Cogliere l’interesse

Il pregiudizio è dare le cose per scontate, pensando che a situazioni simili debbano sempre corrispondere comportamenti analoghi: questo, in buona sostanza, significa essere prevedibili.
Comportandoci in questo modo riusciremo, al massimo, ad avere attenzione, difficilmente saremo in grado di creare interesse.
Colui che sa relazionarsi lo sa bene, ed è per questo che, utilizzando l’arma dell’imprevedibilità, rompe il ritmo uscendo, anche solo per un attimo, dagli schemi.
Saper cogliere l’interesse è un po’ come stupire, è la capacità di porre in essere azioni e comportamenti non standardizzati, che vadano oltre gli stereotipi, che sappiano adeguarsi alle controparti ed ai contesti.
E’ in soldini l’abilità di colui che riesce ad essere informale in un contesto formale, ovvero formale in un contesto informale, ricordando sempre che, rompere il ritmo, è un’eccezione e come tale va interpretata e sapientemente utilizzata.
Fare il contrario di ciò che gli altri si aspettano può risultare, spesso e volentieri, efficace, perché li spiazza: ad esempio se, in un contesto negoziale, la controparte si aspetta da noi una linea dura, il cominciare con qualche “marginale” concessione, la obbliga a rivedere il proprio atteggiamento iniziale in quanto è cambiato il terreno di “gioco”.
Più gli altri pensano che “vogliamo” qualcosa da loro, più dobbiamo comportarci in modo che si sincerino del contrario: se credono che vogliamo vender loro qualcosa, invitiamoli a parlarci di ciò che pensano e di ciò che si aspettano, e dopo parliamo di noi, della nostra azienda e di quello che possiamo fare per loro, senza incalzarli aggressivamente,
Ne rimarranno favorevolmente impressionati, e più lo saranno, più facilmente cominceranno a “corteggiarci”.
Se in una determinata situazione riteniamo di essere troppo prevedibili, e gli altri, temendoci, si comportano come se da noi si aspettassero solo affermazioni e certezze, cominciamo a comportarci come se sapessimo poco, o niente, dell’argomento trattato; questo li disarmerà e, per reazione, cominceranno a mostrarsi, permettendoci di ascoltare ed osservare: quando gli altri ci parlano di sé o di ciò che ritengono importante, inconsciamente ci dimostrano il loro interesse.
Al contrario se riteniamo di essere sottovalutati, applichiamo la tattica della “professionalità nell’ignoranza”: facciamo un paio di battute, o affermazioni, “innocentemente” mirate, e gli altri penseranno che sappiamo di più di quel che loro immaginavano, cominciando così ad interrogarsi sul nostro grado di conoscenza: ed anche questo vuol dire interessarsi a noi.
Un elemento che può creare interesse, o può farci apparire sciatti e banali è il modo di come gestiamo la nostra corrispondenza, che si tratti di lettere, offerte o proposte, mail o cartoline augurali.
Occorre sempre trovare il tempo ed il modo per personalizzare la corrispondenza d’affari, rendendola più “umana”.
Anche gli auguri natalizi hanno una grande importanza; a volte viene la tentazione di smetterla con questo rituale, dicendoci che, in fondo non interessano a nessuno e che quindi nessuno si accorgerà se non ce ne siamo ricordati.
E’ quello che fa gran parte della gente: ecco perché il consiglio è …. Scriviamo!
E’ possibile che i nostri auguri si confondano con gli altri, ma è certo che se non arrivassero, la loro assenza si sentirebbe rumorosamente.
Non ultimo, per saper destare il giusto interesse, occorre vestirsi da persone serie!
Il modo in cui ci vestiamo genera un’impressione forte e immediata di chi siamo, ed in generale, nel business, ha più senso vestirsi in maniera conservatrice; va da sé che, più conformista sarà il nostro modo di vestirci e più difficile sarà leggerci..
Come regola generale è desiderabile che sul lavoro indossiamo un vestito che non dice di noi proprio niente, se non, forse, che il vestito ci sta bene.
Cogliere l’interesse è un’arte: come ogni forma d’arte richiede impegno, attenzione e cura nei dettagli, al fine di dare il nostro meglio agli altri, ma anche a noi stessi.

Chi sono i Clienti?

