Le imprese devono oggi cambiare in continuazione, operando su scala globale e reinventando se stesse accettando di competere in un mercato sempre più allargato.
Vi sono sempre più imprese che localizzano attività produttive in estremo oriente e l’outsourcing (che permette minori costi – almeno a breve), le core competence (come fattore chiave di successo), e i processi orizzontali (invece dei tradizionali gerarchico-piramidali) sono pratiche ormai consolidate.
L’impresa viene concepita come “un’organizzazione che apprende”, e che si prepara ad una “concorrenza” sempre più segmentata, rapida, con prodotti personalizzati e canali commerciali sempre meno costosi.
Le teorie manageriali sul tema dell’innovazione, spiegano raramente come “fare praticamente ad innovare”, pur raccontando di case history che identificano correttamente i fattori chiave per il successo:
• Differenziarsi dai concorrenti, a meno di non essere già un leader
• Puntare sulle discontinuità offerte dal mercato e dalle tecnologie
• Allearsi con fornitori, clienti e persino concorrenti per innovare
• Localizzare impianti, fornitori, centri di ricerca, ecc. più convenienti
• Focalizzare le proprie risorse sui propri fattori distintivi
Le aziende devono essere magre e piatte, ma tutto ciò non è sufficiente per innovare e per vincere in un mondo globalizzato e che cambia in continuazione.
Quando le situazioni si fanno sempre più confuse, bisogna tornare alle origini, rifarsi alle basi.
Gli imprenditori di prima generazione, hanno avuto successo perché hanno saputo assumersi i giusti rischi, innovando il modo di fare concorrenza, legando a sé persone diverse e complementari, andando a “comprare” il talento ovunque esistesse.
Per questo genere di imprenditori la priorità fra i prodotti e i mercati sono definite più in funzione della qualità delle risorse umane disponibili, che di formule matematiche per calcolare il ritorno atteso.
Le risorse umane (e tutte le recenti teorie manageriali vi pongono l’accento) sono la vera fonte dell’innovazione in azienda, ed il fatto che le stesse siano considerate “il più grande asset dell’impresa” è diventato un luogo comune; purtroppo ci sono amministratori delegati che credono di poter gestire cuore, anima e cervello dei propri dipendenti con un sistema di incentivi monetari.
I manager che pensano di essere bravi, che parlano dell’azienda come se fosse loro, che usano l’io anziché il noi, che pensano di dover prendere personalmente molte decisioni e che ignorano i bisogni di immagine e realizzazione dei propri collaboratori, sono strutturalmente incapaci di cambiare l organizzazioni e di innovare.
Per contro, quei manager che sanno di non sapere, che non hanno esigenze interne di primeggiare ad ogni costo e che non si sentono insicuri, hanno la possibilità di focalizzarsi sul “successo degli altri”, ottenendo in cambio innovazione e sviluppo per la propria impresa.
Perseguire il “successo degli altri” richiede che, prima di tutto, si pensi in modo originale a come migliorare una determinata situazione, poi si faccia leva sulla capacità e sull’entusiasmo di tutti quelli che possono contribuire a comprendere il problema e a definire soluzioni, mettendo infine in atto i necessari programmi di intervento.
Paul Valery diceva “E’ meglio la soluzione approssimata ad un problema correttamente definito, che la soluzione giusta ad un problema sbagliato

17 Responses to Quali complessità per il management del futuro?

  1. Mi sembra tutto molto corretto, aggiungerei che è molto importante per il manager essere disponibile al cambiamento nella propria azienda perché il cambiamento che avviene cambiando lavoro è scontato, mentre la gestione di forti cambiamenti in azienda spesso non lo è.
    Quando i manager (e i dipendenti in genere) uniscono la disponibilità al cambiamento alla fedeltà all’azienda e ad un forte spirito di squadra nascono sempre casi aziendali di successo.

  2. Luigi Capperoni scrive:

    Buon pomeriggio Oliviero, sono d’accordo con Paul Valery e proverò anche a spiegare per quali motivi.
    Il primo elemento da considerare e che non sempre è possibile disporre del tempo necessario ai mutamenti in termini di organizzazione e strutturazione, percorso che se da una parte comporta un cambiamento culturale – auspicabile più che mai – dall’altra si pone come un cammino lungo e doloroso.
    Come secondo elemento da non perdere di vista – almeno a mio avviso – è che il desiderio di “innovarsi culturalmente” mal si sposa con il fatto che molte PMI “soffrono” di campanilismo ovvero difficilmente si sono dovute sino ad oggi confrontare con realtà ( anche banalmente regionali ) diverse…..e questo aspetto temo che non abbia minimamente nè favorito nè stimolato la crescita, professionale e di mercato.
    Infine una mia considerazione “geometrica”.
    La distanza più breve tra due punti non è la linea retta in quanto tra A e B ci sono sempre degli ostacoli, alcuni dei quali è possibile eliminare ed altri dei quali è necessario schivare.
    La distanza più breve tra A e B quindi la si ottiene non perdendo mai di vista B ( se si parte da A ). Intendo quindi dire che certamente bisogna darsi una mossa e non perdere tempo ma se camminando tra A e B si frapponesse un muro, sarebbe arduo continuare per la famosa linea retta..

