RELAZIONI-QUOTIDIANE-RELATIONS-EVERYDAY-corsodivendita.com-corso-di-vendita-pr3-international-sales-training-marketing-management-oliviero-castellani-vendere-corsi-di-venditaQual è la paura più grande? Parlare, essere rifiutato o fallire?
Viviamo in un mondo di condizionamenti negativi.
La nostra reazione alle paure determina il nostro destino.
Qual’è la paura peggiore?
Da qualche parte ho letto “Diventerai ciò che pensi”.
Se fosse vero . . . . . . .

37 Responses to Diventerai ciò che pensi

  1. Francesco Regio scrive:

    La più grande paura non è quella di fallire, ma quella di riuscire.
    Potenzialmente tutti possiamo fare grandi cose, o almeno a fare bene quello che in più crediamo e desideriamo, Il vero limite alla realizzazione del ‘sogno’ siamo noi stessi.

  2. Michela Mastrodomenico scrive:

    Personalmente la paura più grande potrebbe essere fallire..
    Il fallimento è un sentimento frustrante in qualsiasi situazione.
    Ma penso che tutte e tre le paure elencate hanno anche un lato positivo.
    Parlare: è vero magari a volte le persone non apprezzano, o non ascoltano quello che si dice , ma è anche vero che ce ne saranno altrettante che ti ascolteranno e saranno interessate.
    Idem rifiutato: Posso anche essere rifiutata da qualcuno, ma chi mi dice che altri la pensano uguale
    Per poi il fallimento: questo non avviene mai a senso unico , è dettato secondo me dalla conseguenza di un qualcosa che è successo per delle situazioni
    Se uno è convinto delle proprio capacità- di ciò che pensa ed è ottimista può arrivare lontano….
    Bisogna anche avere degli obiettivi nella vita, e far di tutto per raggiungerli, non è facile chiaro ma nulla è comunque impossibile.

  3. Antonio Davantieri scrive:

    Nella mia esperienza lavorativa ma anche non, ho incontrato tanta gente che non voleva accrescere le sue responsabilità, che voleva viaggiare comoda, stare nella cosiddetta confort zone. Il nostro sistema assistenzialista, del posto di lavoro statale, figlio della catena di montaggio nella quale i nostri genitori hanno lavorato tutta una vita, del posto “sicuro”, non ha stimolato la nostra propensione al rischio e al cambiamento. E adesso la stiamo pagando pesantemente. Adesso abbiamo paura di essere rifiutati.

  4. Antonio Davantieri scrive:

    Si può perdere il lavoro ma se perdiamo la fiducia in noi stessi non c’é modo di diventare ciò che pensiamo o abbiamo pensato di essere

  5. Salvo Reina scrive:

    E’ vero. Presume però una consapevolezza dell’uno nel tutto quantico.

    Da decenni frequento HR e risorse umane multi-etniche di aziende e organizzazioni in decine di ambiti merceologici traslando latitudini e longitudini con i timrbi della carta carburante.

    Il problema è proprio ciò che le persone pensano. Pressocchè nulla !
    Individualmente Invece di vivere, funzioniamo.

  6. Antonello Goi scrive:

    Ho acquisito un diploma di Maturità Classica solamente grazie al fatto di essere appartenuto ad una famiglia benestante. Ero uno studente modello di fancazzismo e nessuna voglia di studiare e, soprattutto, senza nessuna voglia di pensare al proprio avvenire. Arrivato all’ennesima scuola privata, terza liceo classico, ho incontrato un professore di filosofia che mi ha guidato sulla strada dello studio.
    Sono così approdato all’università consapevole di avere fatto buttare via una grande quantità di danaro per farmi arrivare dove migliaia di ragazzi, come me, sono giunti senza fatica, e molte altre migliaia ne sono state esclusi. E ho cominciato a pensare che fosse il caso di guardare avanti. Ho trovato un lavoro come operaio con turni notturni. Piano piano,esame dopo esame, mi sono laureato in Filosofia, e anche abbastanza bene: 108/110.
    Piano piano ho percorso una strada, neanche tanto in salita, e sono diventato un consulente e autore per una nota casa editrice.
    La mia è stata una reazione ad un passato fallimentare. Il “Trota”, al mio confronto, era un campione di volontà e lungimiranza.