Mi è stato chiesto se è possibile dare una definizione semplice e sintetica di chi è il Cliente, e di quali fattori occorre tener conto per poter far si che l’impressione, che lui possa avere di noi, sia la più favorevole possibile. Una domanda apparentemente facile, che richiede una risposta semplice; come sempre, in questi casi, la cosa più saggia è rifarsi alle basi.
Tra i Clienti bisogna includere tutti coloro dalle cui decisioni dipende il successo della nostra azienda, in altre parole le persone con cui ci interfacciamo. Manuali e testi di vendita suddividono i clienti in tre tipologie che potremmo definire tipiche, quantomeno perché il linguaggio comune tende, schematicamente, ad identificarli secondo una classificazione consolidata:
Clienti attivi
Sono coloro che usano i nostri prodotti o servizi, che possono esprimerci la loro soddisfazione o insoddisfazione, … sempre che noi li si voglia e li si sappia ascoltare, comprendendo la loro percezione nei nostri confronti.
Clienti potenziali
Spesso si tratta di “non clienti” o “clienti che non utilizzano appieno i nostri prodotti servizi” e che hanno relazioni prevalenti con la concorrenza; sono coloro che ci conoscono, che forse ci apprezzano, ma che non hanno ancora deciso di servirsi pienamente di noi.
Clienti interni
Sono quelli che all’interno di un’impresa prendono il nostro lavoro e ci aggiungono qualcos’altro per poter arrivare a servire i clienti potenziali e attivi; sono praticamente i colleghi, i superiori e i collaboratori con cui ci relazioniamo.
Che il nostro Cliente sia attivo, potenziale o interno, ricordiamoci che abbiamo sempre e comunque a che fare con persone che possono essere influenzate, positivamente o negativamente, da noi e dal contesto con cui ci stiamo misurando.
Veniamo ora alla seconda parte della domanda iniziale; secondo studi socio-psicologici, tra i fattori che influenzano maggiormente la percezione di chi può entrare in contatto con noi, possiamo indicare:
L’ambiente di lavoro
L’ordine o il disordine della postazione di lavoro individuale che possono, a torto o ragione, dare di noi un’idea di efficienza o inefficienza.
L’immagine
La lettura che gli altri hanno della nostra accoglienza, della nostra capacità di “saperci mostrare” e dalla maggiore o minore sicurezza che riusciamo a infondere.
La relazione
Il saluto cordiale, il “sorriso”, la capacità di mettere a proprio agio qualunque interlocutore, sapendo, laddove necessario, abbassare la tensione, creando un clima favorevole al colloquio.
La comunicazione
Ascoltare, non solo sentire. Comunicare non solo per dire, ma sapendo esprimere!
La conoscenza tecnica
Conoscere le caratteristiche tecniche del nostro “prodotto-lavoro”, ma soprattutto saperle rendere fruibili al nostro interlocutore
L’organizzazione del servizio
Flussi operativi, strumenti, spazi e risorse. Se, come dicono i guru della comunicazione e della vendita, ogni interlocutore è per noi un Cliente da soddisfare, il saper padroneggiare “il contesto e l’ambiente” in cui operiamo, valorizzando le nostre capacità e comunicative e negoziali, è la base essenziale per interagire con efficacia con chiunque.

I biscotti

Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d’attesa di un grande aeroporto.
Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo,decise di comprare un libro per ammazzare il tempo.
Compro’ anche un pacchetto di biscotti.
Si sedette nella sala VIP per stare piu tranquilla.
Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e dall’altro lato un signore che stava leggendo il giornale.
Quando lei comincio’ a prendere il primo biscotto, anche l’uomo ne prese uno, lei si senti’ indignata ma non disse nulla e continuo’ a leggere il suo libro.
Tra se’ penso’ ‘ma tu guarda se solo avessi un po piu’ di coraggio gli avrei gia’ dato un pugno…’
Cosi’ ogni volta che lei prendeva un biscotto, l’uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna penso’ ‘ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!!’
L’uomo prese l’ultimo biscotto e lo divise a meta’!
‘Ah!, questo e’ troppo’ penso’ e cominciò a sbuffare indignata, si prese le sue cose, il libro, la sua borsa e si incammino’ verso l’uscita della sala d’attesa.
Quando si senti’ un po’ meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri.
Chiuse il libro e apri’ la borsa per infilarlo dentro quando……………..nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Sentì tanta vergogna e capi’ solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quell’ uomo seduto accanto a lei che pero’ aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell’orgoglio.

