LEADER-FOLLOWER-www.pr3.it-www.corsodivendita.com-oliviero-castellani
( tratto dal blog   www.pr3.it )
Negli affari, come in altri aspetti della vita, ci sono quelli che guidano e coloro che seguono (leader e follower).

Questi due gruppi non si escludono a vicenda, e c’è chi sostiene che se si vuole diventare un grande leader, è necessario essere un grande seguace.
Eppure in epoca di twitter dove tutti siamo follower e quindi seguaci, più che mai ci dovremmo aspettare di avere dei leader e quindi delle guide.
Invece, ce ne sono sempre meno in giro.
Se sta a noi decidere se essere il cambiamento o seguire il cambiamento, quanto dovremmo essere leader, e quanto follower?

42 risposte a Leader e Follower

  • Walter Molaschi scrive:

    a volte la semplice concretezza dei “detti” popolari risultano basilari: “dietro ogni grande Uomo, c’è sempre una grande Donna” ……..

    e sempre più semplicemente, “dietro ogni Leader ci sono sempre dei Follower”
    l’importante è che i Follower siano in grado di scegliere i propri Leader.

    saebbe davvero opportuno migliorare la qualità-formazione dei Follower per poter disporre di grandi Leader.

    come sempre la BASE sceglie, nel bene e nel male il proprio destino.

  • Gaetano Mele scrive:

    A mio avviso bisogna avere la capacità di essere sempre leader e follower contemporaneamente… bisogna fare e nello stesso tempo seguire il cambiamento se si vuole essere protagonisti della propria vita professionale e non…
    Vivere uno solo dei due ruoli a mio avviso prima o poi porta allo “spegnimento” della propria vitalità e del proprio entusiasmo

  • Giovanni A. Bettazzi scrive:

    Non è cosi semplice,una volta il leader era colui che aveva il sapere,la grande parlantina,oggi con i mezzi che abbiamo tutti siamo protagonisti, chi più,chi meno,tutti vogliamo dire la nostra,chi fà il follower non l’ho fà per seguire la persona,ma per fargli sentire che esiste e che quindi siamo più vicini.Se noi ci fossimo incontrati ad un bar,non ci saremmo guardati e neanche parlati,mentre qui ognuno dice la sua in base al sapere e all’educazione e possiamo decidere se seguire oppure no,questo ha fatto si che le distanze sono ridotte.

  • Elena Erroi scrive:

    Parto dal presupposto che i leader lo sono normalmente solo “settorialmente”. Obama non è un leader spirituale/religioso. Gandhi non era un leader economico. Al leader si affianca la figura del “modello”, quale può essere Obama, quale era (ed è) Gandhi, che viene seguita anche da molti leader, a loro volta quindi follower.

    La grande forza di ogni leader riconoscibile universalmente come tale risiede secondo me nella capacità di essere contemporaneamente follower. Non solo dei modelli (anche di altri “ambiti”), ma anche della base del loro seguito, per poter intervenire e risolvere o dare quantomeno un sostegno per combattere eventuali disagi.

  • Giovanni A. Bettazzi scrive:

    @Elena di leader oggi non c’è ne sono o se ci sono si contano nelle dita di una mano:Obama è solo un presidente non certo un leader (chissà cosa hanno trovato?),Gandhi era un leader perchè la gente povera vedeva in lui una speranza,e come ben sa Gandhi aveva studiato,in Italia Mussolini era un Leader e i follower erano tanti,Hitler era un Leader,Bossi era un Leader Berlusconi è un Leader ma finiti questi,basta di leader non c’è ne più,quindi i follower moderni sono diventati protagonisti e quindi chiunque può essere leader,infatti sono saltati gli schemi,oggi puoi essere l’uno e l’altro basta volerlo e questo arriverà anche nel lavoro,date tempo al tempo.Infatti lei lo scrive nella seconda parte,in cui io mi trovo.

