Simone Perotti nel suo libro “Adesso Basta” ci invita a cambiare stile di vita, definendo, praticamente, il benessere una velata schiavitù. Tra l’altro afferma:
“Un’epoca migliore di questa per il nostro Paese non si era mai vista (nonostante la crisi); fino a circa un secolo fa c’erano fame, guerre, carestie, malattie ed epidemie, per cui non ci sarebbe da lamentarsi.
Eppure con la salute, con la pace e col benessere sono sopraggiunte anche l’alienazione e l’omologazione (e ora anche l’insicurezza) e sembra che non vi sia alternativa a una vita spesa a lavorare, produrre, indebitarsi e consumare, ripetendo gesti privi di senso, per troppo tempo, per una vita intera.”
E’ davvero così?

29 Responses to E’ davvero così?

  1. Marco Basile scrive:

    La scelta di “scalare la marcia”, proposta di recente da diversi autori tra cui anche Perotti, tende a proporre l’idea che il lavoro è un accidente che ci è capitato e che deve essere racchiuso entro uno spazio il più limitato possibile, perché la vita – quella vera! – è al di fuori di esso; esisterebbe dunque uno spazio o un tempo di non-lavoro che permetterebbe a ciascun individuo di esprimere se stesso, di godere delle proprie capacità e di apprezzare il gusto della propria libertà.
    Secondo questa ipotesi, una persona inizierebbe a Essere fuori dal luogo/tempo di lavoro, per smettere non appena ne varca nuovamente la soglia.
    Perotti sembra quasi insinuare che solo scalando la marcia si riesce a battere questo sistema.
    Io credo che il lavoro non sia semplicemente un dovere, un luogo di abdicazione della propria individualità.
    Lavorare vuol dire produrre o fabbricare, vuol dire anche, attraverso questa produzione, contribuire alla trasformazione del mondo, ma vuol dire anche trasformare se stessi, produrre se stessi.
    Il lavoro dunque, rappresenta sia un ambito di costruzione e realizzazione della propria personalità, dove scoprire ed esprimere i propri valori, desideri e talenti; ma è anche ciò che permette al singolo di manifestare la propria rilevanza sociale: l’utilità del lavoro non è fine a se stessa o a esclusivo vantaggio di chi lo svolge, ma ha sempre un riverbero all’interno del contesto in cui si svolge e dal quale si allarga per cerchi concentrici alla collettività in senso più ampio.
    Se posso consiglio una lettura interessante: Marie-Claude Mouliet, Claude Colin – Lungo il cammino, Fondamenti teorici ed esercizi pratici per l’inserimento professionale; Giunti O.S., 2010.

  2. Roberto Soffiato scrive:

    Purtroppo è davvero così, la società ci ha omologati quasi tutti ad una vita di acquisti perenni e concatenati tra loro; uno degli esempi più esclatanti è la tecnologia nel suo insieme di cui il punto più “alto” sono i telefonini: non si può più farne a meno ed ogni hanno bisogna cambiarlo per non “perdere” le nuove applicazioni… per non parlare dello stato mentale in cui ci si trova se lo si dimentica a casa, sembra di essere nudi!!! Quand’ero bambino con gli amici non serviva nemmeno telefonarsi a casa, alle 10:00 eravamo tutti in prato a giocare a pallone…
    Acquisti (e l’elenco potrebbe essere ben più lungo) che sono legati poi ad altri di “supporto”; sempre per i telefonini bisogna mettere in conto le ricariche telefoniche e le continue cariche di batteria: praticamente un ciclo clorofilliano all’ennesima potenza.
    Questo genera quindi una serie di costi, tutti piccoli, che sommati assieme generano una voce di spesa in uscita dalle famiglie di cui tener conto.