  7. Luciano Martinoli scrive:

    Noi “siamo” ciò che pensiamo. Lo dicono le scienze cognitive, o meglio ciò che l’umanità ha scoperto su se stessa. Essere qualcosa di diverso parte allora dai nostri pensieri, dal nostro “giardino” cognitivo, dove vi sono gli alberi che daranno i frutti che useremo come ingredienti base per i nostri comportamenti, per le nostre relazioni, per costruirci come siamo.

    Cosa abbiamo nel nostro giardino? Piante vecchie, stanche, che danno frutti malati: performance, misurazione di tutto ciò che ci circonda, talento come grazia divina,..
    Non c’è da meravigliarsi allora che, con questi ingredienti, l’unica cosa che sappiamo immaginare è… funzionare, invece di “vivere”!

  8. Francesco Savica scrive:

    Io dico che è vero…………. basta pensare come cambia la giornata a seconda di come ti svegli.

  9. Gaetano Ciaramelli scrive:

    Fare i conti con i rimpianti ritrovandosi ad essere ciò che non volevamo diventare….in breve paura di fallire … Paura di non poter lasciare tracce significative in questa vita

  10. Franco Chirco scrive:

    Qualcuno ha detto che la paura in assoluto maggiore per le persone è “Sparire” ancor più della morte fisica. Concordo con il titolo di questa discussione, sono pienamente convinto anche per esperienza che noi SIAMO CIO’ CHE PENSIAMO e se pensiamo male attraiamo problemi, al contrario se riusciamo ad essere, fare e sentire positivo produciamo benessere e prosperità. E’ solo questione di convinzioni profonde convenienti e/o sconvenienti e di quanto siamo disposti a metterle in discussione…

  11. Stefano Perale scrive:

    Siamo quello che pensiamo tanto quanto siamo quello che facciamo. Non possiamo fare se non abbiamo pensato e non possiamo limitarci a pensare e poi non fare.
    Siamo persone nella loro interezza e per troppo tempo abbiamo spezzato pensiero e azione, essere e avere, corpo e anima. Possiamo fare le cose, possiamo vivere il cambiamento solo per amore o per paura. Impariamo a vivere per amore verso di noi e verso gli altri e allora saremo capaci di cambiare noi stessi e il mondo in cui lavoriamo.

  12. Domenico Cipriani scrive:

    Si Franco si tratta della Legge dell’attrazione di cui si parla spesso negli ultimi tempi e della quale sono stati publicati numerosi libri credo fermamente in questa Legge ma credo anche che al di sopra di essa ci possa essere una forza ancora più grande indipendente sia dalla ns volontà sia dalla Legge dell’attrazione……

  13. Carlo Obetti scrive:

    La paura di non riuscire a fare bene una cosa è insita nell’uomo e non possiamo farci nulla. Tutti noi ci creiamo delle aspettative, è normale. Dobbiamo imparare però a non aver paura di sbagliare, a non aver paura di fallire, a non aver paura di tentare, a non aver paura di amare….
    Non so se diventeremo ciò che pensiamo ma dobbiamo sforzarci di pensare che se non facciamo nulla è matematico che saremo destinati a diventare quello che non desideriamo essere.
    Siamo individui pieni di risorse, tiriamo fuori il coraggio!
    Ringrazio Oliviero per la discussione.

  14. Gian Pietro Petroni scrive:

    Un saluto a tutti. Io credo che in realtà SIAMO ciò che pensiamo, piuttosto che diverteremo ciò che pensiamo. Il nostro pensiero infatti è determinato dal quello che siamo, e quello che siamo (diventati) è la risultanza dei nostri pensieri. Un mio maestro mi diceva: sia che pensi di farcela che di non farcela.. avrai comunque ragione. Probabilmente è proprio la paura di fallire che ci porta al fallimento, in quanto non ci consente di affrontare le sfide con il giusto atteggiamento. Sono d’accordo con Carlo che il fallimento più grande è proprio il non fare nulla, non provarci neanche.