  • Elena Erroi scrive:

    Dal dizionario Hoepli
    Leader: capo, guida di un partito o di uno schieramento politico ‖ estens. Chi ha un ruolo di prestigio all’interno di un gruppo o di un movimento culturale, artistico e sim., per particolare abilità e carisma: il l. del movimento studentesco.

    Mi sono rifatta a una definizione pura nel mio commento. :)
    Obama secondo me è un leader più di molti altri perché la sua leadership arriva dal basso (e in questo mi ritrovo con il commento di @Walter).

    Prendo spunto allora dal tuo (diamoci del tu, dai) commento per segnalare un’altra cosa: proprio perché oggi in teoria chiunque potrebbe diventare leader, l’elemento non è la capacità di diventarlo, quanto di mantenere lo status per lungo tempo. Su Facebook è leader chi gestisce una pagina dedicata ai memes (una leadership davvero di spessore!), ma una volta che quella pagina avrà esagerato con le pubblicità o con l’umorismo nero la pagina cadrà in un attimo come pure la leadership dell’admin.

  • Giovanni A. Bettazzi scrive:

    D’accordo su tutto tranne per il pensiero su Obama,ma e solo il mio.Invece per il detto di @Walter hai fatto caso che i leader che ho citato le donne le hanno cambiate,e poi chi è quel laeder che a parte Obama ha torvato una grande donna?

  • Matteo Prestini scrive:

    ma i leader non sono anche follower di qualcun’altro?

    secondo me siamo tutti un po’ leader ed un po’ follower

  • Cesare Bentivogli scrive:

    Bisogna anche essere leader veri e follower veri: non basta annunciarlo, lo devono dire gli altri o i fatti

  • Elena Erroi scrive:

    Perdonami Giovanni, non ho capito quel che volevi dire con la frase delle donne…Era un modo per dire che non può esistere leadership femminile? Spero di aver interpretato male!

  • Giovanni A. Bettazzi scrive:

    @Elena La Donna da sola riesce a fare molte cose anche la politica,ma politici che abbiano avuto il merito di governare e debbano ringraziare le mogli non ne conosco in Italia,e quelle che lo hanno fatto (USA)sono a loro volta nei governi o ci sono state.Comunque per non uscire dall’argomento sono d’accordo con Matteo,ognuno deve rispondere a qualcun’altro solo che in Italia si ha l’abitudine di cercare sempre il capo assoluto che si prenda le colpe,per cui diciamo che abbiamo molti follower e pochi leader.

  • Elena Erroi scrive:

    Ok, chiarissimo. Comunque il ragionamento di @Walter non verteva sulla donna dietro a un grande uomo, quanto sul “dietro a un grande uomo ci sono grandi follower”, ed è in questo che concordo con lui.

  • Giovanni A. Bettazzi scrive:

    @Elena Un leader diventa grande non per meriti altrui,ma suoi per il grado di comunicatività che riesce a dare agli altri,al saper cogliere il problema prima di altri,e come un buon pastore che riesce a far pascolare le pecore,dipende da noi se vogliamo essere pecore o pastore,credo che i discorso sia questo,il punto è che oggi con internet le pecore siano solo di elevata età,ma quelli che girano nel web vogliono essere l’uno e l’altro ma senza esserne consci.

  • Elena Erroi scrive:

    Un leader può diventare tale solo se riconosciuto. Altrimenti rischia di essere il leader di sé stesso! Tralasciamo il caso di Obama e Gandhi, prendiamo un Casaleggio, diventato leader ideologico (chiamiamolo così) per gli schiamazzi del suo follower numero 1, Grillo. A sua volta Grillo non avrebbe potuto diventare il leader “politico” che è ora senza aver avuto sostegno dal basso (e dall’alto…Ma questo è un altro discorso). Mussolini, che citavi tu prima, senza voler entrare in discorsi “rossoneri”, è diventato un leader per due ragioni:
    – sostegno degli industriali dall’alto;
    – sostegno di un gruppo eterogeneo mosso dal malcontento dal basso

  • Giovanni A. Bettazzi scrive:

    @Elena Mussolini è diventato leader non per sua richiesta,e non certo con l’aiuto degli industriali che a quei tempi c’è n’erano pochi,ma grazie a quei soldati che avendo combattuto nella prima guerra si erano aggregati in associazioni,questi non avendo più la possibilità di reintegrarsi nel sistema,avevano chiesto aiuto ad un giornalista socialista che scrivendo le problematiche del paese se ne era preso a cuore,stessa cosa per Grillo che non và dietro a Casaleggio ma semmai a fianco,ha saputo raccogliere il dramma della gente e la stanchezza dei piccoli imprenditori,oggi come al quel tempo il governo non riusciva a fare leggi che potessero rilanciare il paese.

  • Elena Erroi scrive:

    Bene, e “quei soldati che avendo combattuto nella prima guerra si erano aggregati in associazioni” non erano forse dei follower?

  • Giovanni A. Bettazzi scrive:

    A conclusione del discorso diciamo che in una società acculturata e informata ci saranno meno leader ma più aggregazione e interesse nei confronti della società,e solo chi saprà cogliere questa sfida saprà andare avanti,tutto il resto e solo utopia.
    @Elena A quel tempo i Follower erano tanti,ma domandati perchè?

  • Gaetano Curella scrive:

    Gentile Oliviero,
    Lei ha messo il dito nella piaga.
    I veri leader son in fase di estinzione, quella commerciale lo è da anni

  • Elena Erroi scrive:

    Ma certo Giovanni! Però proprio per questo sottolineavo il fatto che allora c’erano leader E follower, oggi invece chi è leader è anche follower e si deve preoccupare molto più che in passato dei propri follower per confermare nel tempo la propria leadership.

  • Gaetano Curella scrive:

    Buonasera Oliviero,
    ha messo il dito nel ” cancro”.
    I leader lo sono sempre meno, il puro commerciale è in fase di estinzione

  • Barbara Pirola scrive:

    Per definizione il leader dovrebbe essere colui che sa condurre un gruppo di persone (followers); colui che convoglia la squadra al raggiungimento degli obiettivi, in quanto sa precisamente dove andare e con che tempi, ma ha bisogno di tutto il suo team per portare a casa il risultato.Dalla definizione alla realtà purtroppo a volte c’è un abisso(!).In maniera erronea a volte si pensa che il concetto di leadership sia strettamente legato al concetto di potere, dato che, questo, è uno dei mezzi mediante il quale un leader influenza il comportamento dei collaboratori. Bisognerebbe invece tener presente che egli non ha tanto il compito di dare ordini, ma quello di entrare in contatto con i suoi followers, influenzandoli, formandoli, educandoli e soprattutto motivandoli (un leader senza i suoi followers non è nessuno!). Esercitare le funzioni di leader richiede dunque,a mio avviso, competenze, non solo in merito al business, ma soprattutto in campo relazionale ed empatico.Forse non esiste uno stile di leadership giusto o sbagliato in assoluto, migliore o peggiore per definizione, efficace o inefficace, ma bisogna sempre ricercare quello più adatto al contesto Le aziende e le organizzazioni, per fronteggiare le instabilità del business o la pressione della domanda, nel contesto attuale sono costrette a rapidi e continui aggiustamenti nella struttura dei progetti e dei processi produttivi.Questo clima innovativo richiede elasticità del comportamento e dei modi di pensare e di agire, in primis nel rapporto leader-follower. Al leader viene richiesto di trascinare, di promuovere la crescita organizzativa garantendo tuttavia il benessere collettivo.E’ quindi fondamentale definire ruoli e strategie, per raggiungere i propri obiettivi e saper essere leader e follower in maniera vincente a seconda del contesto. Secondo Carsten l’essenza della followership non sta nell’occuparsi delle azioni dei follower in generale, ma nell’occuparsi di ciò che i follower fanno in relazione ai propri leader. I comportamenti di followership non riguardano tutto ciò che i follower fanno (per esempio come gestiscono il proprio lavoro o le relazioni con i propri colleghi), ma riguardano specificamente i comportamenti nei confronti dei leader, ad esempio “il modo in cui i follower assumono responsabilità nei confronti del proprio leader, come comunicano con il leader, come affrontano problemi in relazione al leader” .Gestire il rapporto con il proprio leader significa fornirgli supporto e sostenerne le decisioni, ma non significa essere un subalterno: “un follower condivide con il leader l’obiettivo comune, crede in ciò che l’organizzazione persegue, desidera il successo del leader e dell’organizzazione e opera con determinazione affinché tale successo diventi realtà”.La followership quindi non coincide con la subordinazione. La subordinazione è solo uno degli elementi della followership che indica che la relazione con il leader non è paritaria, ma sussiste uno squilibrio di forze. Oltre alla subordinazione la followership è basata sull’azione finalizzata a un obiettivo comune.L’azione non coincide con la mera esecuzione di una disposizione, non significa cioè obbedienza passiva o conformismo. Il follower è responsabile insieme al leader del conseguimento della finalità comune e la followership è efficace quando è basata sulla capacità del follower di proporre un pensiero indipendente e critico, di ricondurre la situazione reale ai propri riferimenti professionali ed etici per esprimere una valutazione consapevole e agire con integrità, di arrivare a sfidare il proprio leader quando le azioni intraprese non siano in linea con gli obiettivi organizzativi o con le proprie convinzioni etiche, giungendo anche a separarsi dal leader quando le sue azioni siano di ostacolo al conseguimento delle finalità dell’organizzazione.