  3. Maurizio Picciotti scrive:

    Penso che alineazione e omologazione un individuo se le cerca anche.
    Se non si ha la capacità di fermarsi e autoanalizzare quello che si sta facendo è l’inizio della fine.A me è capitato di perdere la bussola e non vedere bene ciò che mi stava intorno restando troppo concentrato su altri argomenti.Poi me ne sono accorto e ho cambiato direzione.Over-produrre, correre correrre correre..per fare che ?
    Arrivare ad una certà età per poi svegliarsi e accorgersi che la propria vita è quasi finita come ho visto fare a varie persone ?

  4. Vladimir Tabakovic scrive:

    Concordo a livello filosofico, ma la famiglia e il mutuo chi le paga?

  5. gabriele pire scrive:

    io avrei un idea socil housing e contributi pubblici

  6. Vladimir Tabakovic scrive:

    Eh, siamo lontanissimi da un governo che si muova in quella direzione. Modelli diversi di società … a bocce ferme chissà: l’esperimento comunista mi sembra archiviato (a parte la Cina, che del comunismo mantiene il lato peggiore, l’autoritarismo). Il problema é che siamo su una macchina in corsa. Difficile riprogettarne radicalmente parti o effettuare manutenzioni serie.

  7. Matteo Prestini scrive:

    sono d’accordo sui modelli filosofici di societa’, sulla critica di fondo che e’ portata al modello di iper produzione e consumo propri del capitalismo e al ovvio crollo del sistema comunista e di tutte le speudo economie di stato!
    vorrei pero per non finire a riscrivere un libro di sociologia o di economia spostare l’attenzione sul singolo individuo, invece che sull’intera colletivita’
    quanti di noi reputano di prestare veramente il dovuto tempo ed attenzione alle cose che piu’ contano nella vita? i soldi senza la salute, la famiglia, l’amore a cosa servono?
    a cambiarsi il Tissot x comprarsi un Rolex?
    secondo me invece ce n’e’ di gente che capisce quali sono le reali priorita al di furi del correre correre correre che citava maurizio! perche la vera ricchezza non la fa ne’ il conto in banca ne’ la tua ral, ma solo la differenza tra quello che hai e quello che vorrestiavere!

  8. Mario Sassi scrive:

    @ Matteo. Nel mondo che ci aspetta il benessere sarà un miraggio per molti come lo è stato fino a qualche decennio fa in tutto l’occidente e da sempre nel terzo e nel quarto mondo. Scambiare l’ansia da futuro di una piccola parte degli abitanti del pianeta con la mancanza vera di futuro per la maggioranza è solo un segno del nostro inguaribile etnocentrismo. Credo che quello che di aspetta non è una scelta tra opzioni a disposizione ma un drastico cambiamento di prospettiva a vantaggio di altri popoli che “pretenderanno” un modello consumistico simile a quello conosciuto da noi. Ovviamente a nostre spese. E non credo che si faranno influenzare dalle nostre teorie, prodotto tipico di chi si è stancato di un modello economico pur avendone abusato fino a ieri. Infine temo che, prima o poi, qualcuno ci proporrà di difendere il nostro modello con le armi e, molti di noi, in occidente, si lasceranno convincere….
    Mario

  9. marco serra scrive:

    L’approccio lo condivido, concordo anche con la teoria della “migliore epoca possibile” e penso al downshifting come ad uno stile di vita da rincorrere… ma qui si tratta di costruire una società che valorizza le persone, non nel perenne innalzamento dell’asticella del benessere, ma nella costruzione di un percorso di vita equilibrato e rispettoso degli sforzi personali e delle competenze. Sono davvero convinto che esista stagnazione e inerzia in questa epoca e specificamente nella nostra Italia e le malattie da combattere hanno a che vedere con la poca trasparenza del sistema, della sistematica tendenza alla cooptazione delle risorse umane, delle retribuzioni basse, del cancro del precariato contrattuale! A chi ricopre posti chiave consiglierei di comportarsi da “buon padre di famiglia” … delegate ai giovani la responsabilità di costruirsi il loro futuro … in questo modo regalerete loro il vero benessere, dotandoli di un sogno, di propri obiettivi e magari di un progetto di vita! La migliore epoca possibile è quella che non abbiamo ancora vissuto! Rispettosamente. M.

