all’omologazione dei gruppo. Ed è proprio per questo che la presenza dei cosiddetto “diverso” nella società come a scuola genera conflitti, mette in crisi il normale funzionamento dei sistema e condiziona in modo forte la formazione e la crescita dei singoli, tanto più se si tratta di bambini e/o adolescenti.
La “diversità” è cioè spesso vista in chiave negativa, come “minaccia” della propria identità e per questo la presenza dei “diverso” frequentemente genera sentimenti di paura, ansia, sospetto.
Basti pensare a quanto la presenza di alunni stranieri o di portatori di handicap o dei cosiddetti alunni difficili abbia creato in passato ( e talvolta crei ancora) notevoli timori negli educatori e difficoltà relazionali all’interno dei gruppo.
Se si riuscisse invece a percepire la “differenza” non come un limite alla comunicazione, ma come un “valore”, una “risorsa”, un “diritto”, l’incontro con l’altro potrebbe essere in certi casi anche scontro, ma non sarebbe mai discriminazione. E l’educazione diventerebbe scoperta e affermazione della propria identità e, contemporaneamente, valorizzazione delle differenze. (1)
Invece è il pregiudizio, inteso proprio come giudizio superficiale non avvallato da fatti, ma da opinioni, il motore che a volte muove un po’ le azioni e i comportamenti di tutti noi, condiziona le nostre relazioni sociali, ostacolando a volte appunto le opportunità di contatto, incontro, esplorazione, scoperta che sono i fondamenti dei rapporto con l’altro da sé.
Ma il pregiudizio non è innato, ha piuttosto il suo fondamento nelle influenze familiari, ambientali, sociali, e si struttura già dalla prima infanzia. Pertanto, se crediamo sia giusto cercare di limitare il più possibile l’insorgere di pregiudizi, è fondamentale intervenire a livello scolastico, educativo, familiare per fare della diversità una vera ricchezza, un nuovo paradigma educativo e per stimolare i bambini e i ragazzi a pensare criticamente piuttosto che dir loro quello che devono pensare. In quest’ottica uno dei compiti della scuola dovrebbe essere quello di educare alla differenza, all’altro, al diverso, per creare i presupposti di una cultura dell’accoglienza e per impedire l’omogeneizzazione culturale. “La nostra ricchezza collettiva, ha scritto Albert Jachard, è data dalla nostra diversità. L’altro, come individuo o come gruppo, è prezioso nella misura in cui è dissimile. Oggi più che mai la scuola deve educare gli studenti a considerare il diverso non come un “pericolo” per la propria sicurezza, ma come “risorsa” per la crescita.
Tuttavia una vera pedagogia della differenza si esprime non certo in prediche e indottrinamenti, né con tecniche di persuasione più o meno sofisticate, ma anzitutto sperimentando quotidianamente la realtà di una scuola come una “comunità di diversi”, che non emargina chi non è “uguale” o chi non è in grado di seguire il ritmo dei migliori.
E’ chiaro che, perché tutto ciò avvenga, è necessario porre come elementi centrali della relazione educativa l’ascolto, il dialogo, la ricerca comune e l’utilizzo di metodologie attive e di tecniche d’animazione in grado di sviluppare le capacità critiche di porsi delle domande, di imparare a mettersi nei panni altrui, di attivare delle reti di discussione, di uscire dagli schemi, di essere creativi e divergenti” (1).
E il linguaggio audiovisivo in generale e cinematografico in particolare diventano molto utili per dar corpo e vita ai progetti e per tradurre idee in concreti percorsi di avvicinamento e conoscenza delle culture dell’umanità.
