I biscotti

Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d’attesa di un grande aeroporto.
Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo,decise di comprare un libro per ammazzare il tempo.
Compro’ anche un pacchetto di biscotti.
Si sedette nella sala VIP per stare piu tranquilla.
Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e dall’altro lato un signore che stava leggendo il giornale.
Quando lei comincio’ a prendere il primo biscotto, anche l’uomo ne prese uno, lei si senti’ indignata ma non disse nulla e continuo’ a leggere il suo libro.
Tra se’ penso’ ‘ma tu guarda se solo avessi un po piu’ di coraggio gli avrei gia’ dato un pugno…’
Cosi’ ogni volta che lei prendeva un biscotto, l’uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna penso’ ‘ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!!’
L’uomo prese l’ultimo biscotto e lo divise a meta’!
‘Ah!, questo e’ troppo’ penso’ e cominciò a sbuffare indignata, si prese le sue cose, il libro, la sua borsa e si incammino’ verso l’uscita della sala d’attesa.
Quando si senti’ un po’ meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri.
Chiuse il libro e apri’ la borsa per infilarlo dentro quando……………..nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Sentì tanta vergogna e capi’ solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quell’ uomo seduto accanto a lei che pero’ aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell’orgoglio.

La morale?
Quante volte nella nostra vita mangeremo o avremo mangiato i biscotti di un altro senza saperlo?
Prima di arrivare ad una conclusione affrettata e prima di pensare male delle persone, guarda attentamente le cose, molto spesso non sono come sembrano!!!!
Esistono 5 cose nella vita che non si recuperano:
Una pietra dopo averla lanciata
Una parola dopo averla detta
Un’opportunita’ dopo averla persa
Il tempo dopo esser passato
L’amore per chi non lotta

Essere straordinari

L’unico modo per crescere è essere straordinari.
L’unico ostacolo che ci impedisce di esserlo è l’incapacità di persuadere i nostri simili di fare in modo che ciò accada.
La straordinarietà non dipende solo da noi.
Essa è negli occhi degli altri (clienti, colleghi, capi, partner, figli, ecc.).
Se gli altri decidono che ciò che siamo, o facciamo, sia degno di nota, allora ciò che siamo, o facciamo, è, per definizione, straordinario.
Per quanto siano le altre persone a decidere del nostro essere straordinari, dipende essenzialmente da noi decidere come proporci, e con quale passo affrontare la vita.
La cosa fondamentale è iniziare a fare cose di cui valga veramente la pena parlare.
Se prendiamo come assunto il concetto appena espresso, viene da sé che nella pubblicità di un prodotto, la straordinarietà non sta negli occhi degli uomini del marketing, ma in quelli del consumatore che è colui che deciderà se parlare, o meno, di quel prodotto.
La nostra economia si basa su organizzazioni in crescita, siano esse professionali o umane..
Quando le aziende crescono, aumenta il valore delle azioni, e quando le organizzazioni umane crescono, si salvano delle vite.
Quando c’è crescita ci sono carriere brillanti e progresso, e per quanto nessuna crescita sia mai eterna (ce lo insegna la storia), le esperienze che siamo in grado di accumulare ci arricchiscono e ci accompagnano per l’intero viaggio della nostra vita
Quale che sia il segreto, ma ce ne saranno sicuramente migliaia, non c’è una formula valida per tutti; ognuno deve trovare la propria.
Compiere una scelta originale, quando sembra che non vi siano scelte, può apparire sconfortante, ma spesso è così che chi osa ha successo, mentre le masse sono destinate al fallimento.
Ci sono svariati modi per fallire, per restare ordinari, e non diventare persone straordinarie, eccone alcuni:
• Essere convinti di avere ragione ed ignorare chi non è d’accordo con noi
• Non volere che le proprie teorie siano messe alla prova
• Concentrarsi su ciò che pensano gli altri, anziché considerare se la propria idea può essere migliorata
• Dare per scontato che se non si individua a priori una massa critica certa, l’idea non potrà funzionare
• Non migliorare costantemente il proprio stile di presentazione delle idee
Potremmo riempire pagine di presupposti per potenziali fallimenti, ma è mia convinzione che, superare i limiti proposti dai cinque punti suddetti, sia già di per sé la base per vivere una vita tendente più allo straordinario, che non all’ordinario.
Un mio caro amico, non molto tempo fa, mi disse “Per avere una vita piena non ci vuole poi molto.
Due gambe saldamente piantate al terreno, due braccia e due mani, la sinistra per dare, la destra per saper ricevere (sottolineando la differenza tra prendere e saper ricevere), un’infinita voglia di crescere e la capacità, e la voglia, di continuare a stupirci.”
Tutti abbiamo il desiderio di far capire agli altri l’importanza di vivere sogni straordinari, quindi perché non cominciare a farlo veramente?

Accettazione Radicale – Ajahn Amaro

Estratto da un discorso offerto da Ajahn Amaro, co-abate del monastero di Abhayagiri in California (www.abhayagiri.org), in occasione di una visita al monastero di Cittaviveka, aprile 2003.