  • Figliolino Venanzio scrive:

    un problema di molti “mancati leader” si ha quando quest’ultimo non condividendo la mission aziendale non riesce ad essere coinvolgente con il risultato di trovarsi un gruppo apatico che esegue solo i compiti assegnati (nella migliore delle ipotesi). Altro caso in cui pur condividendo tale mission essa risulta essere “contro” gli stessi followers che lavorano per il raggiungimento dei risultati attesi (vedi per esempio le ristrutturazioni aziendali con l’obiettivo di riduzione del personale ). Insomma in alcuni casi si riesce ad essere leader anche solo per propensione personale ma in altri bisogna esserlo “per professione”.

  • Ferruccio Di Giusto scrive:

    Dal mio punto di vista credo che Barbara abbia descritto molto bene la differenza tra leader e follower. A tal proposito mi è venuto in mente un video abbastanza simpatico, ma che secondo me concretizza alcuni concetti di fondo. Purtroppo i commenti sono in inglese.
    http://www.youtube.com/watch?v=fW8amMCVAJQ

  • Marco Giannatiempo scrive:

    Si vero, Barbara lo esprime bene, ma è troppo teorico. Un leader può avere chiaro l’obiettivo etc… ma spesso il follower, che follower vuol rimanere, ha per sua volontà una visione che vuole rimanere limitata e quindi ‘followa’ in maniera disomogenea. Sicuramente ancora una volta è colpa del leader. Ci mancherebbe.

  • Nicola Sfredda scrive:

    Per essere buoni leader bisogna avere delle competenze, non solo di carattere tecnico, ma anche e soprattutto riguardo la gestione delle risorse umane, al fine di ottimizzare le potenzialità di ciascuno. Molto spesso i leader sono carenti sotto questo aspetto.

  • Davide Adduci scrive:

    Concordo con Nicola, si tratta della differenza da “manager” e “leader” descritta da A. Zaleznik nel suo famoso articolo del 1992 (Ref. “Managers and Leaders: Are they Different?” >http://www.columbia.edu/itc/hs/pubhealth/isett/Session%2004/Zaleznik%201992%20Leadership.pdf ).

    Ogni volta che leggo l’articolo di Zaleznik mi viene in mente la differenza tra la cultura occidentale e il pensiero delle scuole (almeno alcune) di arti marziali giapponesi.
    Qui da noi crescendo ho sempre sentito parlare del “allievo che supera il maestro” come sinonimo della “bravura” di una persona.
    Nelle arti marziali giapponesi, permeate certo di una cultura diversa dalla nostra e non priva di contraddizioni, la figura del maestro rimane sempre “sacra” e presente, nonostante gli acheivement dell’allievo. Questo perché si basa su un assunto molto diverso (o almeno questo è quello che ho tratto io): se l’allievo supera il maestro è merito del maestro stesso, che ha saputo insegnarli così bene da consentirgli di arrivare ad un livello superiore.