    Quindi, tenendo conto delle condizioni del tragitto, sarà utile non perdere di vista le strategie dei competitors, la legislazione, l’etica imprenditoriale, tutti elementi non sono non trascurabili, ma soggetti a frequenti mutamenti nel corso del tragitto.

    Sempre a mio avviso la distanza più breve per arrivare all’obiettivo ( come abbiamo ipotizzato, dal A a B ) la si ottiene utilizzando adattandosi ed adattando gli elementi sopra citati al cammino che di desidera percorrere ( ovvero quello che un buon manager dovrebbe saper fare ad occhi chiusi )

  3. Marco Mazzanti scrive:

    Concordo anch’io, il time to market deve essere un elemento da non trascurare.
    Il manager deve abituarsi a decidere in fretta anche senza tutti gli elementi valutativi.
    Essere allenati al decisionismo, non temere di sbagliare e piuttosto abituarsi a perfezionare la rotta in passi successivi.
    Da tecnico una volta ero abituato a validare il progetto dopo troppe certezze, i miei progetti arrivavano al mercato in tempi troppo lunghi.
    Oggi che coniugo una visione del progetto quasi imprenditoriale, so che la priorità tra performance, costo e time to market è appunto il timing.
    Meglio per me abituarsi a prendere 100 decisioni al giorno con il rischio di sbagliarne 3-4, che prendere 10 decisioni riflettendoci troppo a lungo.
    Più decisioni prese serve a costruire esperienza e intuito, ovvero la capacità di vedere la direzione giusta anche con pochi elementi in mano.

  4. Cristian Ranallo scrive:

    Oliviero Buongiorno,
    penso il management si trovi di fronte ad una svolta epocale:l’internazionalizzazione de
    mercati,la crescita vertiginosa dei paesi “ex in via di sviluppo” (BRIC) e soprattutto l’intenso sovraffollamento del vecchio mondo sta spingendo la gestione aziendale ad assumere nuove forme.
    L’innovazione senz’ombra di dubbio rimane l’ancòra di salvezza imprescindibile dalla vita aziendale.Innovazione rivolta alla qualità di prodotti e servizi ma soprattutto al network sociale aziendale.
    Il “rinascimento” umanistico in atto (spero che passi il concetto!)centra la persona come cardine del sistema:é lei che grazie ad una consistente e continua preparazione sfrutta al massimo le proprie competenze “sul campo”per agire.
    Il management ,riassumendo,dovrà dimostrarsi attento al progressivo ritorno del “saper fare manuale”capace sempre di piú di ottimizzare conoscenza teorica e pratica .
    Oliviero, tantissimi auguri per un felice 2012.
    Cristian

  5. Eugenio Ferrari scrive:

    Ci sono strade che si conoscono e si decide di percorrere partendo dalle esperienze consolidate, altre che non si conoscono e si decide di percorrerle “astraendo” dalle esperienze consolidate”, altre infine che non si conoscono e “si devono” percorrere senza nessuna esperienza consolidata e per così dire “rompendo gli schemi”, in una parola innovando.

    Da questo punto di vista INNOVAZIONE e CAMBIAMENTO possono apparire quasi sinonimi, ed è qui che noi dobbiamo domandarci, anche in chiave Politica (ho volutamente usato la P maiuscola), quando e come innescare un CAMBIAMENTO e quindi INNOVARE ?
    Dobbiamo cioè aspettare che lo status quo ci obblighi a cambiare, sovrastandoci con l’immanenza del disastro annunciato? Dobbiamo essere stretti all’angolo per cambiare ed innovare, percorrendo obbligatoriamente strade diverse da quelle note per sopravvivere (azienda, paese, mondo) ?
    Oppure il CAMBIAMENTO può e (a mio parere) deve essere anche pianificato e diciamo pure concordato insieme, evitando strappi e rivoluzioni, sempre con quella meravigliosa facoltà che appartiene solo agli esseri umani, l’astrazione ?