La morale?
Quante volte nella nostra vita mangeremo o avremo mangiato i biscotti di un altro senza saperlo?
Prima di arrivare ad una conclusione affrettata e prima di pensare male delle persone, guarda attentamente le cose, molto spesso non sono come sembrano!!!!
Esistono 5 cose nella vita che non si recuperano:
Una pietra dopo averla lanciata
Una parola dopo averla detta
Un’opportunita’ dopo averla persa
Il tempo dopo esser passato
L’amore per chi non lotta

Essere straordinari

L’unico modo per crescere è essere straordinari.
L’unico ostacolo che ci impedisce di esserlo è l’incapacità di persuadere i nostri simili di fare in modo che ciò accada.
La straordinarietà non dipende solo da noi.
Essa è negli occhi degli altri (clienti, colleghi, capi, partner, figli, ecc.).
Se gli altri decidono che ciò che siamo, o facciamo, sia degno di nota, allora ciò che siamo, o facciamo, è, per definizione, straordinario.
Per quanto siano le altre persone a decidere del nostro essere straordinari, dipende essenzialmente da noi decidere come proporci, e con quale passo affrontare la vita.
La cosa fondamentale è iniziare a fare cose di cui valga veramente la pena parlare.
Se prendiamo come assunto il concetto appena espresso, viene da sé che nella pubblicità di un prodotto, la straordinarietà non sta negli occhi degli uomini del marketing, ma in quelli del consumatore che è colui che deciderà se parlare, o meno, di quel prodotto.
La nostra economia si basa su organizzazioni in crescita, siano esse professionali o umane..
Quando le aziende crescono, aumenta il valore delle azioni, e quando le organizzazioni umane crescono, si salvano delle vite.
Quando c’è crescita ci sono carriere brillanti e progresso, e per quanto nessuna crescita sia mai eterna (ce lo insegna la storia), le esperienze che siamo in grado di accumulare ci arricchiscono e ci accompagnano per l’intero viaggio della nostra vita
Quale che sia il segreto, ma ce ne saranno sicuramente migliaia, non c’è una formula valida per tutti; ognuno deve trovare la propria.
Compiere una scelta originale, quando sembra che non vi siano scelte, può apparire sconfortante, ma spesso è così che chi osa ha successo, mentre le masse sono destinate al fallimento.
Ci sono svariati modi per fallire, per restare ordinari, e non diventare persone straordinarie, eccone alcuni:
• Essere convinti di avere ragione ed ignorare chi non è d’accordo con noi
• Non volere che le proprie teorie siano messe alla prova
• Concentrarsi su ciò che pensano gli altri, anziché considerare se la propria idea può essere migliorata
• Dare per scontato che se non si individua a priori una massa critica certa, l’idea non potrà funzionare
• Non migliorare costantemente il proprio stile di presentazione delle idee
Potremmo riempire pagine di presupposti per potenziali fallimenti, ma è mia convinzione che, superare i limiti proposti dai cinque punti suddetti, sia già di per sé la base per vivere una vita tendente più allo straordinario, che non all’ordinario.
Un mio caro amico, non molto tempo fa, mi disse “Per avere una vita piena non ci vuole poi molto.
Due gambe saldamente piantate al terreno, due braccia e due mani, la sinistra per dare, la destra per saper ricevere (sottolineando la differenza tra prendere e saper ricevere), un’infinita voglia di crescere e la capacità, e la voglia, di continuare a stupirci.”
Tutti abbiamo il desiderio di far capire agli altri l’importanza di vivere sogni straordinari, quindi perché non cominciare a farlo veramente?

Accettazione Radicale – Ajahn Amaro

Estratto da un discorso offerto da Ajahn Amaro, co-abate del monastero di Abhayagiri in California (www.abhayagiri.org), in occasione di una visita al monastero di Cittaviveka, aprile 2003.

