Quando cadono le maschere

La gente non ama i falsoni, non si fida di loro.
Nel mondo degli affari è abbastanza facile mettersi una maschera, o anche più d’una.
Ci sono persone che utilizzano, nelle varie occasioni, le stesse parole, le stesse sei o sette frasi, è come se parlassero a dei manichini, invece che a gente in carne ed ossa; hanno un repertorio di frasi standard da rivolgersi a qualunque tipo di persona incontrino.
Ci sarà un momento in cui vorremo sentire cosa hanno da dire, aldilà delle chiacchiere.
Voler sapere chi è l’altra persona, cercarne il “vero io”, significa avere la convinzione che le situazioni d’affari sono sempre situazioni di persone.

27 pensieri su “Quando cadono le maschere”

  1. Approvo totalmente, stesse frasi, stesse parole magari inglese frutto di un vocabolario limitato… un po’ come le interviste ai calciatori o come tanti articoli sulla stampa… inutili, eppure ci vorrebbe così poco! Forse è la paura di essere spontanei e esprimere un’opinione che poi potremmo essere chiamati a sostenere…

  2. Stesse frasi e stessi argomenti per rompere il ghiaccio. Schemi e stereotipi continuamente riproposti. Sintomo sia di scarsa spontaneità che di mancanza di capacità relazionali.
    La saggezza dei proverbi aiuta: “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico.”

  3. Personalmente sono più preoccupato della disonestà. Nella finanza come nella vita sociale e personale. Sulle maschere ho la mia teoria. Meno male che esistono! Spesso una protezione occorre. Dal sole come dal capo. Essere se stessi non è mai facile. Nei fatti, non a parole. Per tornare alla domanda non sono preoccupato se il mio interlocutore è falso o banale. Fatti suoi. Certo se parla per frasi fatte non avrà la mia stima. Quando ho letto che un manager, nella foga della sua esposizione in una convention ha esaltato la “vittoria” di Napoleone a Waterloo non mi sono stupito. Troppe ore in azienda e poco tempo per leggere. Direi analfabetismo di ritorno. Solo che se è un capo non si può dirglielo. Per questo la maschera serve…

  4. Esprimersi con frasi fatte è indice di dissociazione della personalità. Ognuno è in base a dove si trova e con chi si trova. Un meccanismo di autodifesa con cui ci si mette al riparo dalle proprie debolezze o per lo meno dall’eventualità che si evidenzino inclinazioni verso valori o aspetti caratteriali, che sono propri, ma che non trovano adattamento in altri contesti, dove la persona comunque interagisce. La maschera è quindi protezione, a meno che non si tratti di lacune lessicali che alcuni si portano dietro, ma il linguaggio è variopinto e l’espressione si colora di tante sfaccettature. Si tiene conto dell’aspetto pratico e la maschera passa in secondo piano, ma se tanto incuriosisce sapere cosa si nasconde dietro di essa, occorre mettere a proprio agio chi si ha di fronte, con il dialogo e l’ascolto, in modo da schiudere le barriere. Poi ricordiamoci sempre che le parole sono importanti.

  5. Le maschere fanno parte del nostro vivere, è impensabile che una persona si comporti allo stesso modo con tutti, io sono una che filtra sulla base dell’idea che mi faccio di una persona, di solito mostro parte della mia personalità.
    Poi sull’onestà disonestà ho delle idee relative, mi infastidiscono solo gli ignoranti e gli arroganti, che di solito queste qualità vanno a pari passo.

  6. Sembra una tua urgenza forse dovuta ad un’esperienza recente, ma, indipendentemente da ciò, dipingono una netta verità. Una verità da far emergere in fretta, però, senza concedere tempo al trucco che tende a ricoprire anche la nostra pelle.

  7. La discussione lanciata da Olivero è effettivamente molto stimolante. Con un’analisi più attenta e approfondita, si rischia di andare a toccare argomenti che sforano nella psicologia, psichiatria e filosofia che esulano probabilmente dalle finalità della discussione.
    Aggiungo solo, a quanto scritto, che l’aspetto che mi ha sempre affascinato è che la “persona” era per i latini la maschera che indossavano gli attori per recitare e che aveva la funzione di rappresentare il personaggio e di amplificare la voce per renderla udibile a tutti gli spettatori.
    Magari per alcuni uno stimolo in più su cui ragionare.