  10. Simone Balocco scrive:

    quindi “si stava meglio quando si stava peggio”?
    Concordo su molte cose, anche se l’alienazione una persona se la cerca.
    Però mi sa che troppo “benessere” fa male.

  11. marco serra scrive:

    @simone, scusa sto cercandodi comprendere la tua analisi… su che basi dici… l’alienazione una persona se la cerca…o …troppo benessere fa male? se ragioniamo per luoghi comuni andiamo avanti ben poco… chi è checercal’alienazione nella propria vita? forse ci sono persone che fanno delle scelte sbagliate, scelte professionali magari…ma è ingiusto e facile dire “se la cerca” non trovi?. E a quale “troppo benessere” ti riferisci?

  12. Simone Balocco scrive:

    @Marco: “..alienazione…” lo dice tale Simone Perotti.
    “Luoghi comuni”: basta al fatto degli sms. 20 anni fa si scrivevano lettere, ora sms superstriminziti (t kiamo dp; cm st?; k h sn?…). Non a caso studiosi dicono che negli ultimi 10 anni l’uso corretto dell’italiano è sparito, si legge meno etc…questo grazie ad un particolare tipo di benessere. Per non parlare del boom dei social network: si sta in casa, si esce magari di meno perchè devi scrivere…
    This is alienazione: ho tutto, non mi serve niente, neanche la tua amicizia.
    Ovvio che si sta meglio oggi che negli anni ’50, però…
    Non credere che sia contento di ciò, anzi…mi piacerebbe tornare un po al passato, e ho 30 anni…

  13. Lara Bellamico scrive:

    Ciao, sono appena entrata nel gruppo, e commento subito questo tema interessante.
    Sono d’accordo con Marco che il lavoro è uno dei tanti ambiti dove l’individuo si può esprimere per costruire ed inventare la propria vita, giorno dopo giorno.
    Però se ci mettiamo nei panni del più umile operaio a cui viene detto cosa fare, vengono dettate regole e controlli, credo sia difficile che possa vedere nel lavoro quanto sopra. E qui andiamo in un altro ambito: come dovrebbe essere gestita la forza lavoro? Dando un po’ di autonomia organizzativa (seppur nei propri ambiti) o regole ferree? Cosa permette di ottenere di più?

  14. Marco Basile scrive:

    Grazie Laura!
    Interessante il tuo contributo: un corretto processo di gestione della forza lavoro può prescindere da un’attribuzione di senso al lavoro assegnato?
    Rispondo estremizzando: se al lavoro che svolgi non può essere attribuito un senso, significa che presto sarà sostituito da una macchina…

  15. Matteo Prestini scrive:

    @ simone @ marco
    ho perso il senso del vostro botta e risposta, mi sembrava sensato l’incipit del discorso di marco ma quando arrivi al punto “sono davvero convinto…” a me non convince piu tanto!
    sembra come se quelle che descrivi come cooptazione, poca trasparenza e precariato fossero malattie endemiche del sistema e quindi inevitabili! mentre secondo me sono solo conseguenze di scelte, ma non di chi “ricopre posti chiave”, anzi nostre perche in quei posti li abbiamo messi e ce li teniamo!!!
    tu in un certo punto scrivi: “delegate ai giovani la responsabilita…” bene se io ti dico:
    GIOVANI TIRIAMO FUORI LE PALLE ED ASSUMIAMOCI LE RESPONSABILITA’ non e’ forse piu concreto e pragmatico? o pensi che il tappo che fanno i vecchi politici, i vecchi sindacalisti, i vecchi imprenditori nei confronti delle nuove leve non sia sempre esistito?