SE C’È UNA COSA IL CUI EFFETTO GARANTITO È QUELLO DI SUSCITARE IRRITAZIONE NELLA GENTE, questa cosa è “metta gentilezza amorevole”.
Cominciare a dire che tutti devono amare tutto significa far scattare quasi certamente il grilletto dell’avversione.
Quando conduco ritiri di dieci giorni, frequentemente riscontro che i commenti delle persone sono del tipo “è andato tutto bene fino all’ottavo giorno, quando hai condotto quella meditazione guidata di metta.
Quella meditazione mi ha veramente irritato”.
E’ singolare quanto comune sia questo tipo di reazione.
A volte la pratica di metta è proposta come un approccio alla Walt Disney “… non sarebbe bello se tutto fosse carino? …”
Sembra che si stia tentando di addolcire ogni cosa, di trasformare il mondo in un posto in cui le farfalle svolazzano tutt’intorno, il leone se ne sta sdraiato insieme all’agnello, e i bambini raccolgono le more dallo stesso cespuglio dell’orso grigio. Qualcosa in noi si sente nauseato da quella scena alla Walt Disney, e si rivolta contro.
Repentinamente, cominciamo a non vedere l’ora che l’orso dia il colpo di grazia al bambino di tre anni, vogliamo dare fuoco alle farfalle, e chi più ne ha più ne metta.
Siamo seccati dal fatto che in un approccio del genere ogni cosa è semplicemente troppo sdolcinata, troppo falsa.
Io ho sperimentato lo stesso tipo di irritazione – lo confesso – e ho trovato che il motivo è che partiamo da un’idea di gentilezza amorevole.
Ci si accosta in maniera verbale o concettuale, utilizzando un sistema ripetitivo di parole o frasi.
Ciò può esser fatta in tutta sincerità – e alcune persone lo trovano effettivamente d’aiuto e ne traggono molto beneficio – ma alla maggioranza della gente può risultare irritante, o sembrare superficiale.
Possiamo propagare la gentilezza amorevole procedendo secondo un ordine geografico, ad esempio si inizia da qui e, a partire da questo posto, la si estende prima attorno al mondo e poi all’intero universo, oppure si incomincia da persone conosciute e che ci sono care, si passa quindi a persone indifferenti, e poi ancora a qualcun altro che non ci piace o a cui siamo noi a non piacere, e, infine, verso l’esterno, in direzione di tutti i differenti piani di esistenza degli esseri.
Questa procedura può essere sentita come una lista dei vari esseri, o come una specie di lezione di geografia: ci si accorge di ripetere le frasi nel tentativo di evocare delle immagini, ma che il cuore non è realmente presente.
Quello che ho scoperto contemplando questi aspetti della pratica è che, in effetti, ha più importanza accedere ad un sentimento di affinità, così da radicare un senso genuino di metta, di autentica accettazione e benevolenza fondamentale, dando priorità a quella qualità emotiva.
Mi accorgo che metta ha a che vedere con il movimento dell’attenzione verso l’interno di sé stessi, del proprio corpo e della propria mente, del proprio essere, coltivando, in primo luogo, una disposizione amichevole e benevola nei confronti del corpo.
Spesso lo si fa focalizzando l’attenzione sul respiro, specialmente nell’area intorno al cuore.
Si lavora con questo fino a quando si è capaci di coltivare, dal profondo del cuore, un senso di amicizia genuino e di benevolenza nei riguardi del proprio corpo.
Molti di noi possono praticare così senza percepire alcuna sensazione di falsità o superficialità, e questa può essere una pratica molto solida e genuina.
Si attende e si lavora in questo modo fino a quando si riesce a coltivare la vera presenza di un atteggiamento di gentilezza e accettazione.
Uno degli aspetti che, se non compreso, contribuisce all’effetto Walt Disney dell’altro tipo di approccio, un punto che Ajahn Sumedho sottolinea regolarmente, è che provare amorevolezza verso le cose non vuol dire che ci piacciono.
Avere metta per sè stessi o per gli altri esseri non significa che ci piaccia ogni cosa.
Quando cerchiamo di farci piacere tutto, facciamo spesso fiasco, perché è il punto di partenza ad essere completamente sbagliato. Quando assaggiamo qualcosa di amaro e ci sforziamo di credere che sia dolce, questa altro non è che ipocrisia, inzuccherare le cose. Non funziona, anzi peggiora quello che è già amaro, rendendolo tremendamente nauseante e disgustoso.
Conservo un ricordo assai doloroso di una volta in cui molti anni fa, in Thailandia, cercai di soccorrere un altro novizio mio amico. Era francese, non capiva molto bene l’Inglese, ed era ancora meno esperto in fatto di erbe.
Avevamo ricevuto un pacco dono dall’America contenente ogni sorta di tisane di diverse qualità; egli ne scelse una all’assenzio e volle prepararla per il tè pomeridiano del Sangha.
Mi trovai a passare in cucina mentre la stava facendo: sembrava estremamente agitato e preoccupato.
Gli chiesi quale fosse il problema, visto che sembrava essere davvero sconvolto.
Lui rispose “E’ terribile. Il tè che sto faccendo per tutti, è assenzio.
Non so cos’è, ma è orribile!
E’ come una medicina disgustosa”.
Al che replicai “Sì, è vero, è una disgustosa medicina, non un tè che si possa preparare come bevanda rinfrescante per tutti”. Essendo io convinto della mia genialità, certo di essere il non plus ultra tra i preparatori di tè, esclamai “Lascia fare a me, non preoccuparti.
Tornatene al tuo kuti e riprenditi.
Ci penserò io”.
Così presi ad occuparmi della preparazione del tè.
Provai ad aggiungere dello zucchero.
Provai ad aggiungere del sale.
Provai ad aggiungere un po’ di polvere di peperoncino.
