Creare impressioni

Se siamo tra quelli che nella vita incontrano, e si relazionano, con molte persone, sia nel professionale, che nel privato, è probabile che non ci potremo ricordare di tutte, e loro potrebbero benissimo ricordarsi, o non ricordarsi, di noi.
E’ per questo che non è importante quante volte abbiamo visto un “tale”, se non siamo sicuri al 100% che possa ricordarsi di noi, o del nostro nome, evitiamo imbarazzi, semplicemente presentandoci per nome e cognome.
E’ un punto secondario, non lo metto in dubbio, ma credo illustri bene cosa voglia dire dare subito la giusta impressione, sia che ci si trovi alla bocciofila, che ad un incontro d’affari.
Così come piccoli dettagli, detti o fatti, ci rendono possibile gettare uno sguardo “nell’intimo altrui”, sono le piccole cose dette o fatte da noi che spesso, nel bene e nel male, producono negli altri un’impressione più duratura.
Ciò che affermiamo e mostriamo, consciamente o inconsciamente, determina il modo con cui gli altri si approcciano e si relazionano con noi.
Se vogliamo che gli altri ci percepiscano come vogliamo essere percepiti, se vogliamo sentirci ed essere considerati “persone giuste nel posto giusto” dobbiamo prestare attenzione a come ci comunichiamo anche nelle cose più semplici, dall’abbigliamento alla più “routinaria” delle telefonate, da come salutiamo allo stile di una lettera.
Non è necessario giungere alla manipolazione di noi stessi, inducendoci ad essere e comportarci per quello che non siamo – chi sa leggere la gente riconosce i “robottini” – ma semplicemente cercare di dare agli la possibilità di avere, di noi, una buona impressione, ovvero dando loro il meglio di noi stessi.
In ogni nuovo rapporto d’affari le controparti si studiano, cercando sottilmente di influire l’una sull’altra, è il momento in cui si tende a creare impressioni; in questi casi qualcuno bara spudoratamente, a volte viene scoperto, a volte no.
E’ chiaro che chi si rende conto di un tentativo di manipolazione o controllo, non sarà ne manipolato, né controllato, anche se potrebbe dare l’impressione di esserlo.
Creare impressioni è un’arte sottile, che può essere esercitata sempre più sapientemente solo se ci ricordiamo, in ogni momento, chi siamo e come siamo, evitando di recitare una parte che non ci si addice e che, prima o poi, ci metterebbe di fronte a ingestibili imbarazzi.
La sottigliezza del creare impressioni richiede perciò una grande autocoscienza.
Bisogna sapere che impressione facciamo, e se la stessa corrisponde a quella che vorremmo fare.
Spesso chi si crede una “personalità importante” (in senso generale, o anche solo in un determinato contesto) e, facendosi prendere la mano da questa sua convinzione, si mette in scena come protagonista di uno show dopo l’altro, crea sicuramente fortissime impressioni, quasi tutte negative però.
Creare una buona impressione può voler dire, semplicemente, trattare la gente come vuole essere trattata, anche se magari fa di tutto per farsi mandare al diavolo.
L’impressione che abbiamo creato è ciò che poi ci permette di essere meno che perfetti; se riusciremo a creare negli altri un’idea complessiva e duratura di competenza, efficienza, maturità e giusta energia, loro vorranno trattare con noi, e passeranno sopra a qualche nostra sbavatura o piccola trasgressione.
Dobbiamo perciò essere consapevoli che possiamo essere il miglior amico, o il peggior nemico, di noi stessi e che, quotidianamente, abbiamo un’infinità di sottili occasioni per creare una buona impressione, ma ne abbiamo anche di ben più grossolane per crearne una cattiva.

