E’ nell’esperienza comune constatare che una sola parola può cambiare uno stato d’animo; molti saggi e filosofi riconoscono alle parole il potere di “creare” la realtà.
Nello zen il termine “kotodama” (potenza spirituale della parola) vuol significare che la vibrazione che scaturisce dalle parole riempie il mondo che le circonda: nel bene e nel male.
Gli incontri e gli scontri verbali, lasciano il segno tanto quanto le carezze o le spade.
Albert Einstein ha detto: “Ci sono due modi per vivere la vita. Uno è quello di pensare che i miracoli non esistono. L’altro è quello di pensare che ogni cosa è un miracolo”.

3 Responses to Ci sono parole che aiutano a vivere bene, altre che . . .

  1. Diana Tedoldi scrive:

    Credo come te che la parola sia molto potente.
    E credo che ciò sia collegato ovviamente al contenuto, al significato di cui la parola si fa portatrice, ma mi piace anche considerare il lato più creatore della parola, come dici tu, connesso al fatto che il suono è l’essenza della realtà: dove c’è vibrazione c’è suono, ogni suono è vibrazione, destinato quindi a condizionare la forma, come tanti esperimenti sin dal ‘700 hanno dimostrato:
    – gli esempi con la limatura di ferro che assumeva geometrie diverse in base alla musica prodotta, realizzati dal fisico e musicista tedesco Ernst Florenz Friedrich Chladni, che pose le basi per la nascita della scienza acustica;
    – gli esperimenti di un altro scienziato e fisico svizzero, Hans Jenny, morto nel 1972, che dimostrò che le vibrazioni sonore producevano forme geometriche (sfere, cristalli, spirali a forma di galassie…) nei materiali che venivano esposti ai suoni, forme collegate al variare della loro frequenza e intensità.
    Molte cosmologie dal Nord al Sud del Mondo ci raccontano quanto il mondo sia creato dal suono (una delle mie preferite è la cosmologia egiziana, per cui Thot crea la realtà ridendo e battendo le mani – geniale!!).
    Di tante di queste cose parlo nel mio libro “L’Albero della Musica – Tamburo, Stati Altri di Coscienza, Drum Therapy”, e in un articolo pubblicato dieci anni fa su Anthropos Iatrìa, una rivista di medicina antropologica….magari se di interesse posso inviare copia dell’articolo via email a chi interessasse. Ciao e grazie dello spunto a ricordarmi di Thot!

  2. Diana Tedoldi scrive:

    Affiorano altri pensieri e mi permetto di buttarli giù così come vengono…
    Spesso, nel lavoro di coaching o in esperienze di orientamento personale, faccio dichiarare ad alta voce alle persone gli obiettivi personali che sono arrivati ad individuare, anche solo per se stesse, o in coppia, o a piccolo gruppo…a seconda dei casi.
    Ma dare voce ai propri sogni-desideri-bisogni è nella mia esperienza il primo passo verso il riconoscerli e la consapevolezza di volerli raggiungere.
    Nel momento in cui la parola si fa suono, il nostro “dentro” diventa “fuori” e forse è anche per questo che diamo così importanza alle parole (ma ancor di più ai gesti e ai comportamenti che le accompagnano, come sappiamo bene…): diamo per scontato che quello che è venuto fuori corrisponde a quello che una persona ha davvero dentro, mentre trascuriamo l’importanza di quel filtro che è la mente, che spesso ci fa convincere di una cosa per un’altra….
    Ad esempio, personalmente mi capita a volte di esprimere a voce cose che ho elaborato prima, e nel momento stesso in cui le dico mi accorgo che non sono vere … come se non risuonassero nella parte più autentica di me … la vibrazione di quell’insieme di parole e concetti non corrisponde alla mia vibrazione profonda, e riconosco in quel momento che probabilmente vengono da una parte di me non autentica.
    Così, la parola mi svela a me stessa, mi restituisce alla mia verità – non è magica in questo caso la parola?!
    Poi, la parola per me spesso ha anche il potenziale invece di uccidere la realtà: è ciò a cui allude Shakespeare quando dice: “Nominare è distruggere, suggerire è creare”.
    La parola è adatta ad esprimere la dimensione più logica concreta della realtà, mentre certe esperienze più interiori, analogiche o simboliche le sfuggono inesorabilmente, e cercare di tradurle in parola e comunicazione finisce si traduce in banalizzazione, in tradimento dell’esperienza originaria – quell’esperienza delle origini che una parte di noi ha sfiorato, ma che la mente logica non è in grado (per fortuna) di catturare con la parola, ingabbiandola per sempre.
    Nominando le cose l’uomo ha l’illusoria convinzione di controllarle, non così può essere per le esperienze invisibili che pure caratterizzano, e molto significativamente, l’umano vivere (i sentimenti, le emozioni, i pensieri, le sensazioni fisiche … e altro).
    Arriva allora la poesia, dove la parola trova nuova vita, si trasfigura e trascende, e permette di esprimere, in parte, l’ineffabile….che è bello lasciar anche solo respirare, senza bisogno di spiegarlo, comunicarlo….certe esperienze vanno secondo me più che altro ascoltate e “fotografate” dentro di sé…(ad esempio le esperienze estetiche, quelle relazionali e così via).
    Grazie per lo spunto a mettere giù questi pensieri … mi sto ritrovando negli ultimi tempi a scrivere post sui gruppi di discussione in LinkedIn, che poi diventano materiali per il mio blog nascituro… è bello potersi confrontare con altre persone sui temi cui si è affezionati. Alla prossima!

  3. Marta Cristiani scrive:

    Ciao Diana, mi fa piacere condividere i tuoi pensieri. Mi occupo anch’io di formazione e coaching lavorando molto per mio interesse personale sulla comunicazione consapevole e quindi sull’importanza della parola. Nominare, etichettare, chiudono, distolgono dal comprendere, sono meccanismi di semplificazione a cui purtroppo è difficile sottrarsi.
    La parola è importante e diventa magia, come dici tu, quando si lega all’intento, è sincera.

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