OUTDOOR-4-corsodivendita.com-corso-di-vendita-pr3-international-sales-training-marketing-management-oliviero-castellani-vendere-corsi-di-venditaUn mio caro amico, non molto tempo fa, mi disse “Per avere una vita piena non ci vuole poi molto. Due gambe saldamente piantate al terreno, due braccia e due mani, una per dare, una per saper ricevere (sottolineando la differenza tra prendere e saper ricevere); un’infinita voglia di crescere unitamente alla capacità, e il desiderio, di continuare a stupirci.”

3 Responses to Una vita piena

  1. Pier Z. Saffirio scrive:

    Questa descrizione proposta da Oliviero, mi ricorda il mio presidente quando nel 1972 sono stato il suo direttore amministrativo: tasca sinistra il riassunto delle fatture a debito e a desta la situazione dei crediti e degli incassi. Ma aveva anche una bella testa piantata sulle spalle e in diretto contatto con il cuore. Anche dopo averlo lasciato per fare la mia carriera, ha avuto una vita serena anche nelle difficoltà. Perchè una vita sia piena necessità anche di Qualità a tutto tondo.

  2. Francesco Mondì scrive:

    Sono d’accordo.

  3. Antonello Goi scrive:

    Ho oramai 67 anni. Una vita, fino ad ora, abbastanza vissuta. Non pochi amici e colleghi coetanei sono morti. Sono nato con due braccia e due gambe solidamente piantate nel terreno florido di una famiglia benestante e fertilizzata da una vasta e erudita cultura.
    Eppure, da “giovane”, le gambe e le braccia erano ingessate da una profonda malavoglia e svogliatezza che mi inducevano a dissipare le giornate nel non fare nulla, così che, la resa dei conti arrivava fatalmente con le bocciature.
    Un liceo classico arrivato alla maturità arrancando attraverso bienni di recupero, denaro consumato in scuole private. Quando ancora gli esami prevedevano la verifica in tutte le materie.
    E’ questo il periodo della mia vita che continua a stupirmi. Ci vuole impegno e continuatà per non fare nulla nel senso denotativo e connotativo del termine.
    Poi, sono “arrivato” all’Università, la Statale a Milano. Che volete da un epicureo sensista? Mi sono iscritto a Filosofia, una facoltà di riflessione e di “battaglie”: era il sessantotto.
    La solidità economica della famiglia mi consentiva di tentare di continuare a fare lo studente.
    Ma il contesto era cambiato, o forse ero io che ero cambiato.
    All’improvviso mi sono accorto che i miei genitori non erano più quelli che vedevo da bambino, ma mi sono apparsi nella realtà della loro età, di quella “vecchiezza” che mi porto addosso ora.
    Mi sono accorto che mio padre (Partigiano combattente, condannato a morte e mai acchiappato nonostante tutti i tentativi) “lavorava” ancora anziché dedicarsi ai suoi multiformi interessi.
    Mi sono trovato un posto come operaio con turni serali-notturni.
    Quando ho incassato la prima paga ho capito quanto era il valore vero di quei denari, con i quali i colleghi mantenevano una famiglia.
    Il tempo per la fidanzata scarseggiava e così mi sono sposato per recuperare e sono diventato studente-lavoratore- sposato- padre.
    Le gambe hanno continuato a camminare non senza sforzo sulla strada che avevo imboccato e le braccia a reggere pesi e non vuoti d’aria.
    Una strada sulla quale ho incontrato tubi gastroenterici vanganti, valigie vuote, indici mnestici tendenti allo zero del fondo scala, che mi hanno creato non pochi ostacoli, ma anche pacche sulle spalle e buone parole di incoraggiamento.
    Tutto sommato posso dire di avere fatto il pieno della vita, ma se comprimo la leva del “distributore” forse qualche poco di carburante riesco ancora a farlo fruire nel serbatoio e di stupirmi di non essere quel:
    Vecchierel bianco, infermo,
    Mezzo vestito e scalzo,
    Con gravissimo fascio in su le spalle,
    Per montagna e per valle,
    Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
    Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
    L’ora, e quando poi gela,
    Corre via, corre, anela,
    Varca torrenti e stagni,
    Cade, risorge, e più e più s’affretta,
    Senza posa o ristoro,
    Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
    Colà dove la via
    E dove il tanto affaticar fu volto:
    Abisso orrido, immenso,
    Ov’ei precipitando, il tutto obblia.

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