Potremmo stare ore a discutere sulla felicità.
La felicità è un modo di essere: non c’è nessun motivo per essere felici, nel senso che non c’è nessun motivo per non esserlo.
Quello che forse spesso ci manca è un qualcosa di importante per andare avanti nella vita di tutti i giorni, per decidere cosa fare, quasi per poter “giustificare” il fatto di essere felici, anche se non ci sarebbe bisogno di giustificazioni…
Secondo questo ragionamento, siccome la nostra vita va avanti come la impostiamo noi, la nostra felicità dipende da noi, e quindi ognuno di noi ha il suo particolare tipo di felicità: non esiste “la felicità”, esiste la tua felicità, la mia felicità, la felicità di ciascuna singola persona che vive nel mondo.
E questo non è bellissimo? Che soddisfazione ci sarebbe se fosse già tutto definito, già tutto fatto, se ci fosse una “soluzione unica”? Il bello della vita è appunto viverla, correndo magari il rischio di sbagliare.
Se proprio vogliamo scovare un sistema per essere più felici, o per  non sentirci “colpevoli” di essere felici (che comunque è un po’ da paranoici), secondo alcuni un modo potrebbe essere aiutare gli altri ad essere più felici.
Chi lo sa, magari può bastare aiutare una persona sola a prendere coscienza che, soddisfatti i bisogni fondamentali, sicuri che nessuno soffra per colpa nostra,  non c’è proprio motivo per non essere felici!
L’importante è provarci, iniziando a prendere le cose con lo spirito giusto.
Non facciamoci imporre o suggerire dagli altri quali cose dobbiamo fare o pensare per essere felici.
Il processo di globalizzazione sta cercando di globalizzare anche la felicità, ma non siamo tutti felici nello stesso modo.
Nella storia, il dominio di una certa idea di felicità ha creato tensione, odio e paradossalmente infelicità.
E questo si sta ripetendo: i mezzi di comunicazione di massa tendono a proporre un’idea standard di felicità, una felicità in scatola che spesso finisce per violentare l’idea di felicità personale, e anche l’idea di felicità propria di altre culture, scatenando violenza ed incomprensione invece di creare arricchimento.
Non solo.
Se qualche secolo fa la felicità era un privilegio di pochi e dopo la Rivoluzione Francese un diritto, oggigiorno la felicità è quasi un dovere, anzi un obbligo.
Rifiutiamo la sofferenza, la morte, la fatica, il sacrificio, come se non fossero altre facce della felicità, come se i momenti più belli della nostra vita non venissero spesso dopo periodi di sacrificio e magari anche dolore.
Eppure la modernità dovrebbe rendere più facile l’essere felici. Stiamo fisicamente bene, abbiamo mille possibilità di divertimento, di socializzazione e comunicazione. Non solo la tecnologia ci aiuta, ma anche il maggior tempo libero a disposizione. Eppure la tentazione di chiuderci in noi non è mai stata così forte: non possiamo vivere senza gli altri ma l’incontro con gli altri ci mette spesso in difficoltà. Persone, visioni della vita e del mondo, culture, religioni. E un senso di individualità esasperante, una cultura o pseudocultura che identifica la felicità con la completa soddisfazione dei capricci individuali.
Che felicità è quella che mette i piedi sui sentimenti, sulla fiducia e sulla felicità degli altri?
Ma è così difficile essere felici? E serve proprio essere felici?
Ma sì, ogni tanto fa bene essere felici con sé stessi, sentirsi bene e un pochino soddisfatti. Ogni tanto serve sentirci a posto con il resto del mondo. Per farlo forse serve comprendere ed accettare sé stessi, serve comprendere ed accettare gli altri, con tutta la dose di pazienza conseguente… Serve capire cosa possiamo fare, cosa è giusto fare per noi e per gli altri. Serve anche capire quando fermarci un po’ e non fare proprio niente.
Il concetto stesso di felicità è di proprietà del pensiero occidentale, come pure il concetto di meta da raggiungere.
Nel cinese antico (in realtà non esiste una sola lingua “cinese” ma sarebbe un lungo discorso) non esistono parole per “felicità” o per “meta”, “obiettivo”… In effetti alcuni studiosi spiegano questo con il fatto che i cinesi, più saggi di noi o forse solo più fortunati, hanno schivato fin dal principio (e quindi poi di conseguenza anche nelle opere dei filosofi: Zhuang-zi o Chuang-tzu, Laozi o Tao tê ching, ecc), il concetto di “felicità” e quindi anche quello di “infelicità”, che vanno a braccetto, e hanno invece privilegiato il concetto di equilibrio, di nutrire giorno per giorno la propria vita senza eccessi, senza aver bisogno di una meta… cosa molto comoda visto che se ci pensiamo bene permette di essere soddisfatti ogni giorno invece che stare in ansia fino a quando non si raggiungerà la agognata meta.
I concetti felicità / meta infatti hanno parecchi svantaggi. Primo bisogna vedere se la si raggiungerà questa meta. Secondo molte volte una volta raggiunta questa meta la “felicità” finisce presto, e si ha bisogno di un’altra meta.

In effetti siamo un po’ sfortunati ad essere nati occidentali… il pensiero occidentale (o meglio il pensiero nato dalla lingua greca / latina) cerca mete, felicità, seziona e spacca il capello in quattro, il pensiero orientale (o meglio il pensiero nato dalla lingua cinese) dice essenzialmente stai tranquillo, agitati di meno, pensa a quello che stai facendo oggi. In effetti il pensiero orientale più ampio che si riferisce al Tao / Lao-tse trova eccessivo anche Confucio, che aspirando alla “virtù” si pone già una meta e quindi si agita già troppo. Secondo i contestatori di Confucio, nemmeno a dirlo, aspirando “troppo” alla virtù si rischia di non raggiungerla, e, anzi, di fare del danno.
Il che se ci pensiamo ha senso: quante persone fanno o hanno fatto nella storia danni più o meno terribili, partendo da buoni principi e buone intenzioni…
Insomma per esempio anche “aiutare gli altri” può essere un gran danno, se non hanno nessuna voglia di essere aiutati.
Comunque sia, questo pensiero occidentale ora invade l’oriente… ma l’occidente a volte non è molto soddisfatto…  quindi mentre una parte dell’occidente “invade”, un’altra si interessa anche al pensiero orientale.
Ci si sente un po’ una mosca bianca nello scrivere la prima parte di questa pagina (non c’è nessun motivo per essere felici, nel senso che non c’è nessun motivo per non esserlo)… che forse è il caso di essere contenti che oggi c’è il sole, o è una bella serata, pensare un po’ di più alle cose di tutti i giorni e rincorrere meno la carota e la paura del bastone.
D’altra parte a volte è bello avere qualche meta da inseguire, qualcosa per cui valga la pena.
Forse il concetto potrebbe essere quello di scendere dal treno che molto spesso ci trasporta, per fare un nostro cammino a piedi: più tranquilli, più in armonia con il mondo, senza rinunciare a qualche meta ma godendoci di più il viaggio…
Cominciando a parlare per paragoni come i cinesi quindi per quanto riguarda viaggiare il  cervello può viaggianre molto.
(www.Paperinik.com)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Set your Twitter account name in your settings to use the TwitterBar Section.