  16. Matteo Prestini scrive:

    @mario
    concordo con la tua analisi e non la vedo in contrasto con quanto da me esposto, io volevo portare il discorso sul piano individuale del benessere e della relativa schiavitu mentre tu sei tornato ai massimi sistemi e alla politica economica internazionale, ma su quello che hai hai scritto sono d’accordo, anzi ti diro che quel tempo che tu ipotizzi. dicendo: “temo
    che prima o poi qualcuno…” secondo me e’ gia arrivato, vedi guerra del golfo, vedi genocidi fatti in niger, e perche’ c’e’ ancora qualcuno che crede che gli eserciti servono x difendere i confini ed i cittadini????
    ma se europa, usa, russia, cina e india da soli hanno il 95% degli armamenti al mondo e circa il 50% della popolazione mondiale, non basterebbe un patto tra questi 5 per evitare di spendere miliardi di miliardi in risorse belliche!!
    purtroppo gia oggi le bombe difendono piu gli interessi economici che i popoli per cui verrebbero utilizzate!!

  17. Mario Sassi scrive:

    @ Matteo. Certamente il sistema occidentale si è sempre “difeso”. La differenza, rispetto al passato è, probabilmente, che il “nemico” non è di fronte, ma dentro. È la mancanza di prospettiva del modello di crescita infinita alla base del nostro sistema. È la finanziarizzazione dell’economia. Io non ho risposte. Il benessere raggiunto da milioni di persone in occidente è stato sempre pagato da altri. Noi siamo sempre stati schiavi del nostro benessere ma anche carnefici. Solo che ci ha fatto comodo non vederlo. Adesso che abbiamo capito che con due o dieci telefonini, televisori e auto non siamo felici stiamo riscoprendo filosofie improntate alla sobrietà, alla paura del futuro e contro il consumismo….. degli altri. Poco credibili e troppo tardi. Se poi qualcuno vuole tornare indietro quando i consumi erano per pochi, si accomodi. Io c’ero e mi è bastato…
    Mario

  18. Matteo Prestini scrive:

    @mario
    io torno di nuovo a concordare su quanto scrivi, e’ giusto e mi fa piacere che manco ci conosciamo e siamo cosi allineati (preferico i tuoi discorsi a quelli di molti amici che conosco da anni!!! :-))
    io per questioni anagrafiche non ho vissuto i periodi in cui i consumi erano pochi e non penso che siano stati bei periodi, ma quello che voglio e volevo con i precebenti post dire e’ che la sfera individuale del benessere e delle schiavitu non risponde per forza ai criteri di 2 telefonini, delle tv al plasma e delle macchine nuove! conosco tanta gente che lavora 6 ore al giorno, non x la crisi, ma semplicemente perche preferisce passare piu tempo con i propri cari, e di avere un arredamento di lusso, un’auto tedesca o un ipad non gliene frega nulla!! quando nel primo post ho fatto l’esempio del Tissot e del Rolex volevo dire che le dinamiche macroeconomiche partono poi in fondo dai singoli consumi e se, come credo, parecchia gente capisce e sa che non avra’ mai vero benessere se non gode delle cose che ha perche ne desidera sempre di piu belle, allora il “nemico interno” che individui tu non e’ poi cosi diffuso e cosi invincibile!

  19. Marina Leoni scrive:

    Il momento che vivi e che è sempre il migliore è ADESSO. Il passato è PASSATO, il futuro ancora non c’è, per cui trai i benefici più grandi e apprezza quelo che hai in questo istante. Tutto il resto in pratica è…fuffa.

    Da quando abbiamo scoperto certe armi (che non sono quelle vere), è stata un’escaletion. Per armi intendo i media, la produzione in serie, la necessità di avere sempre di più! Da quando abbiamo scoperto questo, corriamo tutti, dalla mattina alla sera; per il lavoro, per la promozione, per la carriera, per andare in vacanza, per avere la bella macchina, perchè per essere qualcuno devi possedere il massimo e ancora corriamo per avere la vacanza strafiga, mica a Cesenatico! Minimo dall’altra parte del mondo, altrimenti non sei nessuno. E trascuriamo gli affetti, la famiglia e non ci accontentiamo mai.

    E’ vero che siamo giunti all’alienazione, perchè oltre quello che abbiamo non possiamo più avere. Perchè davanti non abbiamo nemmeno una prospettiva di avere ancora di più…ma casomai quella di avere meno e ci sentiamo privi di tutto quello che innanzitutto ci è stato “promesso” molti anni fa e che non abbiamo saputo dosare.