SE C’È UNA COSA IL CUI EFFETTO GARANTITO È QUELLO DI SUSCITARE IRRITAZIONE NELLA GENTE, questa cosa è “metta gentilezza amorevole”.
Cominciare a dire che tutti devono amare tutto significa far scattare quasi certamente il grilletto dell’avversione.
Quando conduco ritiri di dieci giorni, frequentemente riscontro che i commenti delle persone sono del tipo “è andato tutto bene fino all’ottavo giorno, quando hai condotto quella meditazione guidata di metta.
Quella meditazione mi ha veramente irritato”.
E’ singolare quanto comune sia questo tipo di reazione.
A volte la pratica di metta è proposta come un approccio alla Walt Disney “… non sarebbe bello se tutto fosse carino? …”
Sembra che si stia tentando di addolcire ogni cosa, di trasformare il mondo in un posto in cui le farfalle svolazzano tutt’intorno, il leone se ne sta sdraiato insieme all’agnello, e i bambini raccolgono le more dallo stesso cespuglio dell’orso grigio. Qualcosa in noi si sente nauseato da quella scena alla Walt Disney, e si rivolta contro.
Repentinamente, cominciamo a non vedere l’ora che l’orso dia il colpo di grazia al bambino di tre anni, vogliamo dare fuoco alle farfalle, e chi più ne ha più ne metta.
Siamo seccati dal fatto che in un approccio del genere ogni cosa è semplicemente troppo sdolcinata, troppo falsa.
Io ho sperimentato lo stesso tipo di irritazione – lo confesso – e ho trovato che il motivo è che partiamo da un’idea di gentilezza amorevole.
Ci si accosta in maniera verbale o concettuale, utilizzando un sistema ripetitivo di parole o frasi.
Ciò può esser fatta in tutta sincerità – e alcune persone lo trovano effettivamente d’aiuto e ne traggono molto beneficio – ma alla maggioranza della gente può risultare irritante, o sembrare superficiale.
Possiamo propagare la gentilezza amorevole procedendo secondo un ordine geografico, ad esempio si inizia da qui e, a partire da questo posto, la si estende prima attorno al mondo e poi all’intero universo, oppure si incomincia da persone conosciute e che ci sono care, si passa quindi a persone indifferenti, e poi ancora a qualcun altro che non ci piace o a cui siamo noi a non piacere, e, infine, verso l’esterno, in direzione di tutti i differenti piani di esistenza degli esseri.
Questa procedura può essere sentita come una lista dei vari esseri, o come una specie di lezione di geografia: ci si accorge di ripetere le frasi nel tentativo di evocare delle immagini, ma che il cuore non è realmente presente.
Quello che ho scoperto contemplando questi aspetti della pratica è che, in effetti, ha più importanza accedere ad un sentimento di affinità, così da radicare un senso genuino di metta, di autentica accettazione e benevolenza fondamentale, dando priorità a quella qualità emotiva.
Mi accorgo che metta ha a che vedere con il movimento dell’attenzione verso l’interno di sé stessi, del proprio corpo e della propria mente, del proprio essere, coltivando, in primo luogo, una disposizione amichevole e benevola nei confronti del corpo.
Spesso lo si fa focalizzando l’attenzione sul respiro, specialmente nell’area intorno al cuore.
Si lavora con questo fino a quando si è capaci di coltivare, dal profondo del cuore, un senso di amicizia genuino e di benevolenza nei riguardi del proprio corpo.
Molti di noi possono praticare così senza percepire alcuna sensazione di falsità o superficialità, e questa può essere una pratica molto solida e genuina.
Si attende e si lavora in questo modo fino a quando si riesce a coltivare la vera presenza di un atteggiamento di gentilezza e accettazione.
Uno degli aspetti che, se non compreso, contribuisce all’effetto Walt Disney dell’altro tipo di approccio, un punto che Ajahn Sumedho sottolinea regolarmente, è che provare amorevolezza verso le cose non vuol dire che ci piacciono.
Avere metta per sè stessi o per gli altri esseri non significa che ci piaccia ogni cosa.
Quando cerchiamo di farci piacere tutto, facciamo spesso fiasco, perché è il punto di partenza ad essere completamente sbagliato. Quando assaggiamo qualcosa di amaro e ci sforziamo di credere che sia dolce, questa altro non è che ipocrisia, inzuccherare le cose. Non funziona, anzi peggiora quello che è già amaro, rendendolo tremendamente nauseante e disgustoso.
Conservo un ricordo assai doloroso di una volta in cui molti anni fa, in Thailandia, cercai di soccorrere un altro novizio mio amico. Era francese, non capiva molto bene l’Inglese, ed era ancora meno esperto in fatto di erbe.
Avevamo ricevuto un pacco dono dall’America contenente ogni sorta di tisane di diverse qualità; egli ne scelse una all’assenzio e volle prepararla per il tè pomeridiano del Sangha.
Mi trovai a passare in cucina mentre la stava facendo: sembrava estremamente agitato e preoccupato.
Gli chiesi quale fosse il problema, visto che sembrava essere davvero sconvolto.
Lui rispose “E’ terribile. Il tè che sto faccendo per tutti, è assenzio.
Non so cos’è, ma è orribile!
E’ come una medicina disgustosa”.
Al che replicai “Sì, è vero, è una disgustosa medicina, non un tè che si possa preparare come bevanda rinfrescante per tutti”. Essendo io convinto della mia genialità, certo di essere il non plus ultra tra i preparatori di tè, esclamai “Lascia fare a me, non preoccuparti.
Tornatene al tuo kuti e riprenditi.
Ci penserò io”.
Così presi ad occuparmi della preparazione del tè.
Provai ad aggiungere dello zucchero.
Provai ad aggiungere del sale.
Provai ad aggiungere un po’ di polvere di peperoncino.
