Viviamo in una società tecnologicamente avanzata in cui stati di disagio individuale e collettivo sono sempre più diffusi

La solitudine è una condizione spesso vissuta senza rendersene conto: si è inseriti in un contesto sociale, ma non avviene nessun contatto nutriente a causa dell’insoddisfacente qualità delle relazioni interpersonali: in famiglia, a scuola, al lavoro.

La quantità e la qualità delle nostre relazioni con gli altri sono tra i fattori che più incidono, nel bene o nel male, sulla qualità della vita.

Esse sono alla base di tutte le principali sfere del nostro vivere sociale.

Eppure le relazioni si svolgono fra maschere omologate, secondo copioni difensivi, e il più delle volte si ha il dubbio di avere a che fare non con “persone reali”.

Tuttavia individui e istituzioni dedicano a queste problematiche scarsa attenzione e risorse: i risultati negativi di questa disattenzione, con i conseguenti ed evidenti riflessi sulla società,  non mancano.

Chiari esempi li troviamo nei molti anziani che soffrono di solitudine e nei tanti bambini costretti a giocare da soli, accontentandosi di TV e videogiochi.

Esempi ancor più comuni li troviamo nei luoghi di lavoro dove indifferenza, sospetto e invidia causano conflitti latenti coi colleghi, dando vita rapporti di pura facciata.

Spesso l’isolamento non è percepito da chi ne soffre: immersi nella folla della città, a contatto con colleghi e vicini, sembra l’ultimo dei problemi, ma la solitudine, quella subita più o meno consapevolmente, è terreno di coltura di molte patologie, comun denominatore di tutte le malattie mentali, causa ed effetto di qualsiasi dipendenza.

La carenza relazionale è connessa a una grave carenza affettiva, e la solitudine ne è la conseguenza.

E’ noto che l’intera civiltà occidentale è caratterizzata da uno scollamento tra la sfera del pensiero (logica) e la sfera del sentire (emozionale); questo affligge i singoli nella loro individualità, e di conseguenza la comunità di cui queste persone sono parte.

Da sempre la funzione della comunità è stata quella di contrastare, con la condivisione degli eventi principali della vita, gli effetti della solitudine, ma questa funzione oggi sembra non essere più attuabile, frenata da modelli e ritmi che talvolta sembrano improntati all’antisocialità.

L’individuo si vede alla fine “costretto” a costruirsi una facciata socialmente desiderabile, simile ai sorridenti modelli offerti dalla televisione.

Se l’operazione ha successo, gli altri individui la restituiscono come specchi; ma quest’immagine, che si è voluta dare, è poi estranea al suo stesso autore.

La paura del giudizio altrui blocca la spontaneità; le persone più vulnerabili si vergognano di mostrare la propria umanità, preferiscono nascondersi e recitare una parte standard.

Alla fine non si riesce più a condividere i propri stati d’animo con nessuno, nemmeno con se stessi.

La nostra società ha il pregnante bisogno di recuperare la connessione profonda delle relazioni e di incrementare il contatto, la comunicazione, degli individui con se stessi, con gli altri e con l’ambiente.

Occorre generare un contesto in grado di riconoscere all’essere umano la sua globalità e la sua multidimensionalità, recuperando e valorizzando in particolare quelle sfere dell’esperienza sinora penalizzate e relegate in ruoli e culture marginali: prima fra tutte,  la sfera affettivo emotiva.

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