Provai a metterci qualunque cosa riuscissi a immaginarmi per migliorarlo.
A quei tempi non c’era l’elettricità, quindi non potevo semplicemente gettare via tutto e ricominciare daccapo – su quei piccoli fuochi a carbone il solo riscaldare l’acqua richiedeva un tempo interminabile.
Alla fine pensai “Va bene, dillo pubblicamente e rassegnati alla tua condanna”.
Fu così che presi il bollitore con il tè, deciso a servirlo – così com’era – a tutto il Sangha, con una sensazione di non essere stato realmente io a prepararlo.
Il mio povero amico, Jinavaro, che stava letteralmente tremando, se ne era andato al suo kuti per riaversi, e fu così che riflettei “Va bene, mi addosserò io la colpa.
Effettivamente non sono riuscito a salvarlo questo tè, ma perlomeno lui non si prenderà il rimprovero” – pensai che mi stavo comportando assai nobilmente.
Era la stagione calda, e ce ne stavamo tutti a sedere all’aperto, sotto gli alberi.
Offrii la teiera ai monaci, i quali incominciarono a versare il tè.
Ci fu un prorompere di rimostranze ed imprecazioni non appena l’Ajahn e gli altri monaci anziani ne ebbero assaggiato un sorso. Sputacchiarono il preparato per terra nella foresta.
Ajahn Pabhakaro, che a quel tempo era l’abate, mi si rivolse e proruppe: “Cos’è questo?!”.
“Si chiama assenzio, Ajahn”.
Ci fu un gran borbottare.
Io credevo che i monaci dovessero mostrarsi grati per qualsiasi cosa ricevevano, ma, ad ogni modo, quella fu pure l’occasione in cui cominciai a credere nell’intervento divino.
Ecco comparire, tra il disgusto e lo sgomento generale per la rivoltante bevanda, un piccolo pick-up, dal quale scese della gente che non avevamo mai visto prima d’allora.
Aprirono la parte posteriore del furgone e tirarono fuori due cassette di Fanta e Pepsi con un grosso secchio di ghiaccio, ce le offrirono, rimontarono sul furgone, e ripartirono.
Pensai “Chiunque ne sia il responsabile, magnifico, mi ha appena salvato la testa!”.
Da allora il gusto di quella bevanda estremamente amara e cattiva, ricolma di una tale quantità di zucchero che vi si sarebbe addirittura potuto tener ritto un cucchiaio, si è cristallizzato dentro di me, epitome di un miscuglio nauseante; questo è ciò cui somiglia il nostro sforzo di praticare metta cercando di farci piacere ogni cosa.
Al contrario, ciò che si intende realmente con metta è un cuore che può accogliere tutto, che non dimora nell’avversione per le cose. La scoperta di quel cuore capace di accettare genuinamente e completamente il modo in cui le cose sono credo sia di gran lunga più importante dello scorrere liste di esseri o del passare in rassegna un modello geografico.
Non stiamo cercando di farci piacere qualsiasi cosa, stiamo piuttosto riconoscendo che ogni cosa appartiene alla natura, è parte di essa l’amaro così come il dolce, il bello come il brutto, il crudele come l’amabile.
Definirei cuore di metta, essenza di gentilezza amorevole, il cuore che riconosce che fondamentalmente tutto è in relazione.
Se rendiamo veramente chiara questa cosa dentro di noi, e cominciamo ad allenarci a riconoscerla, prendiamo coscienza della possibilità di coltivare questa qualità di accettazione radicale.
Pur se, nel contesto dei brahmavihara, metta viene descritta in termini di luminosità o radiosità, essa esprime anche questa qualità di ricettività.
Ci sono ricettività ed accettazione.
La disponibilità ad aprire il cuore al modo in cui sono le cose.
E’ per questo che non mi piace insegnare metta come una pratica a sé stante, ma più come un’atteggiamento che sottenda ogni singolo aspetto della pratica, sia che si tratti di samadhi o samatha (concentrazione o tranquillità), sia di vipassana (visione profonda).
Se manca questa accettazione radicale, questa disposizione di base per cui ogni cosa è correlata, qualunque tentativo di consolidare la concentrazione o la visione profonda avrà esito negativo, internamente viziato da questo elemento di disarmonia.
Se mentre sto cercando di concentrarmi considero buona la mente che si sta focalizzando sul respiro, e cattivi i suoni nella stanza o i pensieri che sorgono, la presenza di tale dualismo nella mente andrà ad innescare un conflitto tra ciò che è pertinente e ciò che non lo è – il respiro è pertinente mentre i suoni non lo sono.
Si può essere capaci di concentrazione ricorrendo, per una durata di tempo determinata, ad un atto di volontà, ma questo renderà la mente una zona di battaglia, un’area purificata da dover proteggere.
Bisogna tenere a bada gli intrusi, fare piazza pulita del male, distruggere o tenere sotto controllo le intrusioni rappresentate dal rumore, dai pensieri, dalle emozioni, dai disagi fisici e via discorrendo, che diventano il nemico.
Quello che succede è che si vive in una zona di guerra: puoi scoprire che sei in grado di proteggere il tuo spazio, la tua patria natia può essere al sicuro (per usare un’espressione dolorosamente familiare nel paese in cui mi trovo a vivere in questi giorni…), ma ti ritroverai in piena paranoia, dove il nemico è ovunque, e finisci col vivere in uno stato di paura e tensione continua.
L’atteggiamento secondo il quale tutto è pertinente è la reale visione che tutto è Dhamma, che ogni cosa è parte della natura, ha il suo posto.
Tutto è compartecipe.
Possiamo fare le nostre scelte partendo da questo riconoscimento dell’interconnessione fondamentale, vedendo che la confusione ha il suo posto, il dolore ha il suo posto, l’agio ha il suo posto. Possiamo fare distinzioni, ma non secondo una discriminazione che parte dalla confusione o è divisiva.
