I conflitti sono un’esperienza ineliminabile, quotidiana e costante della nostra vita: ci si illude di poterli evitare per avere la pace, ma bisogna invece imparare a gestirli.
La domanda, che potrebbe anche sembrare oziosa o retorica: “E’ possibile vivere momenti di conflitto senza distruggere la qualità di una relazione?”
La risposta che vorremmo sentirci dire è “Certo che si, naturalmente!”, ed in effetti questo può avvenire, purché le controparti abbiano l’intelligenza, e la disponibilità, di accettare che non tutte le divergenze sono eliminabili, e che occorrono tempo, capacità ed impegno per gestirle al meglio.
Il litigio non ha limiti; possiamo litigare con un perfetto sconosciuto per un parcheggio, o con una persona cara per pure questioni di principio.
La vicinanza e la convivenza non sono facili, è una questione di distanze e di spazi, di limiti che mettiamo e che ci mettono, della lettura soggettiva che ne diamo e che vorremmo venga rispettata.
In realtà nella vita, non sempre ci sono soluzioni al conflitto, ma solo delle opportunità di accomodamento che portino al minor danno, che diviene a quel punto, la possibilità di andare oltre, di fare, seppur piccolo, un passo avanti.
Ognuno di noi ha dei confini invisibili, fisici, mentali o emotivi, oltre i quali non tutti possono passare, ed alcuni proteggono spazi che sono solo nostri.
Non dobbiamo solo riconoscere i nostri confini, ma dobbiamo indicarne garbatamente agli altri i limiti invalicabili; comunicare le nostre esigenze, concederci il “lusso” di dire di “no” quando occorre dire “no”, piuttosto che essere ad ogni costo accomodanti, ci salvaguarda dalle persone invasive, dal sentirci sopraffatti dagli eventi e quindi ci evita di soccombere all’incontenibile aggressività difensiva che talvolta generiamo quando il bicchiere e’ colmo.
La repressione di conflitti e divergenze, di solito porta alla guerra, non alla pace.
In una società che ci ha reso liberi dai rituali rigidi, e nella quale galateo e buone maniere sembrano sempre più qualcosa di antico e distante dal vivere comune, intolleranze e incomprensioni hanno terreno per farla da padrone.
Oggi più che mai sono necessarie competenze e abilità legate alla comunicazione e alla negoziazione, che consentano alle diversità di integrarsi e armonizzarsi; in una società complessa, l’arte della convivenza è ancora molto da inventare.
Quindi, per circoscrivere, gestire e padroneggiare il conflitto diviene più che mai importante parlare e negoziare, evitando comportamenti reattivi, generalmente poco producenti, imparando ad aspettare con pazienza, tollerando la tensione, agendo affinché la stessa si abbassi, al fine di affrontare il confronto con i toni giusti.
Non vi debbono essere un vincitore o uno sconfitto; in un negoziato collaborativo, l’accordo, deve accontentare entrambe le controparti, soddisfandone le esigenze, se non in toto, almeno in parte, affinché tra le stesse venga gettato un ponte, che possa preludere a futuri confronti orientati alla soddisfazione reciproca.
Il disagio del conflitto nasce dal fantasma della separazione, dalla paura della fine del rapporto, per cui, per quelle che vengono comunemente indicate come le “ragioni del quieto vivere”, si preferisce eludere la divergenza per evitare il litigio. Un rapporto sano, però, non rifugge da contrasti e confronti, che interpreta, consente ed accetta, come parte integrante della vita.
Accettare il conflitto, e l’inevitabile disagio che ne deriva, consente di accorgersi che per gestirlo, e padroneggiarlo, occorre imparare a convivere anche con situazioni dissonanti, per le quali, spesso, non c’è una soluzione, ma che dobbiamo saper trasformare affinché il loro “disturbo” non diventi insanabile.
Viviamo perciò il conflitto, anche se doloroso, come un momento di crescita, grazie al quale imparare a conoscere e rispettare se stessi e gli altri, cercando di essere sempre determinati con i problemi, e morbidi con le persone.

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