Alcuni di voi mi hanno chiesto qualche consiglio utile per parlare in pubblico (riunioni, incontri di formazione, presentazioni, ecc.).
Sintetizzare l’argomento in una newsletter può sembrare velleitario, ma in virtù del detto “domandare è lecito, rispondere è cortesia” cercherò di illustrare i punti fondamentali da tener presente quando si deve praticare il “public speaking”.
Comunicare significa innanzitutto esprimersi per farsi capire e per suscitare interesse in chi ci ascolta.
Tecnicamente, per comunicare efficacemente in pubblico dobbiamo:
1. conoscere il destinatario (uditorio);
2. usare gli strumenti adeguati (proiettore, slide accattivanti, dispense, ecc.);
3. informare esaurientemente, stimolando e suscitando interesse e coinvolgimento;
4. ascoltare e valutare le reazioni del destinatario, interagire per chiarire ed integrare;
Ovviamente quello sintetizzato non è un processo verticale di tipo lineare, ma circolare, nel quale i flussi e l’interscambio tra “oratore” e “pubblico” varia a seconda dei diversi tipi di “incontro”.
Se veramente vogliamo ottenere successo quando comunichiamo con gli altri, dobbiamo mettere il destinatario nella situazione di capire ciò che noi gli abbiamo comunicato.
Oserei affermare che tutti possono comunicare, ma non tutti sanno farsi capire. Da ciò deriva che saper comunicare è un’arte.
Un’arte che si può imparare, con tanta buona volontà ed esercizio.
Didatticamente e didascalicamente, possiamo far riferimento a quanto segue:
a) Comunicare” significa inviare, trasmettere, trasferire, far conoscere, ecc.
Chi comunica è una “fonte di trasmissione” e chi riceve è il “destinatario”.
b) Si comunica a più livelli: verbale, paraverbale e non verbale, che significa prestare attenzione a ciò che si dice, a come lo si dice e a ciò che si fa
c) Verbale: Suggerirei, a dispetto di chi attribuisce al significato della parola solo un 7% di importanza nella comunicazione, di fare attenzione alle parole che si utilizzano.
Parlare in maniera semplice è uguale a parlare chiaro; usare il linguaggio più forbito spesso non aiuta a catturare l’attenzione di chi ascolta, anzi, molto spesso causa l’effetto contrario (i soloni rischiano di essere noiosi).
d) Paraverbale (tono, timbro, volume, inflessione della voce, ecc). E’ bene alternare il tono in base agli argomenti trattati in base ai concetti che si stanno esprimendo, alla forza che si vuole imprimere al messaggio, ecc.. Se non lo si fa, se si continua a parlare con il solito tono di voce, si rischia, nella migliore delle ipotesi, di fare addormentare le persone.
e) Metafore, aneddoti, paradossi, case history e esempi concreti del nostro vissuto aiutano le persone che ci stanno ascoltando nel provare sensazioni e quindi mantenere alta la loro soglia di attenzione; una breve esperienza raccontata in cinque minuti, nella quale ci sia il cuore oltre che la testa, colpisce maggiormente della più perfetta delle relazioni o presentazioni.
f) Non verbale, chiamato anche “il linguaggio del corpo”. Per esempio il contatto con gli occhi, i movimenti del corpo, delle mani, ecc.
A tale proposito è meglio guardare a turno tutte le persone presenti nella stanza.
Scambiare con ognuna di loro il nostro sguardo, fa in modo che si sentano coinvolte.
g) Sappiamoci muovere! Soprattutto le mani. Niente mani in tasca! Usiamole … le mani: per accompagnare le parole, i toni, le cadenze, per rilevare dei passaggi importanti.
Muoviamo le mani sempre aperte verso gl’altri; non stringiamo mai i pugni e non incrociamo mai le braccia.
h) Laddove si può, usare sempre le slides per aiutarci (ed aiutare le persone a capire meglio) nella presentazione.
Ricordiamoci sempre che, per comunicare efficacemente, dobbiamo “toccare” tutti i sensi.
Dobbiamo trasmettere le informazioni utilizzando tutti i canali (udito, vista, sensazioni emotive) affinché i destinatari ne siano coinvolti a più livelli.

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