Alcune persone, quelle che si arrendono facilmente di fronte alle proprie sventure, dicono in genere: «È colpa mia, durerà per sempre, andrà tutto in rovina».
Altre, quelle che resistono alle avversità, si dicono: «E colpa delle circostanze, passerà presto; del resto, ci sono molte altre cose nella vita».
Il  modo abituale di spiegare gli eventi negativi è qualcosa di più delle parole che diciamo a noi stessi, è un’abitudine di pensiero che apprendiamo nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza; deriva direttamente dalla visione che abbiamo del nostro posto nel mondo, a seconda se pensiamo di essere una persona di valore e meritevole, o indegna e immeritevole.
È ciò che ci qualifica come ottimisti o pessimisti.
Le persone che si arrendono facilmente credono che le cause degli eventi negativi che capitano loro siano permanenti.
Pensano che tali eventi dureranno per sempre e che incideranno permanentemente sulla loro vita.
Le persone che resistono all’impotenza, credono che le cause degli eventi negativi siano temporanee.
Se pensiamo agli eventi negativi in termini di sempre e mai, e li vediamo come elementi costanti, abbiamo uno stile pessimistico e permanente.
Se pensiamo ad essi in termini di  talvolta e ultimamente, se li qualifichiamo con aggettivi e li attribuiamo a condizioni temporanee, abbiamo uno stile ottimistico.
Il fallimento rende ognuno di noi temporaneamente impotente.
È come un pugno allo stomaco, fa male, ma poi passa.
In alcune persone il dolore sparisce pressoché istantaneamente, per altre, il dolore rimane; brucia, fa arrabbiare, si trasforma in rancore.
Le persone che credono che gli eventi positivi abbiano cause permanenti sono più ottimiste delle persone che credono che essi abbiano cause temporanee, le perone pessimiste li imputano a cause transitorie.
Le persone che credono che gli eventi positivi abbiano cause per­manenti si impegnano ancora di più dopo che hanno avuto un successo.
Le persone che attribuiscono ragioni temporanee agli eventi positivi possono arrendersi anche quando hanno un successo, ritenendo che esso sia imputabile alla fortuna.
Alcune persone, poi, riescono letteralmente a chiudere in un cassetto i loro problemi e ad andare avanti anche quando subiscono un’avversità in un campo importante della loro vita, ad esempio il lavoro o un legame affettivo. Altre soffrono per ogni cosa;  fanno di tutto una catastrofe.
Quando un aspetto della loro vita fallisce, tutto va in rovina.
Ciò significa che le persone che danno spiegazioni universali ai loro fallimenti, quando esperiscono l’insuccesso in un’area, si arren­dono anche su ogni altra cosa.
Viceversa, le persone che danno spiegazioni specifiche possono diventare impotenti nel campo in cui hanno sperimentato l’insuccesso, ma mantenersi attive e risolute in altri ambiti della vita.
L’ottimista crede che gli eventi negativi abbiano cause specifiche e che gli eventi positivi si manifesteranno in ogni cosa che farà; il pessimista crede che gli eventi negativi abbiano cause universali e che gli eventi positivi siano causati da fattori specifici.
Trovare cause temporanee e specifiche alle avversità è l’arte della speranza.
Le cause temporanee limitano l’impotenza nel tempo e le cause specifiche limitano l’impotenza alla situazione di origine.
Attribuire cause permanenti ed universali alle avversità della vita è tipico della disperazione.
Le persone depresse spesso si assumono la responsabilità degli eventi negativi in maniera ingiustificata.
In che modo concepiamo le cause delle avversità, piccole e grandi, che ci accadono?
Se la nostra natura non è proprio ottimista, cerchiamo almeno di essere possibilisti.

10 Responses to Siamo ottimisti o pessimisti?

  1. Valerio Avagliano scrive:

    Basta un ragionamento di efficienza:
    Ho avuto una sventura – Passato KO
    * Sono pessimista – rovino il presente e non pongo basi per il futuro
    * Sono ottimista – mi godo il presente e guardo costruttivamente avanti
    Cosa conviene?

  2. Vincenzo Picone scrive:

    …la mia parola d’ordine è………….. “se vedete il bicchiere mezzo vuoto, tagliate una parte del bordo superiore e ridiventerà mezzo pieno!