Il punto è riconoscere che seguendo questo particolare percorso è probabile che ci saranno concentrazione e chiarezza, mentre seguendo l’altro è probabile che ci saranno confusione e difficoltà.
E’ più o meno come quando si è a Chithurst e si ha in mente di andare a Petersfield: una volta arrivati al raccordo con la A272, si gira a destra, non a sinistra.
Non che la sinistra sia cattiva o sbagliata per qualche ragione intrinseca, solo che non è la strada da prendere se uno vuole raggiungere Petersfield.
Similmente, non ci respingiamo i pensieri o le emozioni che sorgono o i disagi fisici in quanto malvagi o in quanto qualcosa di fondamentalmente sbagliato – semplicemente non è la direzione in cui desideriamo andare.
Quindi la capacità di discriminare è presente ma basata sulla qualità fondamentale di sapersi sintonizzare, in cui cuore accoglie ogni cosa come parte della struttura complessiva della natura.
Questo può risultarci difficile, ché si può diventare assai fissati sull’idee di cosa sia il progresso e cosa sia il degenerare, cosa sia buono e cosa cattivo.
Può capitare di confonderci tra un giudizio di ordine convenzionale su ciò che è bene e qualcosa di assoluto.
Si potrebbe ritenere che il progresso sia buono, che lo sviluppo sia buono, che la crescita sia buona, e invece che la degenerazione, il crollo e la distruzione delle cose siano male – e noi non lo vogliamo.
Esaminare questo genere di assunti è molto importante per noi.
La crescita non è sempre una cosa buona: il potere della riflessione può essere utilizzato per considerare fino a che punto si spinge il nostro presupposto che sia un bene che le cose migliorino e prosperino.
“Questa sì che è una buona cosa.
E’ grandioso!”
Se guardiamo con gli occhi del Dhamma, ci accorgiamo di come tutto sia relativo, dipendente.
Non si dovrebbe dare per scontato che per il solo fatto che qualcosa stia crescendo nel senso dello sviluppo questo debba essere un bene assoluto, ché tutto dipende da come lo si affronta o da cosa ne facciamo.
Oggi mi sono ricordato di quando Ajahn Sumedho ritornò per la prima volta a fare visita a Luang Por Chah, dopo aver trascorso qui un paio di anni. Luang Por Chah gli chiese come stessero andando le cose, e lui rispose: “E’ fantasticoo! C’è davvero un buon gruppo di monaci, abbiamo dei novizi, sono state ordinate quattro monache, tutti sono realmente in armonia e impegnati nella pratica. Osservano scrupolosamente il Vinaya, tutti vanno assai d’accordo e si aiutano a vicenda….”.
Il suo crescendo lirico proseguiva su questo tono.
Finalmente si fermò per riprendere fiato, dando così modo a Luang Por di rispondere.
Questi aspettò un momento, quindi prese la parola: “Uuurgh! Bene, non avrete modo di sviluppare molta saggezza vivendo in una simile comitiva.”
Luang Por non si faceva impressionare.
Pensava sempre che fosse la frizione ad avere qualcosa da insegnare, e che non bisognasse compiacersi dell’assenza di attrito, perché quando tutto scorre liscio ci si addormenta. Ajahn Chah era genuinamente distaccato, e non stava recitando per far colpo su Ajahn Sumedho. “Be’, forse potrei mandarvi qualcuno per ravvivare un pochino la situazione.”
Si può partire dall’assunto che la condizione ideale è quando ogni cosa sta andando per il verso giusto e tutti stanno facendo progressi.
Se non è così: “Oddio, quest’individuo è un tipo difficile.
Oddio, siamo rimasti al verde….”.
Contemplare queste dinamiche e non creare degli assunti è davvero importante.
Se si è dipendenti dal successo e dallo sviluppo, cosa accade quando tutto crolla?
Che cosa succede quando all’improvviso c’è una perdita, quando c’è la morte?
Vuol dire che tutto è andato nel modo sbagliato?
Come affrontiamo una cosa così?
Che cosa ci insegna?
Luang Por sottolineava sempre che saggezza è imparare da tutto, che il retto atteggiamento rispetto alla pratica è coltivare la prontezza ad apprendere da tutto.
Quando consolidiamo questo nucleo di accettazione, di autentica gentilezza amorevole, allora il nostro cuore si apre ad ogni cosa.
A quel punto, sia che lo si chiami successo – facciamo un ritiro e ci accorgiamo che la nostra mente si mette con facilità a proprio agio, e trabocchiamo di intuizioni profonde – sia che lo si chiami fallimento – non facciamo altro che dimenarci e lottare, rimuginando antichi risentimenti, con il mal di schiena e un sacco di ansie riguardo al futuro, il tutto mescolato ad un’irritazione prorompente verso l’insegnante –, ognuna di queste cose ci sarà di insegnamento, a condizione che permettiamo loro di esserlo.
Se saremo saggi, tutto ci insegnerà: il successo, il fallimento, la realizzazione, la perdita, il piacere ed il dolore.
In un sutta il Buddha dice “la sofferenza può maturare in due modi: in ulteriore sofferenza o in ricerca.”
Quando facciamo un’amara esperienza, possiamo aggravarla – temendola, fuggendola o combattendola – oppure essa può evolvere in ricerca, il che implica presenza di una qualità di saggezza che riconosce “Oh, so cos’è questo.
Dev’esserci una causa.
Come affrontarlo?
Che posso imparare da esso?”.
Ecco uno dei modi di comprendere come il Buddha ci ha stimolato alla ricerca.
Noi qui stiamo riflettendo sulla nostra esperienza.
Gran parte dell’educazione spirituale è basata sulla capacità di avere questa qualità di accettazione, sull’essere disponibili ad imparare da dukkha, dall’indesiderato, dalla sofferenza.