  8. Per esempio io vedo come un difetto una persona che non si sa adeguare, in base alla situazione in cui ti trovi, in base alle persone che hai davanti il tuo comportamento deve mutare.
    La nostra natura comunque emerge sempre, crearsi un “personaggio” che non si è, alla fine il bluff viene fuori.
    Le maschere possono essere forme di protezione, o parte di personalità.
    Per esempio io trovo che sia un difetto le persone che non si sanno adattare, per esempio se tu sei una persona elegante è assurdo che ti presenti ad un falò con tacchi e trucco da vamp, sulla base dei contesti delle situazione, una persona deve sapersi adattare.
    Essere camaleontici è un pregio non un difetto, visto così.

  9. Nelle liturgie aziendali ciascuno recita una parte. Il capo, il manager o l’ultimo dei collaboratori. Anche il linguaggio utilizzato include o esclude. Avere o non avere un ufficio singolo, il modello di auto aziendale o di telefonino, la dimensione stessa della scrivania o l’essere o meno chiamato per nome. L’azienda spesso assomiglia ad un kinderheim, un asilo infantile. La maschera e la conseguente recitazione, non nasconde solo il vero dal falso ma permette di sopravvivere in un microcosmo alterato nel quale ci si immerge per una parte importante della propria vita. Relazioni, convivenze forzate, antipatie e simpatie ci costringono alla recita. La realtà si intromette quando si guasta l’atmosfera. Una crisi, una procedura di mobilità o una CIGS. Ovviamente smette di recitare immediatamente solo chi è coinvolto direttamente. Immaturità, convenzioni, arte della sopravvivenza, abitudini e modi di essere scandiscono l’ambiente. È facile riconoscere ovunque personaggi tipici che si riproducono in realtà diversissime tra loro ma assolutamente uguali e interscambiabili. Spesso, quando si cambia azienda, se ne individuano i tratti somatici in nuovi colleghi. È incredibile come i microcosmi si assomiglino tutti tra di loro.
    Il mio consiglio è di abituarsi per tempo ad una maschera ma anche e soprattutto a mantenere la capacità di togliersela. Altrimenti sono guai.
    Mario

  10. Verissimo. Purtroppo siamo anche pieni di gente che ama ‘mitizzare’ queste figure ed altrettanta che si fa abbindolare…

  11. …e “persona” nella sua accezione (in italiano corrente) più precisa è l’individuo all’interno di una comunità precisa. Fuori da quella comunità, siamo altro.
    Comunque indossare una maschera, sul posto di lavoro, è di vitale importanza. Se no non si sopravvive.
    La maschera del dipendente sempre allegro, sorridente, mai stanco, mai triste…. Poi se fai il commerciale devi averne una bella: la faccia da c.
    Chiedo venia in anticipo: il mio ultimo giorno di lavoro prima delle ferie e sono riusciti a farmele girare proprio per un discorso che ha a che fare con la “maschera” del dipendente sempre felice.

  12. Io sono convinta che le maschere cambiano a seconda degli attori, è un concetto molto difficile da spiegare ci provo…
    Molto spesso dipende da come ti poni tu, di conseguenza cambia il comportamento altrui.
    A parte il fatto che le personalità nell’arco del tempo degli anni cambiano, farsi idee schematiche è sbagliato, nel lavoro bisogna mettere al primo posto il “lavoro” e non la personalità, un simpaticone se non sa lavorare non mi serve e niente, preferisco un musone.
    Ci sono persone che compensano con la furbizia l’ignoranza bisogna saper cogliere le personalità altrui, non sempre è facile.

