La nostra personalità si manifesta in modi diversi nelle diverse età della vita, assestandosi, per ognuno di noi, in un modo di esprimersi caratteristico, che però non sempre è il meglio che possiamo ottenere da noi stessi.

Il manager dovrebbe essere vivace, brillante, ottimista, non temere le novità, avere le idee chiare e saperle comunicare, essere capace di organizzare e convincere, ecc.

Se per fare un buon manager sono importanti molte doti positive, dall’altra parte è necessario contenere alcuni lati negativi del carattere che possono disturbare molto la professione.

  1. La tendenza alla bassa stima di sé. Usare l’atteggiamento dimesso e perdente come una vera e propria modalità di comunicazione, cercando il vantaggio di non essere attaccati e criticati in quanto siamo già abbastanza tristi, e possiamo, perciò, solo essere rincuorati.
  2. La tendenza a lasciarsi plagiare e prevaricare, a non imporsi mai, cioè la mancanza di capacità assertiva di autoaffermazione. Quanto siamo capaci e quanto ci costa dire no opponendoci al desiderio di un’altra persona? O ci è più facile dire sempre di si?
  3. L’incapacità di gestire consapevolmente la nostra aggressività, quindi l’incapacità di saper incanalare questo istinto fondamentale: non possiamo permettere che la nostra ostilità o antipatia verso un collaboratore danneggi del lavoro prezioso.
  4. L’incapacità di operare scelte che denotino coraggio e siano la giusta sintesi tra razionale e istinto-emotivo. Occorre assimilare il concetto che mai un danno alla nostra immagine è irreparabile se non siamo noi che ci diamo per vinti, accettando il rischio di fidarsi delle proprie intuizioni, sorreggendole, ma non soffocandole, con una buona base razionale.
  5. L’incapacità di immedesimazione e di prevedere, a grandi linee, cosa faranno gli altri, cioè sapere, anche solo grossolanamente, cosa gli altri provano e pensano, e quali azioni ne conseguono. Questo ci condurrà prima o poi di fronte a reazioni imprevedibili e ingestibili.
  6. L’incapacità di risultare simpatici e limpidi agli altri. Modulare la nostra capacità di simpatia senza cadere nella viscidità è una chance fondamentale. Un’eccessiva attenzione all’autoaffermazione rende antipatici, perché denota un’insicurezza di fondo.
  7. L’incapacità di dare agli altri la possibilità di fidarsi di quello che pensano di noi, ovvero negando loro la possibilità di sapere chi siamo e come siamo fatti, dando messaggi instabili, essendo innaturali e posticci, creando solo confusione percettiva.
  8. La tendenza a trovare sempre degli alibi agli insuccessi, mancando di autocritica per la paura di riconoscersi inadeguati. La ricerca di alibi può anche proteggere da sentimenti depressivi, ma non è utile a correggere errori di management.
  9. L’eccessiva attenzione al proprio bisogno di riposo, soprattutto quando questa può corrispondere a una fuga da impegni che inconsciamente riteniamo troppo onerosi.

10.  Il conformismo, ovvero rinunciare alle proprie capacità creative adeguandosi a ciò che già esiste ed è riconosciuto come comportamento sociale medio per quel determinato ruolo. Il manager conformista è irrimediabilmente un manager di basso profilo.

11.  L’incapacità di operare scelte con sicurezza, tempismo, ponderatezza e decisione. Essere capaci di scegliere è meno facili di quanto si possa pensare. Ci sono persone per le quali ogni scelta è un dramma. Nel management questo significa inadeguatezza e non è ammissibile neanche episodicamente in quanto significa incapacità emotiva a reggere la pressione del compito.

Quasi tutti non sono impedimenti insuperabili, poiché in gran parte si possono correggere, a patto che se ne raggiunga una coscienza ed una conoscenza complete; così la strada che porta alla “produttiva” affermazione personale diventerà forse meno difficile di quello che sembra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Set your Twitter account name in your settings to use the TwitterBar Section.