© Ass. Santacittarama, 2004. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

 

 

Saper ascoltare

Quando si parla di comunicazione, si pensa sempre che la cosa più importante sia saper parlare bene. Ma non è così, l’arte più sottile e preziosa è saper ascoltare.
Questo è vero in qualsiasi forma di comunicazione, anche se apparentemente non è un dialogo, come ad esempio nello scrivere una lettera o un email.
“Ascoltare” mentre si scrive vuol dire cercare di immaginare che cosa penserà chi ci leggerà; così facendo ci adopereremo per rendere sempre più chiaro ciò che abbiamo da dire.
La necessità di ascoltare è più immediatamente rilevante quando si tratta di comunicazione interattiva, è importante in ogni dialogo ed in ogni situazione.
“Ascoltare” non significa usare solo l’udito, ma capire ciò che gli altri dicono e quali sono le loro intenzioni, anche quando la comunicazione si trasmette con parole scritte anziché “a voce” dobbiamo essere particolarmente attenti nell’ascoltare e capire ciò che ci viene detto.
Il mondo è pieno di persone che ascoltano soprattutto se stesse.
Di solito, se non sanno capire gli altri, non hanno neppure una percezione chiara del loro gonfiato ma confuso “io”.
Passano tutta la vita a coltivare un “sé” immaginario, che cercano di imporre al prossimo.
Il problema è che spesso ci riescono, perché c’è anche nella natura umana il desiderio di essere “seguaci”, di accodarsi a qualcun altro; e chi parla più forte ha ragione, anche se non sa quello che sta dicendo. Il risultato è che si può coesistere, perfino convivere, senza mai capirsi o avere alcuna vera comunicazione.
Prima di pensare a ciò che possiamo dire o scrivere, l’importante è saper ascoltare e capire.
Chi vuole comunicarci qualcosa e perché?
Siamo sicuri di aver capito bene le sue intenzioni e ciò che sta cercando di dirci? Non è una fatica, né uno sforzo, se abbiamo un atteggiamento disposto ad ascoltare; diventa facilmente un istinto, un modo di essere ed è molto più interessante capire, sentire il valore e il senso della comunicazione che limitarci al significato superficiale delle parole.
Ascoltare vuol dire, prima di tutto, mettersi nei panni degli altri, capire le cose dal loro punto di vista.
Si tratta anche di percepire ciò che forse un’altra persona non aveva intenzione di dirci, ma involontariamente “trasmette” con il suo stile, il suo comportamento, il suo modo di esprimersi.
Il “tono di voce” si può chiaramente percepire anche in un messaggio scritto.
Certo… non tutto quello che sentiamo dire, non tutto quello che leggiamo, merita di essere capito e approfondito.
Ci vuole qualcosa di più di un “buon orecchio” per cogliere i segnali interessanti che spesso non sono dove ce li aspettavamo.
Se entriamo in un dialogo, in uno scambio, abbiamo scarse probabilità di farci capire, e di essere ascoltati, se prima non abbiamo saputo ascoltare “con attenzione e partecipazione”.
Uno scrittore americano ricorda il consiglio di un indiano sioux: quando devi rispondere a una domanda importante, prima di parlare aspetta cinque minuti. Se rispondi subito le parole vengono dalla mente, se rispondi dopo aver aspettato vengono dal cuore.
In un mondo dove tutti vogliono esprimere opinioni e giudizi, l’arte di ascoltare, ovvero di stare in silenzio, è forse la cosa più difficile da mettere in pratica, perché si tratta di un silenzio maturo che ascolta e riconosce, rispettando chi parla.
Ascoltare è un affettuoso regalo che facciamo a chi sta cercando di dirci qualcosa, ma spesso è anche un grande regalo per chi ascolta.

Finanza etica

E’ un concetto che nasce qualche anno fa quando numerose organizzazioni del volontariato e della solidarietà sociale, iniziano ad interrogarsi sul ruolo del denaro, della finanza e dell’impresa.
Si fa strada l’idea di banca etica, una banca intesa come punto di incontro tra risparmiatori che condividono l’esigenza di una più consapevole e responsabile gestione del proprio denaro, e quelle realtà socio-economiche che hanno come finalità la realizzazione del bene comune…
L’importanza di decidere
Sempre più i risparmiatori sono attenti all’uso che gli istituti di credito fanno del loro denaro.
Non sono importanti soltanto le condizioni più o meno vantaggiose offerte dagli operatori al momento di aprire un conto, è importante anche essere certi che i nostri risparmi non andranno a finanziare traffici d’armi o aziende che inquinano e/o che sfruttano il lavoro dei minori…
Dal punto di vista di noi consumatori nulla ci coinvolge tanto come l’argomento del denaro, del credito e del risparmio.
In Italia la loro tutela è prevista persino a livello costituzionale: art. 47 Cost. comma 1 “La Repubblica Italiana incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”
I mass media ci presentano la Borsa come argomento quotidiano sempre presente.
L’enorme liquidità fittizia in circolazione promette e offre “facili” guadagni in breve tempo.
Da qualche anno però si manifesta anche il problema culturale dell’uso del denaro, non più solo economico.
Vengono rimessi in discussione i concetti di profitto, garanzia e segreto, cardini intorno ai quali è costruita la classica strategia della finanza mondiale.
Si crea il punto di partenza affinché possiamo incidere in misura seria e significativa sui meccanismi di funzionamento dell’intero sistema sociale.
Per noi risparmiatori si tratta di gestire personalmente il nostro denaro, senza l’incontrollata ingerenza di terzi, cercando di essere sempre più consapevoli di come viene usato.
Per le aziende creditizie la sfida consiste nell’includere anche le imprese sociali, al pari di altri soggetti, nel mercato del credito tradizionale, influenzando così i meccanismi di funzionamento del nostro sistema economico e sociale.
Attualmente il mercato del credito funziona secondo la logica di dare denaro esclusivamente a chi è in grado di offrire garanzie oppure, a chi è in grado di mettere in campo una redditività elevata.
Le organizzazioni del “terzo settore”, vanno abbastanza male da tutti e due i punti di vista.
Sono debitori potenzialmente buoni, ma razionati dal mercato del credito, che ha una tecnologia di affidamento semplificata, basata appunto su questi due meccanismi.
Il desiderio è di realizzare qualcosa che vada contro la logica corrente di gestione del denaro e del risparmio, per concretizzare dei comportamenti e dei programmi operativi veramente utili alla società e allo sviluppo equilibrato e sostenibile.
La particolarità e la novità della banca etica sta nel fatto che la sua operatività si sviluppa soprattutto nel settore sociale. E lo sforzo più importante è quello di cercare di introdurre una nuova cultura del denaro e del suo utilizzo.

