CREATIVITA-www.pr3.it-www.corsodivendita.com-oliviero-castellaniNon esiste un modello unico di manager creativo, ma è possibile riconoscerne le attitudini e le doti specifiche che lo differenziano da quello scarsamente o per nulla creativo.

Per quanto nessun manager possa sperare di eccellere in tutte le caratteristiche creative, merita la qualifica di creativo colui che possiede, in misura diversa, ma sufficiente, una serie di doti ed attitudini che, facendo leva su quelle di maggior qualità, lo aiutino a compensare quelle meno evidenti, o comunque meno utilizzate.

Si deve peraltro tener presente che la creatività dipende strettamente dal clima (o cultura) dell’azienda in cui si opera: in un clima sfavorevole le capacità creative deperiscono.

Tornando alle doti, diciamo innanzitutto che, per essere creativo, un manager deve avere una buona immagine di sé (sicurezza e fiducia) in quanto, iniziative e piani, sono sempre condizionati dall’idea che abbiamo delle nostre possibilità.

Chi è convinto di essere al limite delle proprie possibilità cesserà di impegnarsi oltre; viceversa continuerà ad impegnarsi chi riterrà di poter ancora ottenere buoni risultati e raggiungere nuovi traguardi.

Chi è sicuro e fiducioso di sé non evita le esperienze nuove, anzi, le affronta con entusiasmo, non imponendosi la preoccupazione della salvaguardia dell’immagine con cui è “conosciuto”, in quanto è conscio delle proprie possibilità e non teme le verifiche, sicuro di risolvere i problemi e le situazioni difficili, avendo a volte dei dubbi, ma senza mai temere di non essere all’altezza.

Ogni nuovo successo aiuta ad accrescere la fiducia, e se anche qualche volta può capitare di essere sconfitti, o delusi, chi crede in sé trova sempre la forza di reagire ed andare avanti.

Diciamolo, lo spettro di un insuccesso, tale da compromettere una carriera, aleggia sempre su ogni manager, e quando si intraprende qualcosa di nuovo, quando ci si addentra in terreni inesplorati e non si sa cosa ci aspetta, il rischio è ancor più forte.

Ma rischiare si deve, perché a volte avanzare nel buio è più che mai necessario per cercare qualcosa di nuovo in uno spazio mai battuto.

Il timore dell’insuccesso impedisce a molti manager di tentare qualcosa di veramente innovativo, specialmente quando il tentativo comporta dei rischi; la prudenza è naturalmente una dote, perché aiuta a soppesare le decisioni, ma, quando è troppa, non solo non favorisce il rischio, ma porta facilmente all’inazione.

Se si riuscisse a vedere l’insuccesso come una situazione istruttiva, dalla quale possono scaturire idee nuove che alla fine si possono trasformare in successo, allora non avremo mai il vero fallimento che sta, in fondo, nel non tentare qualcosa di nuovo o nel non riprovare quando  si sbaglia; un tentativo sbagliato ci insegna sempre qualcosa, mentre una rinuncia significa la sicura perdita di quel che avrebbe potuto essere.

Abbiamo parlato di insuccesso, finiamo parlando di successo.

La paura del successo è un sentimento ben noto, che impedisce a molti manager di fare carriera, come se fossero attanagliati da un perenne senso di colpa.

Ma chi non ha, e non deve avere paura del successo?

Sicuramente chi crede a ciò che fa e non scende a compromessi per amore di carriera e guadagno.

Non porsi mai obiettivi inferiori alle proprie possibilità, sentirsi pienamente realizzati nel proprio lavoro, saper fare autocritica senza essere ipercritici, sapersi leggere onestamente conoscendo i propri punti di forza e le proprie aree di miglioramento, rispettare se stessi e gli altri, agire per rendersi utile alla propria azienda e alla società più in generale, sono le chiavi per un successo sano e duraturo.

Far conto e dar fondo alle proprie risorse, ma, soprattutto, non tradire mai se stessi.

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