  20. Mario Sassi scrive:

    @ Matteo. Chi può o vuole scegliere il suo modello di vita esiste ed è sempre esistito. Il consumismo per molti è solo un sogno che non si realizzerà mai. Il solo desiderio ha spazzato via ideologie consolidate e ridimensionato religioni e filosofie. Continua a muovere milioni di disperati tra i continenti attratti da una vita migliore. Noi occidentali (in senso generale) siamo spaventati a morte al solo pensiero di essere costretti a fare un passo indietro. Poi c’è chi ha valori e filosofie di vita estranei a questa valanga inarrestabile. Aumenteranno i consapevoli? Certo che si. Ma aumenteranno, e di molto, i mestatori. E questo ci spingerà ad essere più chiusi, egoisti e disponibili a qualsiasi avventura pur di difendere l’indifendibile. Questa è la mia preoccupazione. Per il resto condivido e pratico una vita sobria, attenta all’ambiente e rispettosa del prossimo e della cosa pubblica. Ma i rumori di fondo non mi piacciono. Tutto qui.
    Mario

  21. Lara Bellamico scrive:

    Grazie a te, Marco: un’ulteriore domanda stimolante.
    Direi che l’equazione non è sempre così, ovvero “mansione molto gestita (passami il termine…) = macchina. Pensiamo a ruoli come receptionist, hostess, addetti ai controlli, operatori call-center, e tutti quei casi dove non può esserci nè una sostituzione macchina, ma nemmeno, di solito, una discrezionalità tale da far scattare nell’individuo lo stimolo della passione e dell’identificazione con il proprio lavoro e quindi con i propri obiettivi personali: in questi casi la differenza la possono fare quei manager che sanno trasmettere bene gli obiettivi a qualunque livello e mansione, lasciando più discrezionalità su come raggiungerli (pur presidiando e correggendo…) e permettendo ai propri collaboratori di esprimersi intellettualmente. Se a questo aggiungiamo sempre giusti feed-backs – positivi soprattutto! – è più probabile che anche in un mestiere semplice si possa trovare, se non la propria ragione di vita, un bello stimolo personale e relazionale come individuo, (anche se la percezione di ciò è sempre molto soggettiva!). Tuttavia, sforzarsi in quella direzione (da parte di managers e azienda), lo ritengo un valido sistema per contrastare il senso di “alienazione”, di chi non ha trovato nel lavoro un modo per un’autorealizzazione. Contribuisce comunque a creare collaboratori più appassionati e produttivi, grazie a stimoli corretti.
    Ma secondo te dovrebbe essere il collaboratore a proporre per primo nuove idee di miglioramento nella propria mansione, o l’azienda a stimolarlo in tal senso?

  22. Simone Balocco scrive:

    @ matteo. Se qualcuno ci da queste responsabilita, noi ce le prendiamo. Purtroppo invece un sistema “gerontocratico” come quello italiano da poca voce in capitolo. “Voce in capitolo” che arriva, invece, da internet.
    Concordo con Marina.

  23. Marco Basile scrive:

    …La mia risposta era dichiaratamente “estrema”. Ricordiamoci però che non molto tempo fa esistevano persone che smistavano linee di un centralino o emettevano il biglietto del pedaggio autostradale…

    Sono totalmente concorde sulla tua analisi e soprattutto sullo stile manageriale suggerito.

    Credo che anche nelle professioni da te menzionate è evidente la possibilità di “metterci del proprio” e di attribuire un significato personale al compito professionale – talvolta con il supporto e l’ausilio di un manager o di un intero team a cui si appartiene – e che laddove questo avvenga sia scampato il pericolo della sostituzione!