Creare impressioni

Se siamo tra quelli che nella vita incontrano, e si relazionano, con molte persone, sia nel professionale, che nel privato, è probabile che non ci potremo ricordare di tutte, e loro potrebbero benissimo ricordarsi, o non ricordarsi, di noi.
E’ per questo che non è importante quante volte abbiamo visto un “tale”, se non siamo sicuri al 100% che possa ricordarsi di noi, o del nostro nome, evitiamo imbarazzi, semplicemente presentandoci per nome e cognome.
E’ un punto secondario, non lo metto in dubbio, ma credo illustri bene cosa voglia dire dare subito la giusta impressione, sia che ci si trovi alla bocciofila, che ad un incontro d’affari.
Così come piccoli dettagli, detti o fatti, ci rendono possibile gettare uno sguardo “nell’intimo altrui”, sono le piccole cose dette o fatte da noi che spesso, nel bene e nel male, producono negli altri un’impressione più duratura.
Ciò che affermiamo e mostriamo, consciamente o inconsciamente, determina il modo con cui gli altri si approcciano e si relazionano con noi.
Se vogliamo che gli altri ci percepiscano come vogliamo essere percepiti, se vogliamo sentirci ed essere considerati “persone giuste nel posto giusto” dobbiamo prestare attenzione a come ci comunichiamo anche nelle cose più semplici, dall’abbigliamento alla più “routinaria” delle telefonate, da come salutiamo allo stile di una lettera.
Non è necessario giungere alla manipolazione di noi stessi, inducendoci ad essere e comportarci per quello che non siamo – chi sa leggere la gente riconosce i “robottini” – ma semplicemente cercare di dare agli la possibilità di avere, di noi, una buona impressione, ovvero dando loro il meglio di noi stessi.
In ogni nuovo rapporto d’affari le controparti si studiano, cercando sottilmente di influire l’una sull’altra, è il momento in cui si tende a creare impressioni; in questi casi qualcuno bara spudoratamente, a volte viene scoperto, a volte no.
E’ chiaro che chi si rende conto di un tentativo di manipolazione o controllo, non sarà ne manipolato, né controllato, anche se potrebbe dare l’impressione di esserlo.
Creare impressioni è un’arte sottile, che può essere esercitata sempre più sapientemente solo se ci ricordiamo, in ogni momento, chi siamo e come siamo, evitando di recitare una parte che non ci si addice e che, prima o poi, ci metterebbe di fronte a ingestibili imbarazzi.
La sottigliezza del creare impressioni richiede perciò una grande autocoscienza.
Bisogna sapere che impressione facciamo, e se la stessa corrisponde a quella che vorremmo fare.
Spesso chi si crede una “personalità importante” (in senso generale, o anche solo in un determinato contesto) e, facendosi prendere la mano da questa sua convinzione, si mette in scena come protagonista di uno show dopo l’altro, crea sicuramente fortissime impressioni, quasi tutte negative però.
Creare una buona impressione può voler dire, semplicemente, trattare la gente come vuole essere trattata, anche se magari fa di tutto per farsi mandare al diavolo.
L’impressione che abbiamo creato è ciò che poi ci permette di essere meno che perfetti; se riusciremo a creare negli altri un’idea complessiva e duratura di competenza, efficienza, maturità e giusta energia, loro vorranno trattare con noi, e passeranno sopra a qualche nostra sbavatura o piccola trasgressione.
Dobbiamo perciò essere consapevoli che possiamo essere il miglior amico, o il peggior nemico, di noi stessi e che, quotidianamente, abbiamo un’infinità di sottili occasioni per creare una buona impressione, ma ne abbiamo anche di ben più grossolane per crearne una cattiva.

