L’evoluzione della nostra vita si sviluppa in modo non lineare, ci sono anni in cui si veleggia sul mare calmo e la si manovra molto bene e ci sono anni in cui facciamo una bella fatica e vengono a galla limiti vecchi e nuovi.
Passare da uno stato attuale poco soddisfacente a uno desiderato,  non è solo una necessità di cambiamento, ma un percorso di scoperta, che richiede di modificare il proprio abituale modo di pensare e agire.
Percepire il cambiamento, aprendo la mente e il cuore, è il presupposto per poter accedere ad altre risorse  e iniziare il processo di cambiamento; anche se un comportamento é errato, occorre ascoltarsi e chiedersi cosa ci sta comunicano quel messaggio, evitando di incolparsi.
Ascoltarsi significa andare oltre, significa cercare nuove soluzioni o intraprendere iniziative volte a compensare il vuoto; così è possibile accedere a nuove risorse, avviando un processo evolutivo e agendo “amorevolmente”.
Scegliere è meglio di non scegliere, perchè ci spinge verso l’estensione delle nostre potenzialità, anzichè limitarci alla nostra insoddisfazione prosciugando così la nostra energia.
Bisogna essere capaci di agire nel rispetto della propria natura, in modo aperto  e fiducioso, per padroneggiare il processo di cambiamento che si vuole avviare.
Il Coaching si focalizza con intensità su un obiettivo ben definito in quanto “l’energia va dove va l’attenzione”.
Per esprimere la piena forza, per superrare limiti ed ostacoli, occorre essere orientati al risultato, più che centrati sul problema, sia che si tratti di attività da svolgere, piuttosto che di aspetti relazionali: questa è la base per dare il meglio di sé, a se stessi e agli altri.
Possiamo perciò decidere di spostare la nostra attenzione da cosa non funziona, a cosa vogliamo ottenere; se non siamo soddisfatti  di come siamo, chiediamoci: “come vorremmo essere? come vorremmo sentirci?” . . .  cercando e trovando la leva per agire.
Tre piccole storielle, senza pretese, possono forse rendere meglio il senso di queste parole.

Quando solleviamo il coperchio di una pentola a metà cottura, troviamo all’interno masse informi, brodaglie bollenti in movimento. Può capitare che uno schizzo ci bruci la mano mentre mescoliamo e, se ci limitiamo a queste esperienze, rischiamo di spegnere il fornello e di gettare via tutto.
Fortunatamente l’approccio con i fornelli è di solito meno drammatico.
Qualcosa di simile può capitare quando decidiamo di fermarci un attimo per guardarci dentro.
Alcuni decidono che non c’è chiarezza, non comprendono il senso di qualcosa, alcuni pensieri fanno male e quindi si lascia stare, si fa sedimentare o, peggio che mai, si butta tutto.
Se abbiamo però la pazienza di mescolare e ogni tanto di assaggiare, di cogliere il profumo del cibo, di pregustarne il sapore e, semmai, immaginare la tavola apparecchiata e le persone che mangeranno con noi, arriviamo più facilmente a fine cottura.
Anche se non raggiungiamo il massimo del risultato, possiamo riprovare finchè non impariamo a cucinare come ci piace.