Provai a metterci qualunque cosa riuscissi a immaginarmi per migliorarlo.
A quei tempi non c’era l’elettricità, quindi non potevo semplicemente gettare via tutto e ricominciare daccapo – su quei piccoli fuochi a carbone il solo riscaldare l’acqua richiedeva un tempo interminabile.
Alla fine pensai “Va bene, dillo pubblicamente e rassegnati alla tua condanna”.
Fu così che presi il bollitore con il tè, deciso a servirlo – così com’era – a tutto il Sangha, con una sensazione di non essere stato realmente io a prepararlo.
Il mio povero amico, Jinavaro, che stava letteralmente tremando, se ne era andato al suo kuti per riaversi, e fu così che riflettei “Va bene, mi addosserò io la colpa.
Effettivamente non sono riuscito a salvarlo questo tè, ma perlomeno lui non si prenderà il rimprovero” – pensai che mi stavo comportando assai nobilmente.
Era la stagione calda, e ce ne stavamo tutti a sedere all’aperto, sotto gli alberi.
Offrii la teiera ai monaci, i quali incominciarono a versare il tè.
Ci fu un prorompere di rimostranze ed imprecazioni non appena l’Ajahn e gli altri monaci anziani ne ebbero assaggiato un sorso. Sputacchiarono il preparato per terra nella foresta.
Ajahn Pabhakaro, che a quel tempo era l’abate, mi si rivolse e proruppe: “Cos’è questo?!”.
“Si chiama assenzio, Ajahn”.
Ci fu un gran borbottare.
Io credevo che i monaci dovessero mostrarsi grati per qualsiasi cosa ricevevano, ma, ad ogni modo, quella fu pure l’occasione in cui cominciai a credere nell’intervento divino.
Ecco comparire, tra il disgusto e lo sgomento generale per la rivoltante bevanda, un piccolo pick-up, dal quale scese della gente che non avevamo mai visto prima d’allora.
Aprirono la parte posteriore del furgone e tirarono fuori due cassette di Fanta e Pepsi con un grosso secchio di ghiaccio, ce le offrirono, rimontarono sul furgone, e ripartirono.
Pensai “Chiunque ne sia il responsabile, magnifico, mi ha appena salvato la testa!”.
Da allora il gusto di quella bevanda estremamente amara e cattiva, ricolma di una tale quantità di zucchero che vi si sarebbe addirittura potuto tener ritto un cucchiaio, si è cristallizzato dentro di me, epitome di un miscuglio nauseante; questo è ciò cui somiglia il nostro sforzo di praticare metta cercando di farci piacere ogni cosa.
Al contrario, ciò che si intende realmente con metta è un cuore che può accogliere tutto, che non dimora nell’avversione per le cose. La scoperta di quel cuore capace di accettare genuinamente e completamente il modo in cui le cose sono credo sia di gran lunga più importante dello scorrere liste di esseri o del passare in rassegna un modello geografico.
Non stiamo cercando di farci piacere qualsiasi cosa, stiamo piuttosto riconoscendo che ogni cosa appartiene alla natura, è parte di essa l’amaro così come il dolce, il bello come il brutto, il crudele come l’amabile.
Definirei cuore di metta, essenza di gentilezza amorevole, il cuore che riconosce che fondamentalmente tutto è in relazione.
Se rendiamo veramente chiara questa cosa dentro di noi, e cominciamo ad allenarci a riconoscerla, prendiamo coscienza della possibilità di coltivare questa qualità di accettazione radicale.
Pur se, nel contesto dei brahmavihara, metta viene descritta in termini di luminosità o radiosità, essa esprime anche questa qualità di ricettività.
Ci sono ricettività ed accettazione.
La disponibilità ad aprire il cuore al modo in cui sono le cose.
E’ per questo che non mi piace insegnare metta come una pratica a sé stante, ma più come un’atteggiamento che sottenda ogni singolo aspetto della pratica, sia che si tratti di samadhi o samatha (concentrazione o tranquillità), sia di vipassana (visione profonda).
Se manca questa accettazione radicale, questa disposizione di base per cui ogni cosa è correlata, qualunque tentativo di consolidare la concentrazione o la visione profonda avrà esito negativo, internamente viziato da questo elemento di disarmonia.
Se mentre sto cercando di concentrarmi considero buona la mente che si sta focalizzando sul respiro, e cattivi i suoni nella stanza o i pensieri che sorgono, la presenza di tale dualismo nella mente andrà ad innescare un conflitto tra ciò che è pertinente e ciò che non lo è – il respiro è pertinente mentre i suoni non lo sono.
Si può essere capaci di concentrazione ricorrendo, per una durata di tempo determinata, ad un atto di volontà, ma questo renderà la mente una zona di battaglia, un’area purificata da dover proteggere.
Bisogna tenere a bada gli intrusi, fare piazza pulita del male, distruggere o tenere sotto controllo le intrusioni rappresentate dal rumore, dai pensieri, dalle emozioni, dai disagi fisici e via discorrendo, che diventano il nemico.
Quello che succede è che si vive in una zona di guerra: puoi scoprire che sei in grado di proteggere il tuo spazio, la tua patria natia può essere al sicuro (per usare un’espressione dolorosamente familiare nel paese in cui mi trovo a vivere in questi giorni…), ma ti ritroverai in piena paranoia, dove il nemico è ovunque, e finisci col vivere in uno stato di paura e tensione continua.
L’atteggiamento secondo il quale tutto è pertinente è la reale visione che tutto è Dhamma, che ogni cosa è parte della natura, ha il suo posto.
Tutto è compartecipe.
Possiamo fare le nostre scelte partendo da questo riconoscimento dell’interconnessione fondamentale, vedendo che la confusione ha il suo posto, il dolore ha il suo posto, l’agio ha il suo posto. Possiamo fare distinzioni, ma non secondo una discriminazione che parte dalla confusione o è divisiva.