    Citando una pensiero non mio: un Uomo cresce seguendo la schiena dell’Uomo che ha davanti. Solo chi ha davanti la schiena di un Grande Uomo potrà aspirare a diventare un Grande Uomo.

    Questo è per me la sintesi del discorso sulla leadership.
    Ma non ne farei un discorso di “leader e follower”. Tutti siamo, siamo stati o saremo follower. Anche chi è indiscussametne riconosciuto ora come Leader lo è stato. Penso si tratti solo di interiorizzare che il nostro dovere – personale, professionale e sociale – sia proprio insegnare a chi viene dopo di noi. Alla fine non insegniamo qualcosa ai nostri figli perchè “noi siamo migliori”, ma condividiamo con loro il nostro sapere e il nsotro vissuto “per renderli migliori di noi”.

    Le aziende non necessitano oggi di un manager che gestisca, ma di un leader che guidi le persone e che insegni loro a diventare migliori in quello che fanno, coordinando gli sforzi e indirizzandoli verso una vision che a lui è chiara ma che deve sforzarsi di trasmettere agli altri. Perché non dimentichiamo che i follower di oggi saranno o potranno essere i leader di domani.

  • Roberto Barattini scrive:

    Negli anni 80-90 ho utilizzato la tecnica dei Circoli di Qualità dove l’azienda “eleggeva” leaders mentre i followers erano volontari.
    Durante il progetto i ruoli si invertivano, i leaders supportavano i partecipanti fino a ritornare leaders alla presentazione del lavoro.
    Alla fine nessun followers voleva diventare “leader istituzionale” ma i leaders diventavano followers per ottenere il risultato.
    Considero questa la miglior descizione di cosa significhi lavorare in gruppo per ottenere il risultato.

  • Barbara Pirola scrive:

    Ci sono tre tipologie di leader. Quelli che ti dicono cosa fare. Quelli che ti lasciano fare ciò che vuoi. E i leader che vengono da te e ti aiutano a scoprire cosa fare
    Regola n°1
    I leader sviluppano incessantemente il loro team, usando tutte le interazioni come opportunità di valutazione, di coaching e di rafforzamento dell’autostima.
    Sfruttate tutte le opportunità per infondere autostima in coloro che hanno dimostrato di meritarsela. Usate ampiamente gli elogi, e più specifici sono, meglio è.
    Regola n°2
    I leader fanno in modo che i collaboratori non si limitino a capire la vision, ma la vivano e la respirino.
    La vision è l’elemento essenziale del lavoro del leader. Ma non c’è vision che valga la carta su cui è stampata, se non viene comunicata costantemente e rinforzata attraverso le ricompense. Solo allora uscirà dalla pagina e prenderà vita.
    Regola n°3
    I leader entrano nel sangue di tutti, trasudando energia positiva e ottimismo.
    L’umore del leader è, in mancanza di un aggettivo più efficace, contagioso.
    Regola n°4
    I leader creano un clima di fiducia attraverso la sincerità, la trasparenza e il credito.
    Che cos’è la fiducia? La fiducia si crea quando i leader sono trasparenti, sinceri e rispettosi della parola data. E’ cosi semplice!
    I leader creano fiducia anche attribuendo correttamente i meriti. Non ingannano mai i collaboratori rubando loro un’idea e “vendendola” come propria. Nei momenti difficili, i leader si assumono la responsabilità di ciò che è andato per il verso sbagliato. E nei momenti di gloria, estendono generosamente gli elogi.
    Regola n°5
    I leader hanno il coraggio di prendere decisioni impopolari e di seguire l’istinto.
    Regola n°6
    I leader indagano con una curiosità che sconfina nello scetticismo, e fanno in modo che alle loro domande si risponda con l’azione.
    Fare domande, tuttavia, non basta mai. Dovete assicurarvi che le vostre domande diano l’avvio a un dibattimento e sollevino dei problemi che trovino soluzione. Ricordatevi, proprio perchè siete leader, che dire una determinata cosa non significa metterla in pratica.
    Regola n°7
    I leader ispirano con l’esempio l’assunzione di rischi e l’apprendimento.
    Se volete che i vostri collaboratori sperimentino nuove soluzioni ed espandano le loro capacità ideative, date direttamente l’esempio. Considerate l’assunzione di rischi. Potete creare una cultura che la promuove ammettendo spontaneamente i vostri errori e parlando di quello che vi hanno insegnato. Il semplice fatto di essere i capi non implica che siate la fonte di tutte le conoscenze.
    regola n°8
    I leader festeggiano
    I festeggiamenti danno ai collaboratori il senso tangibile della vittoria e creano un’atmosfera di riconoscimento e di energia positiva

