Dicono che senza comunicazione non si possa vivere. Per quanto sia vera questa considerazione, dobbiamo ammettere a noi stessi che, a volte, ci verrebbe voglia di mandarla quel paese la comunicazione, perché ci sono delle persone che a volte proprio non capiscono, o perché siamo proprio noi che ci ostiniamo a non capire.
Frasi di questo tipo pervadono la quotidianità sia nei rapporti più privati, che in quelli palesemente pubblici “eppure gliel’ho spiegato bene, ma come al solito non ha capito!”, “ma possibile che non capisci mai quando ti parlo?” “non intendevo dire quello, non mi hai capito“.
Tutti conosciamo persone che negano l’evidenza, anche solo dopo pochi minuti, asserendo spudoratamente “non ho mai detto questo”, o che, come ho sentito più spesso dire “fanno gli stupidi per non andare in guerra”.
Non so se ha ragione chi afferma che la comunicazione fa parte della vita come il respiro, ma la vera domanda è “come vivremmo senza di essa”?
Osservando la natura possiamo accorgerci con facilità che tutti gli esseri viventi comunicano.
Anche il geranio sul terrazzo comunica: abbassa le corolle, piega le foglie.
Ci sta comunicando che ha sete, ha bisogno di acqua e se noi non comprendiamo il suo messaggio, potrebbe morire.
Anche le balene comunicano, e quando con i nostri inquinamenti falsiamo i loro messaggi, anche loro muoiono per un errore di comunicazione. E noi esseri umani?
Certamente comunichiamo da sempre, e la nostra comunicazione si è evoluta con noi divenendo via via sempre più complessa.
Oggi, così come nel passato anche più remoto, la comunicazione ci permette di instaurare i primi contatti con il mondo, di imparare dagli adulti, di far capire le nostre esigenze, di imparare a scuola, di imparare nella vita, di creare relazioni affettive o d’amore, di muoversi nel mondo.
Non ci sarebbe quindi vita senza comunicazione, ma forse non ci sarebbero nemmeno certi dolori, le delusioni, la tristezza.
Potremmo considerarla un mezzo che, così come qualunque “altro mezzo” a nostra disposizione, non è buono o cattivo di per sé, dipende dall’uso che ne facciamo.
E’ vero infatti, per quanto possa sembrare riduttivo, che una buona comunicazione influenza positivamente l’ambiente (familiare, professionale, sociale) e che una cattiva comunicazione esercita normalmente influenze contrarie (incomprensioni, litigi, frustrazione, ecc.).
Allora forse è il caso di capire come comunichiamo, perché le risposte che riceviamo sono a volte positive, e a volte no,  e come correggerci nel migliore dei modi; per chi pensa io sono fatto così, ovvero loro sono fatti così, imparare a comunicare può sembrare innaturale e a volte manipolatorio.
Per quanto in questo pensiero possa esserci un fondo di verità, visto che nella comunicazione il “come si comunica” il più delle volte prevale sul “cosa si comunica”, è anche vero che il tutto dipende dai propri obiettivi e valori interni.
La differenza tra il saper esercitare la propria influenza ed il manipolare è tanto sottile quanto sostanziale.
Due degli assiomi base della comunicazione recitano “non si può non comunicare” e “l’efficacia della nostra comunicazione sta nella risposta del nostro interlocutore”; basterebbero questi a farci riflettere sull’importanza vitale della comunicazione nella nostra vita, e di voler finalizzare ogni nostro sforzo comunicativo al cercare di capire la nostra controparte, al fine di farci comprendere.
Alla fine, la scelta, è esclusivamente nostra.

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