Il punto è riconoscere che seguendo questo particolare percorso è probabile che ci saranno concentrazione e chiarezza, mentre seguendo l’altro è probabile che ci saranno confusione e difficoltà.
E’ più o meno come quando si è a Chithurst e si ha in mente di andare a Petersfield: una volta arrivati al raccordo con la A272, si gira a destra, non a sinistra.
Non che la sinistra sia cattiva o sbagliata per qualche ragione intrinseca, solo che non è la strada da prendere se uno vuole raggiungere Petersfield.
Similmente, non ci respingiamo i pensieri o le emozioni che sorgono o i disagi fisici in quanto malvagi o in quanto qualcosa di fondamentalmente sbagliato – semplicemente non è la direzione in cui desideriamo andare.
Quindi la capacità di discriminare è presente ma basata sulla qualità fondamentale di sapersi sintonizzare, in cui cuore accoglie ogni cosa come parte della struttura complessiva della natura.
Questo può risultarci difficile, ché si può diventare assai fissati sull’idee di cosa sia il progresso e cosa sia il degenerare, cosa sia buono e cosa cattivo.
Può capitare di confonderci tra un giudizio di ordine convenzionale su ciò che è bene e qualcosa di assoluto.
Si potrebbe ritenere che il progresso sia buono, che lo sviluppo sia buono, che la crescita sia buona, e invece che la degenerazione, il crollo e la distruzione delle cose siano male – e noi non lo vogliamo.
Esaminare questo genere di assunti è molto importante per noi.
La crescita non è sempre una cosa buona: il potere della riflessione può essere utilizzato per considerare fino a che punto si spinge il nostro presupposto che sia un bene che le cose migliorino e prosperino.
“Questa sì che è una buona cosa.
E’ grandioso!”
Se guardiamo con gli occhi del Dhamma, ci accorgiamo di come tutto sia relativo, dipendente.
Non si dovrebbe dare per scontato che per il solo fatto che qualcosa stia crescendo nel senso dello sviluppo questo debba essere un bene assoluto, ché tutto dipende da come lo si affronta o da cosa ne facciamo.
Oggi mi sono ricordato di quando Ajahn Sumedho ritornò per la prima volta a fare visita a Luang Por Chah, dopo aver trascorso qui un paio di anni. Luang Por Chah gli chiese come stessero andando le cose, e lui rispose: “E’ fantasticoo! C’è davvero un buon gruppo di monaci, abbiamo dei novizi, sono state ordinate quattro monache, tutti sono realmente in armonia e impegnati nella pratica. Osservano scrupolosamente il Vinaya, tutti vanno assai d’accordo e si aiutano a vicenda….”.
Il suo crescendo lirico proseguiva su questo tono.
Finalmente si fermò per riprendere fiato, dando così modo a Luang Por di rispondere.
Questi aspettò un momento, quindi prese la parola: “Uuurgh! Bene, non avrete modo di sviluppare molta saggezza vivendo in una simile comitiva.”
Luang Por non si faceva impressionare.
Pensava sempre che fosse la frizione ad avere qualcosa da insegnare, e che non bisognasse compiacersi dell’assenza di attrito, perché quando tutto scorre liscio ci si addormenta. Ajahn Chah era genuinamente distaccato, e non stava recitando per far colpo su Ajahn Sumedho. “Be’, forse potrei mandarvi qualcuno per ravvivare un pochino la situazione.”
Si può partire dall’assunto che la condizione ideale è quando ogni cosa sta andando per il verso giusto e tutti stanno facendo progressi.
Se non è così: “Oddio, quest’individuo è un tipo difficile.
Oddio, siamo rimasti al verde….”.
Contemplare queste dinamiche e non creare degli assunti è davvero importante.
Se si è dipendenti dal successo e dallo sviluppo, cosa accade quando tutto crolla?
Che cosa succede quando all’improvviso c’è una perdita, quando c’è la morte?
Vuol dire che tutto è andato nel modo sbagliato?
Come affrontiamo una cosa così?
Che cosa ci insegna?
Luang Por sottolineava sempre che saggezza è imparare da tutto, che il retto atteggiamento rispetto alla pratica è coltivare la prontezza ad apprendere da tutto.
Quando consolidiamo questo nucleo di accettazione, di autentica gentilezza amorevole, allora il nostro cuore si apre ad ogni cosa.
A quel punto, sia che lo si chiami successo – facciamo un ritiro e ci accorgiamo che la nostra mente si mette con facilità a proprio agio, e trabocchiamo di intuizioni profonde – sia che lo si chiami fallimento – non facciamo altro che dimenarci e lottare, rimuginando antichi risentimenti, con il mal di schiena e un sacco di ansie riguardo al futuro, il tutto mescolato ad un’irritazione prorompente verso l’insegnante –, ognuna di queste cose ci sarà di insegnamento, a condizione che permettiamo loro di esserlo.
Se saremo saggi, tutto ci insegnerà: il successo, il fallimento, la realizzazione, la perdita, il piacere ed il dolore.
In un sutta il Buddha dice “la sofferenza può maturare in due modi: in ulteriore sofferenza o in ricerca.”
Quando facciamo un’amara esperienza, possiamo aggravarla – temendola, fuggendola o combattendola – oppure essa può evolvere in ricerca, il che implica presenza di una qualità di saggezza che riconosce “Oh, so cos’è questo.
Dev’esserci una causa.
Come affrontarlo?
Che posso imparare da esso?”.
Ecco uno dei modi di comprendere come il Buddha ci ha stimolato alla ricerca.
Noi qui stiamo riflettendo sulla nostra esperienza.
Gran parte dell’educazione spirituale è basata sulla capacità di avere questa qualità di accettazione, sull’essere disponibili ad imparare da dukkha, dall’indesiderato, dalla sofferenza.