  15. Cristiana Zuccalà scrive:

    buongiorno, secondo me vale il vecchio adagio volere e potere. Se si vuole veramente qualcosa la si ottiene, i limiti ce li poniamo noi stessi, quanto ai condizionamenti posti dagli altri e agli ostacoli che ci si trova davanti, beh, ogni sfida è motivo di crescita e di auto analisi.Per rispondere alla tua domanda Oliviero..non so se diventerò ciò che penso… ma sicuramente sceglierò ciò che mi rende felice. Un saluto a tutti.
    cristiana

  16. Adele Eberle scrive:

    “Siamo ciò che pensiamo” “Se lo puoi immaginare lo puoi fare” “Volete e’ potere” dal pensiero all’azione, un po’ come dal desiderio all’obiettivo… il percorso consapevolezza-responsabilità-azione … l’oggettivazione di un pensiero e la finalizzazione di un’azione.. La costruzione di un obiettivo e’ il primo passo verso la sua realizzazione

  17. Francesco Zanotti scrive:

    Luciano … (che è mio amico, oltre che socio) ha cercato dispostare il dibattito sulle conoscenze necessarie per cercare di dare una risposta alle di Oliviero. Ed ha citato le scienze cognitive. A me (le scienze cognitive) sembrano un bel corpus di conoscenze da utilizzare. Ovviamente non in esclusiva. Voi che ne pensate? Aggiungo: in realtà tutte le opinioni che sono state espresse (ma anche tutti dubbi,le incertezze) sono espressione di una qualche scuola cognitiva … Poi, se mi permettete, quale altri gruppi di conoscenze ritenete rilevanti?
    Grazie e ciao
    F

  18. Noemi D'Ambrosio scrive:

    ..bella domanda…quali e quante esperienze cognitive modificheranno e plasmeranno il nostro modo di pensare e quindi essere??
    La percezione dell’apprendimento e le emozioni da esse relative trasformano il senso delle cose…tutto è il contrario di tutto per tutti…

  19. Cristiana Zuccalà scrive:

    se fosse come dici Noemi, il mondo sarebbe privo di certezze…anche questa è un’esperienza cognitiva!

  20. Noemi D'Ambrosio scrive:

    Cara Cristina, l’interiorizzazione delle attività sociali è l’aspetto caratteristico della psicologia umana. Ciò avviene in maniera del tutto inconsapevole fino alla creazione di funzioni programmatrici che permettono lo sviluppo di capacità di risoluzione di operazioni sempre più complesse. L’unica certezza deriva dalla fatica con cui un individuo costruisce il sé, la propria identità psicologica…come ci arriva deriva solo dal rapporto che si costruisce tra noi stessi e gli Oggetti (altri parentali o genitori). Questo ultimo processo a mio avviso è la cosa più incerta che esista!

  21. Cristiana Zuccalà scrive:

    ciao Noemi, non sono d’accordo, il rapporto che si costruisce con gli altri è incerto solo se basato su false rappresentazioni del nostro s’è, dove c’è chiarezza, soprattutto nei rapporti umani e onestà c’è fiducia e questa si basa solo su delle certezze.
    cristiana

  22. Noemi D'Ambrosio scrive:

    Cristiana, la costruzione del processo è incerto, di conseguenza ne deriva che non possiamo sempre gestire il risultato delle nostre relazioni o dei nostri apprendimenti. La chiarezza e l’onesta nei rapporti umani dovrebbe essere la chiave per dare la giusta direzione alle nostre azioni. A volte però non è sempre possibile, ma diventa fisiologico per la sopravvivenza della nostra personalità. Quella compiacenza (falso sé) anzi ci permette di integrarci in ambienti nuovi e non familiari difendendo quella onestà, e aggiungerei autenticità, di cui tu parli. Sono d’accordo quindi con te che chiarezza e onestà sono delle certezze per la costruzione di ciò che siamo, ma dico anche che quello che pensiamo e come questo si interfaccia con la vita sociale diventa uno scontro titanico dove il bene non vince sempre.

  23. Cristiana Zuccalà scrive:

    Mi dispiace dissentire, probabilmente sono di un’altra scuola, quella che crede che il bene pare non vinca sempre, ma invece non è così, puoi star certa, che avrà un modo di manifestarsi. Onestà e onestà sempre, anche se scomoda, avrà la meglio, scoraggiarsi o affermare che il bene non vince sempre è già una sconfitta prima di affrontare la battaglia.