  • Francesco Tondini scrive:

    l’essere leader o follower, dal mio punto divista, implica una certa continuità temporale di rapporto tra le persone. oggi, siamo tutti follower di tutti, e leader per pochi minuti di qualcuno che nemmeno conosciamo.

  • Pier Giuseppe Ferrari scrive:

    Guidare o seguire è una questione di talento (predisposizione) prima che di esperienza, e che con l’esperienza può però maturare…
    Dovremmo saper essere tutti “entrambe le figure” in funzione della ns competenza in materia. ……….Tuttologi astenersi da leadeschip (goffi tentativi dannosi)

    L’umiltà è indispensabile (per non contestare i leader veri= quelli che si muovono per il bene comune) e … le troppe critiche ai veri leader (ci sarebbero ancora) li fanno lasciare.. nei guai gli altri.

    Prova e dimostra ciò che sai fare prima di giudicare un errore (da leader ho sbagliato apposta, a volte, per far crescere gli altri)
    Lo stile e la motivazione creano nuovi leader (anche perchè nessuno è eterno), servono, prima o poi.

    Il vero leader si vede dai risultati che ottiene, da solo o col gruppo che lo segue (e squadra buona non si cambia).
    Da cosa si riconosce il vero leader? …Che tra loro (stesso livello) non litigano mai !
    Se sono concorrenti si rispettano, se complementari si alleano; comunque sia sarà un successo. Questo vi dimostra che ce ne sono pochi in giro. ;-)

  • Alberto Scanziani scrive:

    Condivido pienamente quanto detto da Elena: i leader di oggi si guadagnano la leadership costruendosi intorno dei follower: ciò vale in politica (non sei vero leader se non ti votano in molti) e in affari (che manager sei se nessuno veramente segue la tua visione e la tua strategia).

    E’ – o dovrebbe essere – una leadership del merito e della condivisione, del “guardarsi dietro” e vedere quanti seguono.

    Ma i grandi leader del passato non ci facevano molto caso ai follower, erano leader e basta, come se fossero nati così… o almeno come tali ci vengono tramandati (mi riferisco a Personaggi veramente Storici).

    Forse a questo contribuiva il distacco social/economico/culturale tra leader e follower, configurabili come più come capo e suddito?

  • Laura Valli scrive:

    io adoro Tweeter perchè è l’unico SN di pensiero. Devo dire che non mi sento un di meno di essere follower di alcuni rapporti importanti brillanti e divertenti insieme. Non sto su tweetter per fare business, ma a volte mi è caèpitato di fare bussiness. se uno tratta twetter come linkedin non ha capito la natura del SN. Per tweeter bisogna avere qualcosa da dire non autoreferenziale. non dico che tweeter non possa servire anche a agli affari ma l’approccio deve essere completamente diverso dalla pubblicità di un prodotto o dal marketing. Ci sono aziende che twittano offerte … non credo che se le fili nessuno e a ben ragione

  • Edi Punturiero scrive:

    Tutti avete colto aspetti importanti del problema, ma l’essere leader implica anche essere stato un buon followers, riuscire ad essere “guida” implica così tante sfaccettature ..che come giustamente dite..sono sempre più difficili da trovare..