© Ass. Santacittarama, 2004. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

 

 

Saper ascoltare

Quando si parla di comunicazione, si pensa sempre che la cosa più importante sia saper parlare bene. Ma non è così, l’arte più sottile e preziosa è saper ascoltare.
Questo è vero in qualsiasi forma di comunicazione, anche se apparentemente non è un dialogo, come ad esempio nello scrivere una lettera o un email.
“Ascoltare” mentre si scrive vuol dire cercare di immaginare che cosa penserà chi ci leggerà; così facendo ci adopereremo per rendere sempre più chiaro ciò che abbiamo da dire.
La necessità di ascoltare è più immediatamente rilevante quando si tratta di comunicazione interattiva, è importante in ogni dialogo ed in ogni situazione.
“Ascoltare” non significa usare solo l’udito, ma capire ciò che gli altri dicono e quali sono le loro intenzioni, anche quando la comunicazione si trasmette con parole scritte anziché “a voce” dobbiamo essere particolarmente attenti nell’ascoltare e capire ciò che ci viene detto.
Il mondo è pieno di persone che ascoltano soprattutto se stesse.
Di solito, se non sanno capire gli altri, non hanno neppure una percezione chiara del loro gonfiato ma confuso “io”.
Passano tutta la vita a coltivare un “sé” immaginario, che cercano di imporre al prossimo.
Il problema è che spesso ci riescono, perché c’è anche nella natura umana il desiderio di essere “seguaci”, di accodarsi a qualcun altro; e chi parla più forte ha ragione, anche se non sa quello che sta dicendo. Il risultato è che si può coesistere, perfino convivere, senza mai capirsi o avere alcuna vera comunicazione.
Prima di pensare a ciò che possiamo dire o scrivere, l’importante è saper ascoltare e capire.
Chi vuole comunicarci qualcosa e perché?
Siamo sicuri di aver capito bene le sue intenzioni e ciò che sta cercando di dirci? Non è una fatica, né uno sforzo, se abbiamo un atteggiamento disposto ad ascoltare; diventa facilmente un istinto, un modo di essere ed è molto più interessante capire, sentire il valore e il senso della comunicazione che limitarci al significato superficiale delle parole.
Ascoltare vuol dire, prima di tutto, mettersi nei panni degli altri, capire le cose dal loro punto di vista.
Si tratta anche di percepire ciò che forse un’altra persona non aveva intenzione di dirci, ma involontariamente “trasmette” con il suo stile, il suo comportamento, il suo modo di esprimersi.
Il “tono di voce” si può chiaramente percepire anche in un messaggio scritto.
Certo… non tutto quello che sentiamo dire, non tutto quello che leggiamo, merita di essere capito e approfondito.
Ci vuole qualcosa di più di un “buon orecchio” per cogliere i segnali interessanti che spesso non sono dove ce li aspettavamo.
Se entriamo in un dialogo, in uno scambio, abbiamo scarse probabilità di farci capire, e di essere ascoltati, se prima non abbiamo saputo ascoltare “con attenzione e partecipazione”.
Uno scrittore americano ricorda il consiglio di un indiano sioux: quando devi rispondere a una domanda importante, prima di parlare aspetta cinque minuti. Se rispondi subito le parole vengono dalla mente, se rispondi dopo aver aspettato vengono dal cuore.
In un mondo dove tutti vogliono esprimere opinioni e giudizi, l’arte di ascoltare, ovvero di stare in silenzio, è forse la cosa più difficile da mettere in pratica, perché si tratta di un silenzio maturo che ascolta e riconosce, rispettando chi parla.
Ascoltare è un affettuoso regalo che facciamo a chi sta cercando di dirci qualcosa, ma spesso è anche un grande regalo per chi ascolta.