    Purtroppo ci stiamo accorgendo, dalla situazione quasi drammatica che stiamo vivendo oggi, che il mancato CAMBIAMENTO nel corso degli anni non è avvenuto perchè, in anni in cui tutti stavamo piuttosto bene, anche se la coperta diventava sempre più corta, nessuno a livello politico (questa è la forma che gli uomini si sono dati di autogoverno della società) ha avuto la forza di alzarsi e dire “Ehi, ragazzi, so che stiamo tutti piuttosto bene, ma è arrivato oggi il momento di cambiare tutto e fare sacrifici per evitare disastri domani”. Sarebbe stato preso per pazzo proprio da quelli, noi tutti forse, che oggi si lamentano per gli sprechi, la miopia e mancanza di lungimiranza “politica” del passato.
    Ecco quindi che scatta uno degli sport nazionali più amati, lo scaricabarile.

    Io penso invece che, tornando al tema della complessità dell’innovazione posto da @Oliviero, l’uomo si trova oggi improvvisamente con delle consapevolezze di gran lunga superiori a tutte le generazioni che ci hanno fin qui preceduto. Ecco perché a questo punto CAMBIARE e INNOVARE, nel management, nelle aziende e nella società stessa dovranno prendere obbligatoriamente una strada più consapevole, con delle formule innovative molto più attente e lungimiranti e soprattutto sempre più vicine alle reali esigenze dell’uomo.

    E le reti di imprese, per la loro stessa capacità di favorire l’ INNOVAZIONE e la grande attenzione che sanno riportare anche sulle esigenze umane, sembrano poter attuare questo disegno del CAMBIAMENTO sia economico che sociale. E’ chiaro, le reti sono solo uno dei tanti strumenti da porre in essere (e io credo abbastanza rapidamente) e non l’unico, ci mancherebbe altro. Ma in senso generale, per quanto attiene tutte le attività umane economiche e sociali, stavolta abbiamo tutti gli strumenti conoscitivi per sapere cosa accade quando si decide di cambiare qualcosa, ma soprattutto quando si decide di non cambiare mai nulla.

    E starà a noi, come sempre, decidere del nostro destino.

  6. Bruno Savini scrive:

    @ Eugenio, bellissima riflessione. Ai precisato bene,” soprattutto quando si decide di non cambiare nulla”.
    Ma oggi vedo finalmente una reazione da parte della societa’ migliore, che si vuole riprendere le sue responsabilita’, la consapevolezza di vivere veramente e di essere protagonisti del nostro tempo. Non lasciare fare agli altri, ma DETERMINARE, essere presenti nel confronto con gli altri.
    FELICI DI ESSERE.

  7. Bruno Savini scrive:

    Cambiamento- innovazione; dalla conoscienza del passato, gestire le complessita’ del cambiamento è difficile, ma possibile, serve la consapevolezza collettiva, che in questi giorni sta’ maturando, che tutto si è rimesso in movimento.
    Un nuovo modo di affrontare la realta’ attuale sta’ nel dare ed ottenere la fiducia degli altri, attraverso la cultura, che raccogliamo dal nostro passato e la consapevolezza della condivisione per uno sviluppo sostenibile e possibile.
    Una ITALIAN NEW WAY da costruire passo dopo passo con l’emancipazione di un nuovo sentimento collettivo diffuso

  8. Ugo Sgrosso scrive:

    Per rispondere alla crescente complessità – con le mie attuali opinioni – possiamo:
    prendere le decisioni al “tempo giusto”;
    mettere continuamente in discussione le proprie convinzioni;
    mettere in gioco – ogni volta che risulti praticabile – le diversità (di cultura e di opinioni);
    avere continui riscontri con la realtà, direttamente accertata; quindi agire come un artigiano. Es. “L’uomo artigiano” di Richard Sennett.

  9. Luca Bertozzi scrive:

    Bravo Ugo!
    Aggiungerei anche:
    Concepire le informazioni come un vantaggio competitivo e non come un segreto
    Passare dall’intuizione all’analisi
    Capire che occorre definire strategie (cioè relazioni causa-effetto) e avere il coraggio di ricostruirle nuove se serve
    Delegare, delegare, delegare…e quindi scegliere competenza, competenza, competenza, sempre, e non sicurezza.

  10. Luigi Capperoni scrive:

    Ciao Luca condivido l’esortazione sulla delega, un “fenomeno” quasi sconosciuto nelle aziende. Non a caso, in qualche mio commento fà, proponevo la seguente provocazione circa la selezione del personale tramite passaparola ovvero ;

    il passaparola – in genere, anche con affidamento della selezione del personale a società specializzate – non ha spesso come ultima finalità quella di vedersi arrivare in azienda un candidato che, in linea di massima ed anche perchè conosciuto, abbia caratteristiche non “critiche” ( in senso ovviamente costruttivo e migliorativo, magari apportate dalla sua esperienza ) verso il management ma fondamentalmente faccia da “yes man” e non turbi i già normalmente precari equilibri ?

  11. Luca Bertozzi scrive:

    @Luigi: sì. Purtroppo. Solo che così le aziende muoiono.