  13. Buongiorno a tutti.
    Mi trovate sempre più immersa e sempre più……di più ancora……ammirata dall’ultima “fatica” di Antonio Damasio.
    Anche se non è sempre bene fare citazioni, sento che è necessario divulgare quanto, la conoscenza delle neuroscienze, sia importante per tutti.
    Cito quindi: ” Il sentimento della volontà cosciente.” pag.349
    Quanto spesso siamo guidati da un inconscio cognitivo ben esercitato, addestrato sotto la supervisione della riflessione cosciente a osservare ideali, desideri e progetti coscientemente concepiti?
    E quanto spesso siamo guidati da pregiudizi, appettiti e desideri biologicamente antichi, inconsci,profondamente radicati? Ho il sospetto che la maggior parte di noi, deboli peccatori dalle buone intenzioni, operi su entrambi i registri: più sull’uno o più sull’altro, a seconda della situazione e dell’ora della giornata.
    Passo poi a fine pagina:
    Quando la mente è informata delle azioni intraprese dall’organismo, il sentimento associato all’informazione indica che quelle azioni sono state generate dal sè.
    Sia l’informazione, sia l’autenticazione delle azioni in corso sono essenziali per motivare la deliberazione delle azioni future. Senza quel tipo di informazione,
    ” SENTITA e VALIDATA”, noi non saremmo in grado di assumerci la responsabilità morale delle azioni intrarese dall’organismo.
    Aggiungo ancora qualche riga di pag. 387
    La prospettiva adottata in questo libro contiene un’ipotesi che non solo non è universalmente accettata, ma non riscuote nemmeno universali simpatie: l’idea che gli stati mentali e gli stati cerebrali siano essenzialmente equivalenti. Le ragioni della riluttanza ad avallare tale ipotesi meritano la nostra attenzione…….
    Posso chiedere a gran voce che lo sforzo consapevole di Antonio Damasio, diventi un testo del liceale?

  14. Ciao Anna!
    Tornando sul punto specifico, pur non sapendo (ne’ volendo) dare giudizi su cose che non sono in grado di capire, forte della mia lunga permanenza presso vari Stati e culture, attesto quanto segue: tanto meno la cultura generale / scolarizzazione e’ diffusa, tanto maggiore e’ la probabilita’ che individui senza scrupoli (senza competenze e senza morale) riescano a farsi percepire come leader. Questo e’ vero nella politica come nell’impresa. Questo fenomeno ha quale conseguenza non secondaria la ‘marginalizzazione’ dei capaci che – autonomamente o meno – abbandonano il contesto causando una perdita consistente di valore aggiunto. L’idea non e’ certo mia, visto che nel ’700 era gia’ diffusa. Saluti !!

  15. Si parla tanto di privilegiare lo ‘sviluppo’ economico’, in Italia e non solo. Ma chi lo fa appartiene al mondo della Finanza o della Politica. Cioe’ due sottoinsiemi fortissimamente connotati e specialistici. Infatti a nessuno di questi viene in mente la cosa piu’ semplice del mondo, e cioe’ che lo sviluppo economico parte dalle buone idee (e non dai finanziamenti/stanziamenti di capitale); per liberare e favorire le ‘buone idee’ basta favorire l’accesso di chi e’ bravo ai famosi finanziamenti ovvero, se preferite, applicare un po’ di sana meritocrazia: se chi e’ capace e competente (e sa lavorare in team) sale, avra’ le possibilita’ di far valere le sue idee e – per questa via – favorire lo sviluppo e la crescita economica e (forse) occupazionale di un Paese. Fintanto che i posti che contano saranno spartiti secondo altre logiche (cosi’ come le risorse dei fondi europei o quelli dei POR, etc.) e’ inutile continuare a sprecare il fiato …
    Non e’ un caso che gli U.S. perseguano questa policy di accogliere a braccia aperte ‘i migliori’ giovani promettenti degli altri paesi.

  16. D’accordo su finanza e politici: due soggetti totalmene estranei non al Bene Comune, oggetto indeterminato e che si dissolve non appena si tenta di determinarlo, ma estranei alla sana struttura dell’economia produttiva del Paese.
    Non è vero che il mercato riequilibra gli impulsi che riceve ai fini dell’equilibrio economico. Lo fa, ma realizzando un equilibrio tra i molti possibili, quello che favorisce l’impulso dominante che oggi è politico-finanziario.
    Si afferma oggi candidamente in ambito politico – e il coro mediatico riecheggia – che “senza sviluppo i conti pubblici non si aggiustano”. Ma se ci fosse sviluppo, ripartirebbe l’indebitamento, poiché questo è il carburante del populismo politico.
    Ci vuole un altro pensiero e altre dottrine economiche, rispetto a quelle del moderno (Adam Smith) ancora imperanti.