Finanza etica

E’ un concetto che nasce qualche anno fa quando numerose organizzazioni del volontariato e della solidarietà sociale, iniziano ad interrogarsi sul ruolo del denaro, della finanza e dell’impresa.
Si fa strada l’idea di banca etica, una banca intesa come punto di incontro tra risparmiatori che condividono l’esigenza di una più consapevole e responsabile gestione del proprio denaro, e quelle realtà socio-economiche che hanno come finalità la realizzazione del bene comune…
L’importanza di decidere
Sempre più i risparmiatori sono attenti all’uso che gli istituti di credito fanno del loro denaro.
Non sono importanti soltanto le condizioni più o meno vantaggiose offerte dagli operatori al momento di aprire un conto, è importante anche essere certi che i nostri risparmi non andranno a finanziare traffici d’armi o aziende che inquinano e/o che sfruttano il lavoro dei minori…
Dal punto di vista di noi consumatori nulla ci coinvolge tanto come l’argomento del denaro, del credito e del risparmio.
In Italia la loro tutela è prevista persino a livello costituzionale: art. 47 Cost. comma 1 “La Repubblica Italiana incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”
I mass media ci presentano la Borsa come argomento quotidiano sempre presente.
L’enorme liquidità fittizia in circolazione promette e offre “facili” guadagni in breve tempo.
Da qualche anno però si manifesta anche il problema culturale dell’uso del denaro, non più solo economico.
Vengono rimessi in discussione i concetti di profitto, garanzia e segreto, cardini intorno ai quali è costruita la classica strategia della finanza mondiale.
Si crea il punto di partenza affinché possiamo incidere in misura seria e significativa sui meccanismi di funzionamento dell’intero sistema sociale.
Per noi risparmiatori si tratta di gestire personalmente il nostro denaro, senza l’incontrollata ingerenza di terzi, cercando di essere sempre più consapevoli di come viene usato.
Per le aziende creditizie la sfida consiste nell’includere anche le imprese sociali, al pari di altri soggetti, nel mercato del credito tradizionale, influenzando così i meccanismi di funzionamento del nostro sistema economico e sociale.
Attualmente il mercato del credito funziona secondo la logica di dare denaro esclusivamente a chi è in grado di offrire garanzie oppure, a chi è in grado di mettere in campo una redditività elevata.
Le organizzazioni del “terzo settore”, vanno abbastanza male da tutti e due i punti di vista.
Sono debitori potenzialmente buoni, ma razionati dal mercato del credito, che ha una tecnologia di affidamento semplificata, basata appunto su questi due meccanismi.
Il desiderio è di realizzare qualcosa che vada contro la logica corrente di gestione del denaro e del risparmio, per concretizzare dei comportamenti e dei programmi operativi veramente utili alla società e allo sviluppo equilibrato e sostenibile.
La particolarità e la novità della banca etica sta nel fatto che la sua operatività si sviluppa soprattutto nel settore sociale. E lo sforzo più importante è quello di cercare di introdurre una nuova cultura del denaro e del suo utilizzo.