    Quanto al tema di a chi attribuire la responsabilità dello stimolo motivazionale, credo che possa portarci ad un altro quesito.
    Infatti, se fosse il collaboratore a proporre nuove idee di miglioramento della propria mansione significherebbe che già vede in essa la possibilità di uno spazio di espressione di sé; quindi in questi casi o le organizzazioni assecondano (pur in un processo mediato con obiettivi, regole e limiti) le istanze del collaboratore o rischiano di generare demotivazione (esistono, benché in via di estinzione – me lo auguro! – aziende dove risuonano frasi simili a “lei non è pagato per pensare…”).
    Ci sono aziende in grado di
    a) stimolare proposte di miglioramento della propria mansione
    b) assecondare istanze di espressione del sé attraverso cambiamenti organizzativi della propria mansione?
    Certamente sì, anche se le più note appartengono alla mitologia delle organizzazioni (Google, Gore, ecc…) Quali altre?

  24. Domenico Famà scrive:

    Mah, che sia vero o meno, personalmente penso sia una polemica superata (ahime) in questo breve arco di tempo che ci separa dall’inizio di questa crisi.
    Le riflessioni sul dowsizing avevano molto più senso quando eravamo (come oggi certo) presi da un vortice di lavoro, profitti ed indebitamento che sembrava non avere fine. Eppure cominciava ad usurarci, anche come individui.

    Oggi il tema non è, a mio parere, quello di uscire da quel vortice: basta aspettare abbastanza ed il problema del lavoro rischia di assumere ben altra dimesnione.

    Il punto oggi temo non sia più quello di ridurre i ritmi per dedicarsi ad un elegiaco ritiro, temo sia piuttosto come rimboccarsi le maniche in modo diverso per salvare almeno una parte del “capitale”.

    Ma volentieri mi confronto con opinioni contrarie.

  25. Lara Bellamico scrive:

    Ben ritrovato, Marco.

    Ancora interessanti le tue riflessioni e i tuoi quesiti ulteriori. Provo a
    sviluppare ulteriormente.

    Sono assolutamente d’accordo con te che sì, ovunque ci possa essere
    effettivamente la possibilità di “metterci del proprio”, quando la mansione
    non permette un’autorealizzazione. Un “proprio”, non necessariamente
    (solo) professionale, ma che vedrei più personale, di atteggiamento. Il
    fattore chiave credo sia l’intelligenza “sociale” (o “emotiva”, per
    ragionare come Daniel Goleman…) del soggetto. Ci sono infatti persone che,
    pur avendo un ruolo semplice, possono rendersi “insostituibili”, come
    accenni tu. Ci sono ad es. operai o addetti capaci di “fare team” di
    stimolare i colleghi e di fare da “collanti”, di attivarsi anche ove non
    viene loro richiesto, di anticipare errori, di risolvere positivamente
    situazioni e conflitti all’interno – o ai “confini” – del gruppo con buona
    efficacia e senso di responsabilità. E queste persone sono davvero
    preziose, a tutti i livelli gerarchici.

    Recentemente ho avuto un piccolo disservizio con un gestore telefonico (non
    TIM). Ho chiamato il call center. L’operatrice, molto gentile, non solo mi
    ha “promesso” che si sarebbe incaricata direttamente di approfondire la
    cosa [dimostrando quindi responsabilità diretta verso il cliente], ma mi ha
    poi richiamato esattamente all’ora pattuita il giorno dopo [precisione,
    puntualità, celerità], comunicandomi la soluzione del problema [efficacia]
    ed il completo rimborso [cura della “retention” del cliente].

    In questo caso credo che il suo atteggiamento fosse ovviamente stimolato
    dalla compagnia, non puramente spontaneo, ma in ogni caso è stato fatto
    proprio dalla ragazza, con successo. Un buon esempio, non trovi?

    Quanto oggi le aziende siano dunque in grado di riconoscere, e di dare
    valore ad un atteggiamento positivo e proattivo? Secondo me sempre di più.
    Se ne avverte il bisogno.