  3. Cosimo Licciardello scrive:

    Caro Oliviero, condivido il tuo scritto e consentimi di esternare un mio pensiero in merito. Le persone di cui parli sono quelle che non “sognano” più e muiono, senza un sogno, riferito alle metè da raggiungere, la vita non è nulla. Per realizzarlo occorre una buona “MOTIVAZIONE”. Non basta solamente sognare ma, occorre avere un buon Motivo che ti spinge alla meta e più importante applicare una forte AZIONE costante e decisa piena di grandi sacrifici, dove il NO deve rappresentare uno stimolo ad aumentare l’impegno profuso per raggiungere l’obiettivo. Non voglio dilungarmi di più… nè tediare nessuno.Grazie dell’opportunità che mi hai dato.

  4. Consuelo Piccini scrive:

    è la parola fallimento che non mi torna. La leggenda vuole che solo chi non fa niente non sbagli, ma chi si muove da qualche parte qualcosa rischia. Ora io non vedo perchè la persona che decide di sfidarsi, di alzare l’asticella, di fissarsi degli obbiettivi e fare di tutto per raggiungerli debba poi considerare un fallimento non riuscirci. Se solo ci si desse un po ‘di tempo, qualche volta il successo lo vedrebbe proprio nel non esserci arrivati.
    Infatti valutare sconfitte e successi sulla base di singoli eventi è semplice ma poco funzionale. Come dice Oliviero, rende impotenti. E’ necessaria una visione più ampia della propria vita. Quando accade qualcosa bisogna prendere le distanze, guardarla dall’alto e vederla incastrata in tutto il resto. Il tassello di un puzzle in cui anche quell’evento ha un senso. Al quadro intero il senso lo dobbiamo dare noi… è questo a renderci potenti.

  5. Matteo Prestini scrive:

    se riuscirai ad affrontare il successo e l’insuccesso trattando quei due impostori allo stesso modo. .. il mondo sara’ tuo allora, con tutto quanto contiene, e -quel che piu’ conta – tu sarai un uomo, ragazzo mio!
    JRK

  6. Antonello Goi scrive:

    Devo ammette che la causa dei miei insuccessi è stata causata dalle mie scelte, anche se, forse, determinate contingenze mi hanno spinto nella direzione sbagliata. In un caso la scelta sbagliata, consapevole e sofferta, è stata subire un lungo periodo e percorso di mobbing che ha ingessato ogni motivazione e chiarezza nel pormi degli obiettivi. Ora che tutto è passato mi resta il “rimpianto” di non aver reagito, ma questo periodo di “riflessione” ha posto le basi per raggiungere altri insperati successi di cui vado orgogliosamente orgoglioso. L’esperienza mi ha insegnato che occorre razionalizzare le avversità, scomporle per individuare quali sono i singoli componenti e verificare se esistono davvero o sono solo percezioni, e se esistono quale è davvero la loro gravità. In sintesi applicare il problem solving, il diagramma di Pareto, farne un Pert, fare tutto meno che lasciarsi governare dall’emotività. Una buona e serena giornata
    Antonello

  7. Valerio Avagliano scrive:

    Consuelo, il male peggiore è che viene considerato peggio chi ci prova ma al limite fallisce che chi vive nell’Ignavia

  8. Marco Malnati scrive:

    Oliviero la distinzione che proponi è principalmente tra coloro che hanno motivazione intrinseca ( ovvero pensano che sia merito/demerito loro) , ed estrinseca ( il fato, destino etc etc). Tanto più uno ha centrale dentro di sè l’idea di essere l’artefice della situazione, tanto più si sente responsabile della situazione. Coloro che hanno un elevato senso di responsabilità, tendono a smaltire con più fatica le delusioni.
    Le delusioni fanno male a tutti naturalmente, ma non c’è nulla di meglio di capire dove abbiamo sbagliato per riprovarci in futuro con più determinaziomni e maggiori chances di successo. Autoflaggellarsi infatti, non porta lontano, ma nemmeno dirsi ” non era la mia strada, non era la mia ora etc etc.., ” che diventano spesso solo un modo per proteggersi dall’emozione (la delusione appunto).

  9. Luca Amari scrive:

    Perdere l’entusiasmo provoca rughe nell’anima – Dale Carnegie

  10. Massimo Saccol scrive:

    Sono d’accordo con Anonello. Alcune volte essere costretti a riflettere dopo una pesante sconfitta può aiutare. L’importante è non trasformare questo momento in un covo di rancore. In quei momenti è facile lasciarsi andare al peggio di noi stessi e rodersi dentro rovinandosi fuori. Ma, a ben pensarci, quello è un ottimo punto di partenza per ripartire migliorandosi.
    Dopo una sconfitta, una vittoria anche timida si gusta anrora di più.

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