Gestire il conflitto

I conflitti sono un’esperienza ineliminabile, quotidiana e costante della nostra vita: ci si illude di poterli evitare per avere la pace, ma bisogna invece imparare a gestirli.
La domanda, che potrebbe anche sembrare oziosa o retorica: “E’ possibile vivere momenti di conflitto senza distruggere la qualità di una relazione?”
La risposta che vorremmo sentirci dire è “Certo che si, naturalmente!”, ed in effetti questo può avvenire, purché le controparti abbiano l’intelligenza, e la disponibilità, di accettare che non tutte le divergenze sono eliminabili, e che occorrono tempo, capacità ed impegno per gestirle al meglio.
Il litigio non ha limiti; possiamo litigare con un perfetto sconosciuto per un parcheggio, o con una persona cara per pure questioni di principio.
La vicinanza e la convivenza non sono facili, è una questione di distanze e di spazi, di limiti che mettiamo e che ci mettono, della lettura soggettiva che ne diamo e che vorremmo venga rispettata.
In realtà nella vita, non sempre ci sono soluzioni al conflitto, ma solo delle opportunità di accomodamento che portino al minor danno, che diviene a quel punto, la possibilità di andare oltre, di fare, seppur piccolo, un passo avanti.
Ognuno di noi ha dei confini invisibili, fisici, mentali o emotivi, oltre i quali non tutti possono passare, ed alcuni proteggono spazi che sono solo nostri.
Non dobbiamo solo riconoscere i nostri confini, ma dobbiamo indicarne garbatamente agli altri i limiti invalicabili; comunicare le nostre esigenze, concederci il “lusso” di dire di “no” quando occorre dire “no”, piuttosto che essere ad ogni costo accomodanti, ci salvaguarda dalle persone invasive, dal sentirci sopraffatti dagli eventi e quindi ci evita di soccombere all’incontenibile aggressività difensiva che talvolta generiamo quando il bicchiere e’ colmo.
La repressione di conflitti e divergenze, di solito porta alla guerra, non alla pace.
In una società che ci ha reso liberi dai rituali rigidi, e nella quale galateo e buone maniere sembrano sempre più qualcosa di antico e distante dal vivere comune, intolleranze e incomprensioni hanno terreno per farla da padrone.
Oggi più che mai sono necessarie competenze e abilità legate alla comunicazione e alla negoziazione, che consentano alle diversità di integrarsi e armonizzarsi; in una società complessa, l’arte della convivenza è ancora molto da inventare.
Quindi, per circoscrivere, gestire e padroneggiare il conflitto diviene più che mai importante parlare e negoziare, evitando comportamenti reattivi, generalmente poco producenti, imparando ad aspettare con pazienza, tollerando la tensione, agendo affinché la stessa si abbassi, al fine di affrontare il confronto con i toni giusti.
Non vi debbono essere un vincitore o uno sconfitto; in un negoziato collaborativo, l’accordo, deve accontentare entrambe le controparti, soddisfandone le esigenze, se non in toto, almeno in parte, affinché tra le stesse venga gettato un ponte, che possa preludere a futuri confronti orientati alla soddisfazione reciproca.
Il disagio del conflitto nasce dal fantasma della separazione, dalla paura della fine del rapporto, per cui, per quelle che vengono comunemente indicate come le “ragioni del quieto vivere”, si preferisce eludere la divergenza per evitare il litigio. Un rapporto sano, però, non rifugge da contrasti e confronti, che interpreta, consente ed accetta, come parte integrante della vita.
Accettare il conflitto, e l’inevitabile disagio che ne deriva, consente di accorgersi che per gestirlo, e padroneggiarlo, occorre imparare a convivere anche con situazioni dissonanti, per le quali, spesso, non c’è una soluzione, ma che dobbiamo saper trasformare affinché il loro “disturbo” non diventi insanabile.
Viviamo perciò il conflitto, anche se doloroso, come un momento di crescita, grazie al quale imparare a conoscere e rispettare se stessi e gli altri, cercando di essere sempre determinati con i problemi, e morbidi con le persone.

Autostima? Si grazie!

