Alfred Adler, il famoso psicologo viennese, scrisse un libro intitolato “Il significato della vita” dove dice “è l’individuo che non si interessa agli altri quello che ha più difficoltà nella vita e che procura più danni al prossimo, e sono questi gli individui che falliscono nei loro intenti”.
Se si cerca semplicemente di impressionare la gente e indurla ad interessarsi a noi, ma non amiamo la gente, difficilmente questa comprerà le nostre storie.

7 Responses to Secondo voi anche questo è marketing?

  1. Graziano Benfenati scrive:

    Certo Oliviero.
    Io non sono psicologo, tuttavia notai a 18 anni che psicologicamente stavo meglio quando facevo del bene, quindi – a livello egoistico – ho proseguito su questa strada.
    C’è un ritorno di soddisfazione che è di molto superiore rispetto a quando si deve fare “i duri”. e’ come se i singoli mattoncini costituenti la persona “respirassero” meglio e si riempissero di una energia postiva a cui l’accesso sarebbe normalmente impossibile.
    Non conosco Adler e lo metterò nella lista dei prossimi acquisti.
    Grazie per il suggerimento.
    Con Affetto
    Graziano

  2. Massimo Ferrara scrive:

    Viviamo in un mondo in cui per via di una strepitosa stimolazione emozionale, vuoi per i media per i noti fini commerciali, vuoi per altre forme più o meno classiche di droghe, abbiamo subito una sconcertante frantumazione del super-io. Il nostro mondo non vuole accettare regole o limiti. Abbiamo l’illusoria certezza che la luce della ragione possa spostare più in là ogni traguardo. In questo eterno divenire dove nessuna sosta è permessa se non per brevi attimi di compiacimenti, non pensiamo che la cosa più importante della vità è la vita stessa.

  3. Federico Simonetti scrive:

    Non so se è marketing puro, ma di certo si avvicina molto a quello che intendiamo con il marketing conversazionale: la gente è alla ricerca di un rapporto sociale, attraverso le reti sociali, i social networks e così via. Molto spesso il marketing ha usato la gente, in maniera cieca, cercando di convincerla, ma non interessandosi ad essa: nel 2.0 dobbiamo interessarci alla gente, diventare amici delle persone che vogliamo coinvolgere nelle nostre narrazioni sul brand. Quello che viene prima di tutto, è la relazione, non più la vendita.

  4. M. Brugnatti scrive:

    Federico ha ragione. Occorre agire secondo questi dettami, perché la genet è oramai stufa di essere bombardata di offerte, informazioni…. Ciò che conta è considerare le persone come tali ed instauraer con loro una relazione duratura. Un esempio: far compilare ai soci di qualsivoglia azienda od organizzazione, periodicamente, un questionario di gradimento, che dia anche la possibilità di inserire proposte concrete. I risultati dello stesso devono poi essere pubblicati, fatti conoscere ai soci e mettere le proposte più convincenti in evidenza (costituiranno la stessa polaer per futuri busines plan).

  5. Carolina G. scrive:

    Marketing e psicologia sono certamente collegati. Tuttavia, non so se siete d’accordo ci sono pochi contributi davvero interdisciplinari. Tra quelli piu’ interessanti e recenti la prova che nominare brand conosciuti attiva la sfera emozionale del cervello. Il coinvolgimento del cliente muove all’azione attraverso l’emozione, un legame solido. Ora, credo che pere coinvolgere davvero sia importante avere una conoscenza approfondita e reale del cliente, bisogna davvero interessarsi a lui. Anche pero’ lo stupore e’ un’ emozione! Penso all’unconventional communication. Anche attivare emozioni di natura diversa serve e come sempre dipende dall’obiettivo dell’azienda.

  6. Spreti D. scrive:

    Penso sia importante distinguere tra come si opera nel b to b o nel b to c.

    Nella comunicazione interpersonale che regola e condiziona in buona parte la vendita b to b, l’interesse per la persona è fondamentale; la mancanza di empatia, il trascurare aspetti emozionali, una comunicazione che non tenga conto del non verbale o paraverbale…possono bloccare qualsiasi iniziativa commerciale.

    Nella comunicazione “meccanica”, broadcasting, per intenderci quella dei beni di largo consumo, la fonte è spesso “anonima”, nascosta e le emozioni “costruite”; non voglio rispolverare il buon vance packard – che noi account di agenzia, con i pantaloni corti, amavamo nell’illusione di poter plasmare le menti dei “consumatori”– ma l’amore per le persone – ahimé – può essere surrogato da studi, ricerche, laboratorio, etc.

    Chi lavora nel marketing è – e deve essere – una persona curiosa, aperta, senza maschere, sinceramente amante dell’umanità. Se riesce a trasferire questa energia positiva nei prodotti che concorre a creare e promuovere si può aprire quell’auspicato dialogo “ecologico” con le persone (non più consumatori o clienti) che è fatto soprattutto di ascolto; ma le imprese non sempre la pensano così e con l’occhio all’ultima cifra in basso…usano il coltello dalla parte sbagliata: esasperazione nella ricerca dell’attenzione, poca trasparenza, comunicazione one way, etc…

  7. Marco Ottenga scrive:

    Credo che siamo abbastanza avanti nello sviluppo di contributi verso il marketing, sia dalla psicologia che dalla neurologia per misurare l’impatto diretto di marchi e loghi o durante l’interazione nei social network.
    Ma oltre ad una continua sistematizzazione della gestione delle emozioni, ritengo che il procedere ad un sistematico rilievo dei bisogni e cosa ben meno praticata, cosi come una dovuta analisi in fase di sviluppo prodotti, sopratutto in Italia.
    In effetti secondo me si sbaglia dal momento del varo del progetto: tutti vogliono replicare un successo aziendale, che vuol dire retrodatare di alcuni/molti anni il bisogno che si vuole soddisfare oggi. Oppure si parte da una moda attuale per costruire una proposta lasciando ad una idea sovente effimera il carico della convinzione del consumatore non comprendendo che questo potente driver funziona essenzialmente solo per prodotti stagionali.
    Bisognerebbe ricordarsi che il consumatore e anzitutto un individuo che deve essere rispettato, che sempre di piu e in grado di affrancarsi dalle menzogne piu o meno consapevoli degli uomini del produttore, che sempre piu dovrebbero imparare a difendere il cliente all’interno delle prprie aziende, perche il cliente paga il loro stipendio e puo garantirlo o meno nel tempo.

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