  • Marco Ferrari scrive:

    Buonasera a tutti e complimenti per i posts soprastanti (quasi tutti ampiamente condivisibili).
    Per rispondere al quesito oggetto della discussione, credo occorra essere followers riguardo alle nostre incompetenze (l’umiltà e la volontà di imparare sono valori imprescindibili) e leaders in ciò che siamo pagati per svolgere (e in ciò che ci piace di più in generale).
    Tendere ad essere (i) migliori (inclusi e dati per scontati i concetti di natura etica e morale) dovrebbe fare parte dell’educazione non solo di managers, ma di tutti indistintamente.
    In ogni caso trovo assolutamente esaustivo il commento di Barbara Pirola.
    Grazie,
    Marco
    p.s Curioso comunque constatare, come la maggior parte delle persone riconosca a se stessa il ruolo di leader (spesso non avendone nemmeno la parvenza)…necessità di autostima? ;-)

  • Pier Giuseppe Ferrari scrive:

    Vero, ci sono troppi leader ad una “visione” superficiale.. ogni gruppo di lupi ha il suo nella foresta..e quindi sono tanti oggettivamente.
    Se uno è riconosciuto solo da se stesso.. è per l’autostima ma non vale per altro.

    Sta poi alla visione approfondita .. delle reali qualità del leader… non confondere il leader dei bulletti di scuola con quello della parrocchia con quello dell’universita (preside) o col presidente di nazione o commissario europeo…ecc.

    Mio nipote è un leader riconosciuto, solo dai suoi compagni (dell’asilo) ma anche se ha 2 anni le “maestre” riconoscono che non è autoreferenzialità; come dicevo sopra “Il vero leader si deve vedere dai risultati…”

  • Beatrice Zannarini scrive:

    Oggi non esistono veri leader e, se ci sono si contano sulla punta delle dita. I cosiddetti leader odierni sono in realtà follower dei follower stessi che, a loro volta, diventano così pseudo leader inconsapevoli

  • Pier Giuseppe Ferrari scrive:

    D’accordo con la didattica di @Barbara, ma la “seconda tipologia” la chiamo in un altro modo… ;-)
    Penso (mi dicono) di appartenere alla terza e aggiungo “semplificando concetti e azioni”;
    se medito su alcune regole con l’esperienza pratica: regola n°4 “leader sacrificale” non è bello, è perso!
    e regola n°5 “applicandola” si ricevono anche “forti opposizioni” al cambiamento che “devono” poi far prendere al leader “decisioni scomode” (anche per risultar simpatici in seguito).
    C’è una forte opposizione del “mediocre” (diffusi in quantità e qualità) a contrastare il leader, sempre e comunque, in particolare se è gerarchicamente sotto (o di lato) e si creano i fenomeni di mobbing o altri simili sia in ambiente lavorativo, sportivo, ..

    Servirebbe sempre un equilibrio, ma non è facile; il criterio “guida” del vero leader dovrebbe essere il bene comune (= sopravvivenza dell’azienda ?) e al momento sarebbe già un successo.

    Credo @Fabio che “si nasca” leader, anche se a volte non se ne accorge nessuno, almeno subito (già all’asilo si riconoscono i prepotenti, i bulli.. e non è detto che saranno leader), il famoso “diamante grezzo”.

    Crescendo ci si riconosce, nel sè e negli altri, (quindi ci si scopre e “si diventa leader” nel tempo) nel senso che si migliora la predisposizione iniziale con l’esperienza, la volontà e le condizioni ambientali (leader di stato o di ruolo) ecc.

    Sul lavoro certo, ma (x @Marco) anche senza “esser pagati” (es.: come capozona di un gruppo di volontari ambientali “abbiamo” avuto risultati incredibili per vari anni).
    Sono riuscito a spiegarmi?

     

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