Abbiamo perso la considerazione di noi stessi? Non l’abbiamo mai trovata? Ci sentiamo come il brutto anatroccolo? Vogliamo riappropriarci della “nostra vita” ma non sappiamo come fare?
Noi siamo ciò che pensiamo di essere, ed i nostri comportamenti ne sono la “fisica” conseguenza che influenza, nel bene, e nel male, la percezione che regaliamo a noi ed agli altri.
Come diceva Ghoete “Per quanto la beltà sia sempre negli occhi di colui che guarda, essa comincia con te”; in altre parole, anziché pensare al giudizio degli altri (e a come ci vedono) come a un qualcosa di avulso da ciò che noi siamo (l’Incompreso è già stato scritto), cominciamo a guardarci dentro, convinti che la realtà è dentro di noi, e non fuori.
Gli altri, ci piaccia o no, sono il nostro specchio, il metro di misura di come ci sentiamo e di come vogliamo apparire; se vogliamo che fuori le cose cambino, dobbiamo cambiare dentro.
Il nostro presente è di certo il risultato del nostro passato, e l’immagine che abbiamo di noi stessi è la conseguenza di come ci siamo sentiti e ci hanno fatto sentire (incoraggiandoci, o frustrandoci).
E’ un mix di impressioni infantili, di condizionamenti familiari e ambientali, e di giudizi espressi da persone ritenute autorevoli (maestri, allenatori, ecc); questi condizionamenti soggettivi, hanno influenzato l’immagine e la stima che ognuno di noi ha di sé: minima o elevata che sia.
Le convinzioni che abbiamo delle nostre abilità, dei nostri talenti, delle nostre doti, determinano la nostra maggiore, o minore, autostima che, quando è sana, e quindi non trascende nel senso di onnipotenza, ci da il coraggio di esprimerci liberamente ed equilibratamente, anche in quei casi in cui potremmo essere messi in discussione.
Una sana autostima ci fa accettare il dissenso, le differenze il conflitto, come qualcosa di naturale, ed i problemi che ne possono seguire vengono percepiti come opportunità di crescita.
Viviamo in mezzo agli altri e quindi, come già detto, non ha senso ignorare completamente il loro giudizio, ma cedere facilmente, adeguarsi indistintamente all’opinione altrui, solo perché dentro di noi abbiamo sviluppato la “paura” per le conseguenze non piacevoli, vuol dire temere il giudizio degli altri a prescindere, oppressi dal proprio reale, o presunto, senso di inadeguatezza.
Dir sempre di si per quieto vivere, fuggendo il disaccordo, uniformandosi ed evitando di esprimere con franchezza le opinioni personali, per paura del rifiuto o della disapprovazione, danneggia costantemente la propria autostima.
Per migliorare la stima che abbiamo di noi stessi dobbiamo cercare di non sottrarci alle sfide, anche difficili, che la vita ci propone volendo raggiungere degli obiettivi sempre più elevati e complessi senza perdere la serenità e la fiducia in noi, accettando la possibilità di sbagliare, o perdere, come un evento naturale , consci che l’errore, anche il più grande errore, è un trampolino dal quale ripartire verso una nuova esperienza.
La nostra coscienza non deve essere più soltanto fonte di critiche, minacce o punizioni, ma soprattutto d’incoraggiamento e amore verso noi stessi.; solo chi sta fermo o non fa nulla rischia di non sbagliare, ammesso e non concesso che stare fermi o non fare nulla non siano già di per sé un errore marchiano.
Non dobbiamo temere di esporci: adattiamoci alle situazioni e cerchiamo di aprirci sempre di più; le persone che si espongono alle situazioni della vita, senza fuggirle, sono più sicure di sé, più ricche d’esperienze e di relazioni sociali e possono contare sull’aiuto degli altri nei momenti difficili; le situazioni poco piacevoli o dolorose, infatti, vanno affrontate, risolte e poi dimenticate.
Se vogliamo veramente cambiare, dobbiamo studiare noi stessi per capire le ragioni che ci hanno indotto ad assumere un certo comportamento nei confronti della vita e di chi ci sta intorno.
Cambiando noi stessi, anche se il mondo resterà uguale, cambieremo gli occhi con cui lo guarderemo, acquisendo quella padronanza che ci permetterà di gestire, anziché subire le situazioni, indipendentemente dalle loro evoluzioni e conseguenze.
La nostra autostima ci amerà per questo.