  12. Luigi Capperoni scrive:

    ….appunto….speriamo che dal male le aziende sappiano trarre il bene…..qual momento migliore della crisi quello in cui riorganizzare uomini, prodotti e servizi al fine di riprendere quote di mercato ? A mio avviso è un investimento obbligatorio ……e mi permetto di evidenziare come le reti d’impresa ( definendo più di un interlocutore ) possano ( è una grande potenzialità ) favorire quei meccanismi di cambiamento tanto necessari…..

  13. Ugo Sgrosso scrive:

    Credo convenga farci aiutare, nelle decisioni, da chi la pensa in modo diverso da noi.
    A cosa servono gli “yes man”?
    Però è difficile mettere insieme persone che la pensano in modo molto differente. Anche il dialogo che stiamo facendo, si arricchisce di persone – tutti volontari – che hanno molto in comune, in termini di opinioni. Allora: deleghiamo, decidiamo insieme a persone che la pensano in modo diverso da noi, ..al tempo giusto. Quindi, nelle imprese, possiamo valorizzare le opinioni “strane”. Inoltre possiamo consumare un po’ di tempo a capire perchè sono “strane”, per noi, proprio quelle idee.

  14. Roberto Parenti scrive:

    Caro Oliviero, la tua è una giusta domanda e viene fatta in un momento particolare della vita economica del paese. Io credo che la sfida più grande, tema del 2012 sia la “Solitudine Imprenditoriale/Manageriale”. Mi spiego meglio. Oggi mancano sempre più riferimenti su cosa e come fare per affrontare la crisi. Tutti gli elementi studiati e appresi sino ad oggi (salvo qualche eccezione), non corrispondono più alla situazione attuale.
    Le banche che sono sempre state un ostacolo all’imprenditoria Italiana, sono allo sbando completo, immobili e incapaci di eseguire il loro lavoro. Le Istituzioni, sono la causa principale del problema e dell’arretratezza del paese. Il management e l’imprenditore sono lasciati soli ad affrontare la situazione senza possibilità di confronto, supporto e direi impreparati a reagire in modo efficace.
    La responsabilità è, anche, la corsa sfrenata alla distruzione delle risorse umane e una mancata visione delle professionalità messe in gioco.
    Assistiamo continuamente a ricerche di personale a dir poco di fantascienza ( 3 lingue, 35 anni, manager ecc…) e gettiamo l’esperienza e la capacità di analisi dei nostri senior.
    Sono profondamente convinto che la “Solitudine Manageriale”, l’essere solo giudicato ma non interpretato, siano la sfida del 2012.

  15. Luigi Capperoni scrive:

    Perfetto Ugo ; l’unica difficoltà consta nel fatto che non sempre si è nella posizione e/o nel ruolo per valorizzare la opinioni “strane”. Il “bello” di alcuni gruppi, come per altro da te evidenziato, e che si ha la possibilità di farsi conoscere esprimendo le proprie idee….e non è poco !

  16. Gaetano Piazza scrive:

    Salve, IMHO molte aziende di successo sembra abbiano in serbo “segreti” che permettono di affrontare al meglio ogni situazione e che sembrano resistere molto meglio di altre alle varie crisi.
    Nella realtà hanno soltanto una consapevolezza dei problemi e delle loro finalità, condivisa dal punto di vista organizzativo, riescono cioè ad ascoltarsi, senza cadere nel tranello della complessità che rischia troppo spesso di affidarsi a ultra specialisti che non riescono ad avere una visione delle situazioni d’insieme (altri trovano consulenti eccezionali).
    Esse fanno uso del buon senso, del principio della correttezza e di tutte quelle doti che in genere si riferiscono ad una persona corretta e di sani “principi”.
    Il buon “vecchio” Jack Welch, era solito dire ai suoi “super manager” ad esempio, che la bontà di una strategia si vede se vale per il bottegaio che a fine giornata riesce comunque a misurare un vantaggio pratico…
    Alcune aziende si comportano come se da scorciatoie molto elaborate si possono trovare vantaggi competitivi durevoli, mentre alla fine fanno solo danni nel medio… E se sono fortunate, nel lungo termine.
    Quindi, per dare la mia piccola risposta ad Oliviero, credo che la complessità per il management del futuro sarà riuscire a tornare alla semplicità, quella che come osserva Cristian, punta (ma sul serio) alla centralità delle persone, dentro e fuori dall’azienda, con vantaggi degni dei più complicati consigli dei vari Guru di turno.
    Grazie dell’occasione, un saluto cordiale a tutti.

  17. Gaetano Piazza scrive:

    Dimenticavo il tema dell’innovazione… Basta cercare il miglioramento, anche di ciò che sembra funzionare perfettamente… ;)

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