Gestire il conflitto

I conflitti sono un’esperienza ineliminabile, quotidiana e costante della nostra vita: ci si illude di poterli evitare per avere la pace, ma bisogna invece imparare a gestirli.
La domanda, che potrebbe anche sembrare oziosa o retorica: “E’ possibile vivere momenti di conflitto senza distruggere la qualità di una relazione?”
La risposta che vorremmo sentirci dire è “Certo che si, naturalmente!”, ed in effetti questo può avvenire, purché le controparti abbiano l’intelligenza, e la disponibilità, di accettare che non tutte le divergenze sono eliminabili, e che occorrono tempo, capacità ed impegno per gestirle al meglio.
Il litigio non ha limiti; possiamo litigare con un perfetto sconosciuto per un parcheggio, o con una persona cara per pure questioni di principio.
La vicinanza e la convivenza non sono facili, è una questione di distanze e di spazi, di limiti che mettiamo e che ci mettono, della lettura soggettiva che ne diamo e che vorremmo venga rispettata.
In realtà nella vita, non sempre ci sono soluzioni al conflitto, ma solo delle opportunità di accomodamento che portino al minor danno, che diviene a quel punto, la possibilità di andare oltre, di fare, seppur piccolo, un passo avanti.
Ognuno di noi ha dei confini invisibili, fisici, mentali o emotivi, oltre i quali non tutti possono passare, ed alcuni proteggono spazi che sono solo nostri.
Non dobbiamo solo riconoscere i nostri confini, ma dobbiamo indicarne garbatamente agli altri i limiti invalicabili; comunicare le nostre esigenze, concederci il “lusso” di dire di “no” quando occorre dire “no”, piuttosto che essere ad ogni costo accomodanti, ci salvaguarda dalle persone invasive, dal sentirci sopraffatti dagli eventi e quindi ci evita di soccombere all’incontenibile aggressività difensiva che talvolta generiamo quando il bicchiere e’ colmo.
La repressione di conflitti e divergenze, di solito porta alla guerra, non alla pace.
In una società che ci ha reso liberi dai rituali rigidi, e nella quale galateo e buone maniere sembrano sempre più qualcosa di antico e distante dal vivere comune, intolleranze e incomprensioni hanno terreno per farla da padrone.
Oggi più che mai sono necessarie competenze e abilità legate alla comunicazione e alla negoziazione, che consentano alle diversità di integrarsi e armonizzarsi; in una società complessa, l’arte della convivenza è ancora molto da inventare.
Quindi, per circoscrivere, gestire e padroneggiare il conflitto diviene più che mai importante parlare e negoziare, evitando comportamenti reattivi, generalmente poco producenti, imparando ad aspettare con pazienza, tollerando la tensione, agendo affinché la stessa si abbassi, al fine di affrontare il confronto con i toni giusti.
Non vi debbono essere un vincitore o uno sconfitto; in un negoziato collaborativo, l’accordo, deve accontentare entrambe le controparti, soddisfandone le esigenze, se non in toto, almeno in parte, affinché tra le stesse venga gettato un ponte, che possa preludere a futuri confronti orientati alla soddisfazione reciproca.
Il disagio del conflitto nasce dal fantasma della separazione, dalla paura della fine del rapporto, per cui, per quelle che vengono comunemente indicate come le “ragioni del quieto vivere”, si preferisce eludere la divergenza per evitare il litigio. Un rapporto sano, però, non rifugge da contrasti e confronti, che interpreta, consente ed accetta, come parte integrante della vita.
Accettare il conflitto, e l’inevitabile disagio che ne deriva, consente di accorgersi che per gestirlo, e padroneggiarlo, occorre imparare a convivere anche con situazioni dissonanti, per le quali, spesso, non c’è una soluzione, ma che dobbiamo saper trasformare affinché il loro “disturbo” non diventi insanabile.
Viviamo perciò il conflitto, anche se doloroso, come un momento di crescita, grazie al quale imparare a conoscere e rispettare se stessi e gli altri, cercando di essere sempre determinati con i problemi, e morbidi con le persone.

Autostima? Si grazie!

Abbiamo perso la considerazione di noi stessi? Non l’abbiamo mai trovata? Ci sentiamo come il brutto anatroccolo? Vogliamo riappropriarci della “nostra vita” ma non sappiamo come fare?
Noi siamo ciò che pensiamo di essere, ed i nostri comportamenti ne sono la “fisica” conseguenza che influenza, nel bene, e nel male, la percezione che regaliamo a noi ed agli altri.
Come diceva Ghoete “Per quanto la beltà sia sempre negli occhi di colui che guarda, essa comincia con te”; in altre parole, anziché pensare al giudizio degli altri (e a come ci vedono) come a un qualcosa di avulso da ciò che noi siamo (l’Incompreso è già stato scritto), cominciamo a guardarci dentro, convinti che la realtà è dentro di noi, e non fuori.
Gli altri, ci piaccia o no, sono il nostro specchio, il metro di misura di come ci sentiamo e di come vogliamo apparire; se vogliamo che fuori le cose cambino, dobbiamo cambiare dentro.
Il nostro presente è di certo il risultato del nostro passato, e l’immagine che abbiamo di noi stessi è la conseguenza di come ci siamo sentiti e ci hanno fatto sentire (incoraggiandoci, o frustrandoci).
E’ un mix di impressioni infantili, di condizionamenti familiari e ambientali, e di giudizi espressi da persone ritenute autorevoli (maestri, allenatori, ecc); questi condizionamenti soggettivi, hanno influenzato l’immagine e la stima che ognuno di noi ha di sé: minima o elevata che sia.
Le convinzioni che abbiamo delle nostre abilità, dei nostri talenti, delle nostre doti, determinano la nostra maggiore, o minore, autostima che, quando è sana, e quindi non trascende nel senso di onnipotenza, ci da il coraggio di esprimerci liberamente ed equilibratamente, anche in quei casi in cui potremmo essere messi in discussione.
Una sana autostima ci fa accettare il dissenso, le differenze il conflitto, come qualcosa di naturale, ed i problemi che ne possono seguire vengono percepiti come opportunità di crescita.
Viviamo in mezzo agli altri e quindi, come già detto, non ha senso ignorare completamente il loro giudizio, ma cedere facilmente, adeguarsi indistintamente all’opinione altrui, solo perché dentro di noi abbiamo sviluppato la “paura” per le conseguenze non piacevoli, vuol dire temere il giudizio degli altri a prescindere, oppressi dal proprio reale, o presunto, senso di inadeguatezza.
Dir sempre di si per quieto vivere, fuggendo il disaccordo, uniformandosi ed evitando di esprimere con franchezza le opinioni personali, per paura del rifiuto o della disapprovazione, danneggia costantemente la propria autostima.
Per migliorare la stima che abbiamo di noi stessi dobbiamo cercare di non sottrarci alle sfide, anche difficili, che la vita ci propone volendo raggiungere degli obiettivi sempre più elevati e complessi senza perdere la serenità e la fiducia in noi, accettando la possibilità di sbagliare, o perdere, come un evento naturale , consci che l’errore, anche il più grande errore, è un trampolino dal quale ripartire verso una nuova esperienza.
La nostra coscienza non deve essere più soltanto fonte di critiche, minacce o punizioni, ma soprattutto d’incoraggiamento e amore verso noi stessi.; solo chi sta fermo o non fa nulla rischia di non sbagliare, ammesso e non concesso che stare fermi o non fare nulla non siano già di per sé un errore marchiano.
Non dobbiamo temere di esporci: adattiamoci alle situazioni e cerchiamo di aprirci sempre di più; le persone che si espongono alle situazioni della vita, senza fuggirle, sono più sicure di sé, più ricche d’esperienze e di relazioni sociali e possono contare sull’aiuto degli altri nei momenti difficili; le situazioni poco piacevoli o dolorose, infatti, vanno affrontate, risolte e poi dimenticate.
Se vogliamo veramente cambiare, dobbiamo studiare noi stessi per capire le ragioni che ci hanno indotto ad assumere un certo comportamento nei confronti della vita e di chi ci sta intorno.
Cambiando noi stessi, anche se il mondo resterà uguale, cambieremo gli occhi con cui lo guarderemo, acquisendo quella padronanza che ci permetterà di gestire, anziché subire le situazioni, indipendentemente dalle loro evoluzioni e conseguenze.
La nostra autostima ci amerà per questo.