  17. @ Oliviero: trovo il tuo richiamo all’autenticità molto pertinente, anche perchè il “copia-incolla”, ben adatto a risolvere alcune classi di problemi, portato a livello esistenziale qualche effetto collaterale lo dà
    :-S

    Forse anche per questoè difficile realizzare reti, perchè… c’è poco da fare: per crearne bisogna scrostare un po’ di auto-referenzialità, togliersi di dosso i suoi orpelli e… presentarsi per quel che si è, con le soluzioni trovate, con quelle in allestimento e con quelle che non hanno funzionato.

    Non è facile, certo, però rappresenta una bella chance per il miglioramento, che sia delle imprese o individuale

  18. nel libro Pensieri lenti e pensieri veloci – del nobel per l’economia Kahneman Daniel

    è possiible trovare conferma di quanto afferma Anna
    è stupefacente vedere come tante volte non usiamo le conoscenze che abbiamo per scegliere e rispondere (pensiero 2) ma routine precotte (pensiero 19 per rispondere in fretta !

  19. credo che si debba innanzi tutto definire quali tipi di maschere e in quali contesti
    che sia addirittura opportuno in certe occasioni non far trasparire il proprio stato d’animo perchè potrebbe essere controproducente si può considerare una maschera ma è necessario per vivere non solo nelle organizzazioni ma anche al di fuori delle stesse
    diverso è chi è falso e quindi mette maschere diverse con il capo ,con i collaboratori e oltre alla machera a volta concede anche le proprie grazie e quindi usa la maschera del seduttore seduttrice, in altre parole non opera come dice queste sono le maschere pericolose che devastano le aziende
    le maschere però credo ci preoccupino, purtroppo, perchè chi ne usa , nel secondo senso, molte diverse spesso cresce nell’organizzazione
    questo è il vero tema non chi usa le maschere ma lo spettatore che gradisce o meno lo spettacolo….

  20. Mi servite su un piatto d’argento la seguente battuta :
    Da ieri, grazie alla sua ‘nota’, abbiamo appreso chi ha veramente sostenuto l’avvento del Governo Monti ! (per il bene del Paese, sottinteso …)

  21. Può essere utile tenere a mente che la parola “persona” (e il derivato “personale”) deriva proprio dalla parola latina per “maschera”. Sembra evocare quindi un processo volto al controllo delle emozioni, della personalità, di quanto può emergere dal confronto con gli altri.
    Questo, per quanto possa garantire sicurezza e prevedibilità, finisce con l’istituire delle falsità, allontanando dalla realtà del confronto sociale.
    Mi sembra quindi significativo che, nell’ambito della gestione del personale, si sia sviluppata la dicitura della “Responsabilità delle risorse umane”; le “risorse umane”, in senso lato, sono proprio l’alternativa alla falsità nei rapporti.
    Se si esce da una prospettiva prettamente competitiva ,secondo cui è importante fare più o meglio degli altri, e in qualche modo sopraffare, aggredire il mercato, si scopre che forse è la capacità di creare ambienti di lavoro collaborativi, e aperti ai riscontri che emergono dalle relazioni, ciò che rende una situazione lavorativa realmente produttiva.
    Ma per creare questo tipo di situazioni lavorative condivise, è necessario fare appello alle “risorse umane”, in tutti i sensi; più che alla capacità di creare ruoli rigidi, standardizzati, e in definitiva im-personali!

  22. Dalle mie parti, nelle montagne bergamasche, si usa dire:
    “Un uccellino di trenta chili, è possibile.
    Un elefante di due etti, è possibile.
    Ma un uccellino di trenta chili E un elefante di tre etti, è impossibile”.

    Buona vita

  23. Comunque, da psicologo, il “vero io” non esiste da nessuna parte.
    Siamo un fascio di diversi Sé, alcuni più vicino alla coscienza di altri. Uno per volta salgono su quel palcoscenico immaginario che è la vita e si presentano.

    Il problema, anzi i problemi arrivano in due casi:
    1) Quando chi guarda il palcoscenico si convince che l’attore che lo occupa in quel momento è tutta la compagnia teatrale;
    2) Quando l’attore del momento non ha nemmeno idea che ci siano altri attori, e crede di essere l’unico della compagnia.

    Buona vita

  24. @Guglielmo – interessantissima la tua osservazione. Da non psicologo devo dire che molti pseudo attori salgono sul palcoscenico senza nemmeno aver ben studiato la parte e senza preoccuparsi di quale sia il pubblico. Oppure recitano solo per se stessi. IN ambedue i casi la recita diventa patetica.

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