  24. Francesco Zanotti scrive:

    … Posso insistere? Non su di una idea mia. Su una filosofia complessiva. Io credo che quando si parla di un tema occorra conoscere quale è lo stato dell’arte delle conoscenze su quel tema. Se parlo,che ne so, di anatomia, non mi invento un corpo umano tutto mio … Vi pare? … Visto che si parla di cognitività, non sarebbe utile fare riferimento allo stato dell’arte delle scienze cognitive? Oppure è del tutto inutile? E se pensate che sia inutile,mi potreste dire il perchè?
    Grazie
    F

  25. Cristiana Zuccalà scrive:

    Io penso che l’approccio delle scienze cognitive sia utile per chi voglia spiegarsi un comportamento o un processo, ma è solo un tassello, secondo è limitatnte considerare solo questo aspetto, gli essere umani sono un oliedro dalle molte sfaccettature e oltre la scienza ha una gran parte anche il cuore.

  26. Antonello Goi scrive:

    Credo di essere “un” se non” il” decano di questa discussione. Sono arrivato alla sera di quella domenica che seguiva il sabato del villaggio di “leopardiana” memoria. E di sera le ombre si allungano come la vita trascorsa e come la maturità delle esperienze fatte e il rammarico di quelle non fatte per pigrizia, per paura.
    Quello che sono diventato è visibile, quello che non sono diventato è dentro di me, ed è ciò che più importa.
    Diventare ciò che penso per me o per diventare ciò che vorrei che gli altri pensino di me. Pensare di diventare perché il diventare mi faccia riconoscere dagli altri, mi conferisca una individualità che possa essere misurata a confronto di altre individualità? E il diventare segue il corso del pensiero nel suo fluire tra i silenzi che a volte l’anima dissemina. Allora, quando il pensiero si volge all’indietro e un maledetto coboldo si materializza per mostrare ciò che sono, allora penso che tutto sommato pensare è una grande fregatura. E mi viene alla memoria un passo tradotto ai tempi del liceo. Marco Aurelio. A se stesso:
    “[II,6,1] Oltraggia, oltraggia te stesso, o animo! Di renderti onore non avrai più occasione. Non è, infatti, breve la vita concessa a ciascuno di noi? E questa vita per te è ormai quasi conclusa; per te che non hai avuto rispetto di te stesso ma hai posto negli animi di altri la tua buona sorte. “

  27. Francesco Zanotti scrive:

    Amici, le scienze cognitive si occupano sia di razionalità che di emotività. La visione della mente separata dal cuore, della razionalità separata dal cuore è solo dei primi cognitivisti … La visione delle scienze che vogliono ridurre tutto a razionalità e calcolo è ottocentesca … Se leggete “Un fisico delle origini. Heidegger , la scienza e la Natura”, avrete una panoramica di cosa è la scienza oggi. Se prendete i dialoghi del Dalai Lama con gli scienziati cognitivi occidentali avrete un’altra dimostrazione di quanto la scienza cognitiva sia diversa da quella primitiva degli anni ’70. Pensiero cattivo … non è che il problema è che non si conoscono le scienze cognitive?
    Ciaooo
    F

  28. Noemi D'Ambrosio scrive:

    Le scienze cognitive..quell’insieme di discipline diverse che insieme cercano di spiegare il funzionamento della mente umana? Allora caro Francesco mi sembra che possiamo inserire anche la psicologia cognitiva e la filosofia della mente…quindi ben accetti il Dalai Lama, Vygotsky, Kouth e Marco Aurelio!

  29. Francesco Zanotti scrive:

    Ssi ma ne dobbiamo parlare … vi sono proposte diversissime che comportanto azioni direzioanli molto diverse tra di loro. Io sostengo che rendono senza senso molte delle pratiche manageriali attuali. Che ne rendono retoriche altre … Ma si tende a lasciar perdere ..
    Ciaoo
    F

  30. Cristiana Zuccalà scrive:

    Il problemanon è conoscere o non conoscere le scienze cognitive, la domanda che ha dato l’avvio alla discussione er una domanda che si fa chiunque di noi, anche chi non sa di usa re le scienze cognitive e che usa la mente e il cuore, caro Francesco.
    Il pensiero non era poi così cattivo…infatti, non si finisce mai di imparare.

  31. Luciano Martinoli scrive:

    Consentitemi un aggiunta, che spero non indispettisca nessuno. Ma quì ci si ritrova per lamentarsi, nel modo e con i punti di vista che ognuno ha (e ai quali non vuole rinunciare) o vi è la possibilità di costruire una “conoscenza” comune?
    Se mi lamento di un particolare mal di schiena e qualcun altro dice che, grazie a ciò che si sa dell’anatomia umana, è un problema della posizione in cui si dorme la notte, perchè rispondere “io il mal di schiena ce l’ho lo stesso anche se non conosco l’anatomia”?

