BE-A-MANAGER-www.pr3.it-www.corsodivendita.com-oliviero-castellaniEsiste una differenza fra chi vuole essere manager e chi lo è.

Chi lo è, di solito, non ha bisogno di impegnarsi per farsi riconoscere come tale, e quindi non avrà bisogno di interpretare il ruolo secondo un copione, a meno che non si trovi di fronte qualcuno che, per un giusto impatto, necessiti proprio di comportamenti come da copione.

Essere manager comporta quindi operare in ambienti diversi, ma soprattutto con persone diverse.

Collaboratori, pari , superiori, colleghi di altre organizzazioni e tutti coloro che, muovendosi nella società, hanno un impatto con la sua vita professionale, costituiscono uno dei “mondi umani” del manager.

Egli deve pertanto tener sempre conto degli effetti trascinativi che la sua comunicazione comporta, sapendo che la complessità di ogni organizzazione aumenta man mano che aumenta il numero delle persone con cui è necessario avere relazioni dirette.

Le organizzazioni più semplici sono quelle composte da 2 o 3 persone, nelle quali le relazioni di prevalenza o dipendenza sono semplici e chiare; ma più aumenta il numero delle persone (n) più aumentano a dismisura i canali di comunicazione in base alla formula n*(n-1)/2.

In base a questa formula se le persone sono 5, i canali di comunicazione saranno 10, e se le persone sono 10, i canali di comunicazione saranno 45.

Da ciò appare intuitivo capire come nel management sia necessario organizzare anche le comunicazioni e, attraverso queste, le relazioni, al fine di non farsene travolgere.

Quindi la capacità di gestire e recitare la propria immagine con distacco e senza perdere di vista gli obiettivi del suo lavoro è una delle qualità dell’essere davvero un manager.

Chi vorrebbe diventare un manager?

  • Coloro che in famiglia respirano già l’ambiente
  • Coloro che pur essendo partiti professionalmente con obiettivi diversi hanno nel corso della carriera la possibilità di scegliere questo ruolo
  • Coloro che fin dall’inizio partono decisi per arrivare ad esserlo

Questi ultimi sono mediamente i più motivati a raggiungere il ruolo e più disposti ad impiegare ogni energia allo scopo; sono però facilmente anche i meno equilibrati in quanto il solo fatto di divenire “capi e vincenti” nasconde desideri di rivalsa e riscatto generalmente non molto frequenti nella media della popolazione, e sono quindi esposti allo sbilanciamento di una personalità non completamente assestata, cioè con problemi consci o inconsci non ancora risolti.

In queste persone è altissimo il pericolo di aumentare a dismisura la propria autostima, sentendosi molto più in alto degli altri, imponendo la propria immagine oltre che le proprie idee, ritrovandosi, nei rapporti interpersonali, con ben poche persone con cui confrontarsi alla pari.

Da qui la perdita della capacità di ascoltare, osservare con obiettività e acquisire concetti e informazioni da quelle persone che si cominciano a vedere troppo dall’alto.

Cominciano così ad operare deduzioni di management in modo presuntuoso, rapido e superficiale, rischiando di incappare in fallimenti operativi e reputazionali.

Questi problemi si verificano soprattutto in coloro che hanno dovuto riversare troppo nella professione in termini di riscatto emotivo, con una personalità sana, ma non matura, troppo tesa a fuggire in avanti, come se correndo in avanti si potesse sfuggire al momento della verità e dell’accettazione di se stessi.

Difficilmente chi ha la coda di paglia, o chi ha la paura di essere scoperto per ciò che intimamente pensa di essere, e cioè un debole, diventerà un buon manager.

Prima o poi, anche se riesce ad operare discretamente, qualcuno gli andrà a vedere le carte, e riuscirà a batterlo proprio sul piano delle doti di personalità.

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