Comunicare in pubblico

Alcuni di voi mi hanno chiesto qualche consiglio utile per parlare in pubblico (riunioni, incontri di formazione, presentazioni, ecc.).
Sintetizzare l’argomento in una newsletter può sembrare velleitario, ma in virtù del detto “domandare è lecito, rispondere è cortesia” cercherò di illustrare i punti fondamentali da tener presente quando si deve praticare il “public speaking”.
Comunicare significa innanzitutto esprimersi per farsi capire e per suscitare interesse in chi ci ascolta.
Tecnicamente, per comunicare efficacemente in pubblico dobbiamo:
1. conoscere il destinatario (uditorio);
2. usare gli strumenti adeguati (proiettore, slide accattivanti, dispense, ecc.);
3. informare esaurientemente, stimolando e suscitando interesse e coinvolgimento;
4. ascoltare e valutare le reazioni del destinatario, interagire per chiarire ed integrare;
Ovviamente quello sintetizzato non è un processo verticale di tipo lineare, ma circolare, nel quale i flussi e l’interscambio tra “oratore” e “pubblico” varia a seconda dei diversi tipi di “incontro”.
Se veramente vogliamo ottenere successo quando comunichiamo con gli altri, dobbiamo mettere il destinatario nella situazione di capire ciò che noi gli abbiamo comunicato.
Oserei affermare che tutti possono comunicare, ma non tutti sanno farsi capire. Da ciò deriva che saper comunicare è un’arte.
Un’arte che si può imparare, con tanta buona volontà ed esercizio.
Didatticamente e didascalicamente, possiamo far riferimento a quanto segue:
a) Comunicare” significa inviare, trasmettere, trasferire, far conoscere, ecc.
Chi comunica è una “fonte di trasmissione” e chi riceve è il “destinatario”.
b) Si comunica a più livelli: verbale, paraverbale e non verbale, che significa prestare attenzione a ciò che si dice, a come lo si dice e a ciò che si fa
c) Verbale: Suggerirei, a dispetto di chi attribuisce al significato della parola solo un 7% di importanza nella comunicazione, di fare attenzione alle parole che si utilizzano.
Parlare in maniera semplice è uguale a parlare chiaro; usare il linguaggio più forbito spesso non aiuta a catturare l’attenzione di chi ascolta, anzi, molto spesso causa l’effetto contrario (i soloni rischiano di essere noiosi).
d) Paraverbale (tono, timbro, volume, inflessione della voce, ecc). E’ bene alternare il tono in base agli argomenti trattati in base ai concetti che si stanno esprimendo, alla forza che si vuole imprimere al messaggio, ecc.. Se non lo si fa, se si continua a parlare con il solito tono di voce, si rischia, nella migliore delle ipotesi, di fare addormentare le persone.
e) Metafore, aneddoti, paradossi, case history e esempi concreti del nostro vissuto aiutano le persone che ci stanno ascoltando nel provare sensazioni e quindi mantenere alta la loro soglia di attenzione; una breve esperienza raccontata in cinque minuti, nella quale ci sia il cuore oltre che la testa, colpisce maggiormente della più perfetta delle relazioni o presentazioni.
f) Non verbale, chiamato anche “il linguaggio del corpo”. Per esempio il contatto con gli occhi, i movimenti del corpo, delle mani, ecc.
A tale proposito è meglio guardare a turno tutte le persone presenti nella stanza.
Scambiare con ognuna di loro il nostro sguardo, fa in modo che si sentano coinvolte.
g) Sappiamoci muovere! Soprattutto le mani. Niente mani in tasca! Usiamole … le mani: per accompagnare le parole, i toni, le cadenze, per rilevare dei passaggi importanti.
Muoviamo le mani sempre aperte verso gl’altri; non stringiamo mai i pugni e non incrociamo mai le braccia.
h) Laddove si può, usare sempre le slides per aiutarci (ed aiutare le persone a capire meglio) nella presentazione.
Ricordiamoci sempre che, per comunicare efficacemente, dobbiamo “toccare” tutti i sensi.
Dobbiamo trasmettere le informazioni utilizzando tutti i canali (udito, vista, sensazioni emotive) affinché i destinatari ne siano coinvolti a più livelli.