“Il collega è un genio, è in grado di risolvere qualunque problema, ma non lo sopporto!
Sta  sempre per i fatti suoi, così poco integrato con gli altri, non voglio più lavorare con lui.
Vuole stare solo…e che ci stia!
Riuscire ad integrarmi in un gruppo nuovo è sempre stato un mio problema.
Vedo i colleghi uniti, affiatati e faccio fatica ad inserirmi.
Anzi, secondo me, non mi vogliono tra i piedi.
Vengono solo per sapere qualcosa o per risolvere un problema, ma mai una parola di più o un invito per un caffè insieme. Sai che c’è?
Allora me ne sto per i fatti miei.”
Due colleghi di stanza: stessa azienda, stesso settore, stessa realtà, stessa volontà di un contatto e… stesso limite.
Due punti di vista opposti, che fanno ottenere ciò che nessuno vuole.
Ognuno si ferma davanti all’astuccio/involucro, dell’altro, senza curarsi del contenuto.
In fondo per aprire uno spiraglio e dare una sbirciatina dentro, basta una parola in più, un sorriso, una battuta, un invito all’ora del caffè o una proposta di andare a prenderlo insieme.
La saggezza popolare conferma che l’apparenza inganna, ma ci si casca molto spesso a scapito, come in questo caso, anche dell’efficacia professionale oltre che della serenità personale.
Ogni situazione ha più facce e può essere interpretata in modo diverso, dipende da come la si guarda, dalle lenti attraverso le quali la osserviamo: è come accettare o rifiutare un regalo senza averlo scartato.
Molte persone considerano “fatti” o “verità” quelli che in realtà sono solo preconcetti e interpretazioni personali, senza passare alla verifica; i fatti nudi e crudi non tollerano aggiunte ed è solo dai fatti che bisogna partire per valutare una situazione.
Come liberarsi dai film che la nostra fertile mente produce con tanta rapidità e che seguiamo con tale ingenuità, da credere che sia tutto vero ciò che immaginiamo?
Basta un po’ di allenamento per distinguere i fatti dalle opinioni.
Non guasta poi un pizzico di attenzione al linguaggio, evitando termini generici ed ambigui, per far comprendere all’interlocutore di turno, in particolare e nello specifico, che cosa intendiamo per questo o quello.
Dire a una persona:” Bravo, ottimo lavoro!”, mostra certamente un apprezzamento, ma di che cosa, nessuno lo sa.
Se poi la frase è “Il tuo lavoro lascia molto a desiderare!” allora i film mentali possono spaziare in ogni spiacevole direzione… ma a vuoto.

Estate, tempo di relax e divertimento, spazi aperti per il corpo e la mente… o così dovrebbe essere.
Proprio quando la mente può fluttuare liberamente e aprirsi agli altri, capita che invece si costruiscano barriere, piantando paletti per delimitarne i confini.
“Io con quello non ci parlo più”.
“Se non si fanno vivi loro, io certo non li chiamo”.
Sarà un caso, ma non sempre il maggior tempo a disposizione, rema per accorciare le distanze, piuttosto si dilata la possibilità di fare bip mentali.
Tutti hanno ragione e tutti torto si sa, è un luogo comune che la ragione stia da tutte le parti.
E allora perché è così difficile conciliare le posizioni, rispettando la diversità di vedute?
Gli stessi ex amici che si guardano in cagnesco, semmai quando rientrano in ufficio pontificano sulla necessità che la negoziazione sia etica, che non ci siano vinti e vincitori, ma quando le corde che bruciano sono intime, e riguardano aspetti della vita privata, la faccenda si complica.
Non si tratta necessariamente di modificare le proprie opinioni, anche se non guasta un pizzico di coraggio, quello dell’umiltà di chi sa anche cambiare idea.
A volte basterebbe ascoltare quelle degli altri, accettare che abbiano idee diverse, che percepiscano la situazione scottante da una prospettiva differente.
Basta tollerare l’idea che non sia necessario pensarla tutti allo stesso modo per andare d’accordo.
Un po’ di allenamento tutti giorni aiuta.
Si inizia con qualche minuto di sospensione dal giudizio, quella particolare abilità di accogliere e ascoltare, tenendo imbavagliata la scimmietta interiore, che vorrebbe dire la sua (bene, bravo, ma che dice? Non ci credo…, ecc.) e che fa controbattere, prima ancora di aver compreso il significato completo di quelle prime parole percepite.
E così si blocca il flusso della comunicazione, tarpando le ali al libero pensiero.
In tre parole, si tratta di allenare il rispetto.
Quello vero, quello che nasce dalla curiosità di scoprire cosa mai vedano gli altri di diverso che noi non percepiamo.
Quella curiosità che apre la porta della circolazione dei saperi e delle conoscenze.

C’è chi se la cava benissimo da solo e chi in certi momenti della vita sente la necessità di un aiuto esterno.
Il Coaching può essere una risposta per riprendere in mano la propria vita, ritrovare il proprio equilibrio,  valorizzare risorse e competenze in funzione di risultati che si  vogliono raggiungere, rimettere in ordine i propri pensieri nella sfera privata e professionale, per riascoltarsi e ritrovarsi.

 

 

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