    Probabilmente è meno sentito dai manager “di vecchio stampo”, (e speriamo
    che siano una specie in “estinzione”!) ma in alcune aziende che conosco, ci
    stiamo arrivando. E’ l’era dello stimolo da più parti ad adottare codici
    etici ed essere eticamente sempre più corretti, dell’impegno sociale,
    dell’importanza della responsabilizzazione e coinvolgimento (“mi porti
    soluzioni, non problemi!” al posto del deprimente “Lei non è pagato per
    pensare”) della diffusione di bonus e premi legati non più solo alla
    produttività, ma anche a valutazioni “comportamentali”. I seminari che mi
    sembra di sentire in questa direzione sono tanti.

    Nella nostra azienda stiamo studiando come premiare questi comportamenti, a
    patto sempre, di aver conseguito discreti risultati. Implementare un
    sistema meritocratico che stimoli correttamente questi approcci la trovo
    per le nostre aziende, piccole o grandi, però anche una “frontiera” da
    superare, dove le “guardie” sono rappresentate dalla cultura, ancora
    purtroppo molto sedimentata, incentrata sull’appiattimento e sui soli
    diritti (e qualche dovere), cavalcata dai soliti opportunisti. Ma qui si
    va su un altro argomento…

  26. Vittorio Mascherpa scrive:

    Mi allineo senz’altro al punto di vista di Marco, e anzi lo porto all’estremo, con la considerazione che esistono ambiti (come quello Zen e quello Benedettino) in cui anche il lavoro più semplice è pieno di senso e diventa addirittura strumento di perfezionamento individuale.
    Quello che è importante, però, e che rende queste esperienze potenzialmente preziosissime nell’ambito delle imprese, è che la valorizzazione di cui parlo non è di tipo cognitivo ma schiettamente esperienziale. Il valore, cioè, non è “attribuito” (a seguito di un ragionamento o di una fede), ma “scaturisce” dal lavoro stesso.
    Per dirla in parole semplici, non è che il praticante Zen o il monaco benedettino “si convincano” che quello che fanno è importante, o che “se lo facciano piacere”. No: è che gli piace davvero!
    Il segreto che questi hanno scoperto è che la creatività non è nel “cosa” ma nel “come”. Non è nel cosa facciamo, ma nel come lo facciamo.
    Chi ha detto che “creatività” coincide con “originalità”, e che un lavoro sempre uguale non può essere creativo o interessante?
    Un fiore che sboccia o un parto sono il massimo della creatività, ma anche, nello stesso tempo, il massimo della banalità..!
    Il messaggio forte delle esperienze che ho citato è che “chiunque” può svolgere “qualunque” tipo di lavoro ricavandone interesse e soddisfazione (anche senza essere buddhista o cristiano…).
    E’ questa, peraltro, la chiave che sta alla base del pensiero lean, e che spiega come mai qui in occidente non funziona come dovrebbe..!
    Ma questa è un’altra storia…

  27. Mauro Bonello scrive:

    avere o essere di fromm diceva più o meno le stesse cose!

  28. Enrico Espinosa scrive:

    Prendete il mio seguente commento come una osservazione nuda e cruda senza alcun risvolto politico od economico.
    Il progresso, il benessere e la salute ci permettono di avere una aspettativa di vita più lunga e quindi di godere della vita per più anni.
    Ma poi la conseguenza che traggono tutti gli economisti è: ” le aspettative di vita si sono allungate e quindi dobbiamo rimanere più anni a lavorare”
    La salute ed il progresso sono servite per aumentare solo la produttività? Chi ne gode?

  29. Andrea Sharaf scrive:

    Ha tutto molto senso quello che ho letto. Congratulazioni!
    Io mi permetto solo di rispondere a Marco quando chiedeva quali altre aziende oggi spiccano per la loro capacità di motivare e promuovere i propri collaboratori.
    La mia azienda è questo. Quindi..sì, ci sono delle aziende che sono “rewarding” ovvero che danno indietro ai propri dipendenti o partner quello che prendono.
    Questi nuovi modelli di business, come quello attuato dalla mia azienda, sono l’esempio di buona gestione, perchè mette al centro l’individuo e quanto esso da all’azienda.
    Cerchiamo questi modelli e, quando li abbiamo trovati, non perdiamoli!

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