Qualsiasi tipo di comunicazione è una serie di reazioni e controreazioni.
Di norma, le persone, soprattutto in contesti difficili, reagiscono alle nostre parole nello stesso modo con cui noi reagiamo alle loro, per cui rasserenare l’ambiente, piuttosto che incancrenirlo, dipende anche da noi, dalla nostra volontà di voler riuscire a non farci travolgere dagli eventi non piacevoli.
Quindi, soprattutto in contesti “tesi”, avere la capacità di reagire diversamente alle aspettative della controparte (ad esempio seppur pesantemente provocati restiamo sereni e pacati, ma allo stesso tempo fermi e decisi) può spezzare il circolo vizioso, ridimensionando la situazione spiacevole e migliorando la comunicazione tra le parti.
Tutti reagiamo all’imbarazzo ed alla timidezza in modo diverso; ci sono persone timide e schive, ed altre estroverse e talvolta esageratamente esuberanti e sicure di sé.
Rispondere bruscamente a tono a qualcuno che ci sta “disturbando”, è una reazione perfettamente naturale, ma difficilmente questo migliorerà una situazione, se non per il fatto che l’esserci sfogati, almeno per un breve lasso di tempo, possa essere una soddisfazione.
In realtà ci siamo lasciati trascinare nel “marasma comunicativo” della nostra controparte.
Personalmente quando percepisco che la mia parte emotiva, quella strettamente legata al mio piccolo ego, sta per prendere il sopravvento, cerco in ogni modo di rimandare la questione, anche solo di qualche istante, al fine di recuperare quell’equilibrio interiore che può farmi uscire indenne, o con i minori danni possibili, da una “relazione” controversa.
Riuscire a riequilibrarsi vale sia quando abbiamo a che fare con persone prepotenti, sia quando il prepotente potremmo essere noi.
Di fronte ad un attacco personale abbiamo la possibilità di difenderci ad oltranza, magari contrattaccando allo stesso modo, dando vita a un bel gioco a somma zero di tipo cruento, con la più probabile delle conseguenze: allontanare definitivamente le “parti” salvo poi obbligarle, se costrette comunque a relazionarsi, ad arrampicarsi sugli specchi per costruire quantomeno una “pseudo relazione formale” che le aiuti nei loro intenti.
Possiamo invece rimanere calmi ed attendere la fine della “requisitoria” della nostra controparte per poi chiedere “a questo punto cosa possiamo fare per risolvere il problema”?
Le reazioni a questa domanda possono andare dall’ulteriore innalzamento dei toni della controparte, al suo spostare l’angolo di visuale dal volersi sfogare al voler risolvere il problema.
Mi è capitato di ripetere anche più volte in uno stesso colloquio la richiesta di come avremmo potuto risolvere la situazione (argomentandone e motivandone il perché) non cavandone un ragno dal buco, ricevendo anzi improperi e vibrazioni di rabbia, ma nella maggior parte dei casi, se non alla prima, alla seconda richiesta la controparte comincia a mutare atteggiamento ed obiettivo.
Se alla rabbia rispondiamo con la rabbia è quasi sempre garantito che il nostro interlocutore ci risponderà alzando i toni, con la conseguenza che l’uno finirà col non rendersi minimamente conto di quello che l’altro sta dicendo, a prescindere dalla verità e dall’oggettività delle sue affermazioni.
Controllando invece le nostre emozioni non solo avremo la possibilità di capire e di farci capire, ma ritroveremo  sicurezza e padronanza nella situazione.
Arrabbiarsi non è l’unica reazione dannosa che possiamo avere; è negativo anche non riuscire a farsi valere, scusarsi e mettersi eccessivamente sulla difensiva.
Gestire un contesto difficile richiede una grande apertura, anche laddove sarebbe naturale chiudersi.
Una persona che si stava sfogando con un suo fornitore utilizzando termini e modi poco urbani si sentì dire a un certo punto “Mi dispiace che, nonostante tutti i tentativi, io non riesca a trovare il modo di poterle essere utile. Spero almeno che l’avermi manifestato tutto il suo disappunto l’abbia, almeno, fatta sentire meglio”.
La reazione della persona fu non solo di scusarsi, ma di divenire collaborativa per quello che era il suo vero obiettivo: risolvere il proprio problema.
Occorre gestire e padroneggiare le proprie emozioni . . . sempre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Set your Twitter account name in your settings to use the TwitterBar Section.