    La mente, ciò che pensiamo, ciò che proviamo, viene considerato troppo spesso un terreno “oscuro”, sul quale non è possibile far altro che urlarsi a vicenda i propri personalissimi e parzialissimi punti di vista. Eppure c’è chi si è avventurato in questi terreni, e “qualcosa” ha capito. E’ la forza dell’umanità che, grazie a questo impulso di conoscere ciò che sta intorno, e dentro, di se ha consentito i progressi che godiamo. Ci fermiamo qui o proseguimao questo progresso? E laddove c’è/c’è stato perchè ignorarlo? Perchè non richiedere di più e verificare se i propri punti di vista aggiungono un pezzettino di conoscenza oppure sono già inclusi?
    Farebbe bene ad ognuno di noi, farebbe bene a tutti.

  32. Francesco Zanotti scrive:

    Aggiungo … il problema è proprio conoscere. Noi siamo le nostre risorse cognitive. Che senso ha rifiutare conoscenze che sono state sviluppate apposta per aiutare l’uomo a riflettere su se stesso ed a costruire nuovi futuri? E le conscenze disponibili non sono sole le scienze cognitive ovviamente. Non solo di quelle ci dobbiamo occupare … Non solo quelle dobbiamo usare. Anche perchè, se non usiamo le risorse cognitive disponibili, in realtà ne usiamo altre, ingenue, spesso superate. Ora, ognuno di noi è ricco di una incommensurabile esistenzialità profonda. Essa, però si esprime attraverso le risorse cognitive di cui disponiamo. Allora, perchè dobbiamo auto tarparci le ali rinunciando ad usare tutte gli strumenti che esistono per permettere di rendere disponile, come atto di amore agli altri, le nostre esistenzialità profonde? Cosa abbiamo da difendere? Di cosa abbiamo paura?

  33. Daniele Pasquino scrive:

    Io credo che la paura piú grande che una persona possa avere sia quello di perdere la speranza di andare “oltre”. Se hai peró “solide basi” ció non dovrebbe accadere. Allora la domanda vera é: “Io ce le ho “solide basi” per sostenere la speranza?”, ovvero: “Quali sono i miei valori (in cosa credo), qual‘é la mia missione (perché esisto)?”. Personalmente ritengo che, laddove la risposta contenga tanti “IO” anziché “NOI”, si sia un pó “fuori strada”. Questo, ovviamente, non vale solo per le persone ma anche per le aziende…P.S. Ma un‘azienda attenta al “NOI” non é in estrema sintesi una “social organization” di cui tanto si sta parlando?

  34. Alessandro Raggi scrive:

    Si diventa ciò che si pensa o si riesce a pensare solo sin dove si è già? Questo è il dilemma…

  35. Fulvio Polo scrive:

    La paura non ha solo aspetti negativi, è grazie ad essa che abbiamo e facciamo grandi scoperte. Essa è anche uno dei motori dell’economia e della finannza insieme ad istinti primari come la rabbia, l’ odio, l’aggressività , ed istinti più evoluti come il desiderio di costruire case per proteggerci, scoprire cure per le malattie, il risparmio, le assicurazioni e molto altro, tutti traggono linfa dalla paura stessa. Anche molte filosofie nascono e vengono elaborate , da quella meraviglia che è l’unica entità nell’universo che riconosce se stessa , la mente umana, “grazie” alla paura. Pensate alla ricerca dell’illuminazione per ottenere il distacco dal divenire : cosa è se non il cercare di vincere la sofferenza che temiamo ? Purtroppo essa, se incontrollata, genera anche aggressività e, ritornando con i piedi per terra ossia nel quoidiano dei rapporti tra persone che lavorano, è negativa se crea tensioni fra colloghi e/o superiori, e pertanto va combattuta ed eliminata , poichè essa rompe quel corretto flusso collaborativo essenziale per il bene dell’azienda e crea panico fonte di errori. Ma se la paura viene trasformata i prudenza e strategie per prevenire danni alla vita dell’azienda, essa è positiva perchè stimola a studiare il mercato per essere competitivi (sanamente competitivi) e puó trasformarsi, così , in saggezza manageriale ed imprenditoriale.

  36. Alessandro Cecchi scrive:

    Ma è vero o non è vero? O è solo una questione di percezione di cose che possono essere buone o cattive a seconda del punto di vista?

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