L’analisi di tali linguaggi dovrebbe ruotare attorno ai seguenti nuclei‑chiave:
didattica dei decentramento dei punti di vista
pedagogia della decostruzione
convivialità delle differenze
antropologia della reciprocità
Cosciente dei peso che la civiltà delle immagini ha nella costruzione dell’immaginario individuale e collettivo, nella creazione di visioni dei mondo, di rappresentazioni dell'”altro” e dell'”altrove”, mi pare importante e utile suggerire dei percorsi che, proprio a partire dai linguaggi audiovisivi, siano in grado di rispondere a molteplici esigenze e consentano di:
attivare dei percorsi di analisi e decostruzione delle immagini
“graffiare la superficie” e oltrepassare la cornice dello schermo
educare non solo a vedere, ma anche a guardare con occhi più attenti, critici, selettivi
analizzare i meccanismi e individuare gli artifici su cui si fonda la comunicazione massmediale
Percorsi attraverso i quali proporre situazioni audio‑visive finalizzate:
al potenziamento di abilità percettive e al decentramento percettivo
allo sviluppo della capacità di mettersi nei panni dell’altro, di uscire dal proprio punto dì vista per assumere quello altrui allo sviluppo della capacità di guardare le cose, il mondo, da diverse angolazioni
percorsi capaci di:
· aiutare a individuare e mettere in discussione i principali stereotipi utilizzati dai media nella messa in scena dell'”altro”
· educare all’identità, alterità, diversità
· stimolare atteggiamenti solidali nei riguardi di ogni persona
· sviluppare visioni multiprospettiche delle realtà prese in considerazione
· viaggiare virtualmente intorno al mondo attraverso i popoli che lo abitano
NUCLEI DI LAVORO DEI PERCORSI
I nuclei di lavoro fondamentali di tali percorsi dovrebbero essere:
– Fenomeni della percezione visiva. Arte e percezione. Percezione attraverso l’occhio della macchina da presa.
– Fisionomie dell'”altro” e del “diverso”. Pregiudizi e stereotipi messi in scena dagli “occhi” del cinema.
– Le “maschere” della rappresentazione dello “straniero”, dell’altro, del “nemico” in occidente, dall’antichità ad oggi
– L’Italia e gli italiani nella pubblicità, nel cinema e nella televisione europea e internazionale
– L’Africa e gli africani nelle stampe antiche, nella pubblicità, nel cinema, nella fotografia e nei fumetti occidentali.
“Disegnammo quell’isola che poi avremmo ripreso; disegnammo anche le nuvole e le montagne. Era tutto finto: una grande lezione su come si può disegnare un film. L’unica cosa vera è l’oceano. Peccato, purtroppo non ho potuto creare l’acqua in altro modo.” Josef von Stemberg
“Io voglio mostrare a cosa può assomigliare un albero quando lo si vede per la prima volta nella vita. E’ come se fosse la prima volta che si aprono gli occhi per vedere com’è fatto il mondo. Cerco di trovare o creare un vocabolario di nuove immagini in cui la realtà diventi irreale e visionaria. Cose reali, ma in trance, simili ad allucinazioni” Werner Herzog
“Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà. ” Michelangelo Antonioni
“L’importanza sia nel tuo sguardo, non nella cosa guardata” André Gide
“La missione del cinema è più quella di dirigere i nostri occhi verso gli aspetti del mondo per i quali non avevamo ancora avuto sguardi, che non quella di porre davanti ad essi uno specchio deformante, sia pure di buona qualità.” Eric Rohmer
“La cosiddetta illusione della proiezione non è che un’analisi meccanizzata del modo in cui noi vediamo il mondo. Per cui la distinzione tra l'”illusione” del film e la “realtà” della nostra esistenza quotidiana è superficiale; fondamentalmente, anzi, i due termini sono uguali e intercambiabili” King Vidor
‘Nel cinema l’immaginario e il reale sono nettamente separati eppure sono una cosa sola, come l’anello di Moebius che possiede una e due facce insieme, come la tecnica del cinema‑verità che è anche una tecnica della menzogna.” Jean‑Luc Godard
“IL cinema esprime la realtà con la realtà. La realtà non è che del cinema in natura. L’intera vita è cinema naturale e vivente. Il cinematografo non è dunque che il momento “scritto” di una lingua naturale e totale, che è l’agire nella realtà” Pier Paolo Pasolini
“Una macchina da presa è l’occhio più indiscreto del mondo. L’arte dei regista è quindi un’arte di buchi di serratura. E’ attraverso il buco di una serratura che ci fa sorprendere la vita.” Jean Cocteau
“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” Marcel Proust
‘Il mio paese ideale è l’immaginario. E l’immaginario è il viaggio tra ciò che è davanti e ciò che è dietro all’obiettivo. ” Jean‑Luc Godard

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