Comunicare in pubblico

Alcuni di voi mi hanno chiesto qualche consiglio utile per parlare in pubblico (riunioni, incontri di formazione, presentazioni, ecc.).
Sintetizzare l’argomento in una newsletter può sembrare velleitario, ma in virtù del detto “domandare è lecito, rispondere è cortesia” cercherò di illustrare i punti fondamentali da tener presente quando si deve praticare il “public speaking”.
Comunicare significa innanzitutto esprimersi per farsi capire e per suscitare interesse in chi ci ascolta.
Tecnicamente, per comunicare efficacemente in pubblico dobbiamo:
1. conoscere il destinatario (uditorio);
2. usare gli strumenti adeguati (proiettore, slide accattivanti, dispense, ecc.);
3. informare esaurientemente, stimolando e suscitando interesse e coinvolgimento;
4. ascoltare e valutare le reazioni del destinatario, interagire per chiarire ed integrare;
Ovviamente quello sintetizzato non è un processo verticale di tipo lineare, ma circolare, nel quale i flussi e l’interscambio tra “oratore” e “pubblico” varia a seconda dei diversi tipi di “incontro”.
Se veramente vogliamo ottenere successo quando comunichiamo con gli altri, dobbiamo mettere il destinatario nella situazione di capire ciò che noi gli abbiamo comunicato.
Oserei affermare che tutti possono comunicare, ma non tutti sanno farsi capire. Da ciò deriva che saper comunicare è un’arte.
Un’arte che si può imparare, con tanta buona volontà ed esercizio.
Didatticamente e didascalicamente, possiamo far riferimento a quanto segue:
a) Comunicare” significa inviare, trasmettere, trasferire, far conoscere, ecc.
Chi comunica è una “fonte di trasmissione” e chi riceve è il “destinatario”.
b) Si comunica a più livelli: verbale, paraverbale e non verbale, che significa prestare attenzione a ciò che si dice, a come lo si dice e a ciò che si fa
c) Verbale: Suggerirei, a dispetto di chi attribuisce al significato della parola solo un 7% di importanza nella comunicazione, di fare attenzione alle parole che si utilizzano.
Parlare in maniera semplice è uguale a parlare chiaro; usare il linguaggio più forbito spesso non aiuta a catturare l’attenzione di chi ascolta, anzi, molto spesso causa l’effetto contrario (i soloni rischiano di essere noiosi).
d) Paraverbale (tono, timbro, volume, inflessione della voce, ecc). E’ bene alternare il tono in base agli argomenti trattati in base ai concetti che si stanno esprimendo, alla forza che si vuole imprimere al messaggio, ecc.. Se non lo si fa, se si continua a parlare con il solito tono di voce, si rischia, nella migliore delle ipotesi, di fare addormentare le persone.
e) Metafore, aneddoti, paradossi, case history e esempi concreti del nostro vissuto aiutano le persone che ci stanno ascoltando nel provare sensazioni e quindi mantenere alta la loro soglia di attenzione; una breve esperienza raccontata in cinque minuti, nella quale ci sia il cuore oltre che la testa, colpisce maggiormente della più perfetta delle relazioni o presentazioni.
f) Non verbale, chiamato anche “il linguaggio del corpo”. Per esempio il contatto con gli occhi, i movimenti del corpo, delle mani, ecc.
A tale proposito è meglio guardare a turno tutte le persone presenti nella stanza.
Scambiare con ognuna di loro il nostro sguardo, fa in modo che si sentano coinvolte.
g) Sappiamoci muovere! Soprattutto le mani. Niente mani in tasca! Usiamole … le mani: per accompagnare le parole, i toni, le cadenze, per rilevare dei passaggi importanti.
Muoviamo le mani sempre aperte verso gl’altri; non stringiamo mai i pugni e non incrociamo mai le braccia.
h) Laddove si può, usare sempre le slides per aiutarci (ed aiutare le persone a capire meglio) nella presentazione.
Ricordiamoci sempre che, per comunicare efficacemente, dobbiamo “toccare” tutti i sensi.
Dobbiamo trasmettere le informazioni utilizzando tutti i canali (udito, vista, sensazioni emotive) affinché i destinatari ne siano coinvolti a più livelli.

Comunicazione, negoziazione e seduzione

Negoziare richiede la capacità di sedurre. Una seduzione per nulla sessuale, ma nei fatti

assimilabile al corteggiamento: la proposta deve contenere “appeal”, deve rispondere a pulsioni

ed esigenze dell’interlocutore. Una proposta forzata non è negoziazione in senso stretto ma

imposizione. Una condizione mal digerita, inoltre, si presta molto di più ad essere rifiutata a

posteriori, disattesa, o non applicata.

Da migliaia di anni, i teorici di ogni disciplina stimolano le persone ad adattare la propria

arte alle situazioni diverse in cui dovranno operare, riconoscendo la necessità di tarare la

strategia verso l’interlocutore, creando una comunicazione centrata sui destinatari.

Aristotele, nella Retorica, si occupa di seduzione pubblica e persuasione. Invita il politico ad

usare dinamicamente ethos (credibilità), logos (arte dialettica) e pathos (capacità di suscitare

emozioni) centrando il pubblico nel suo essere più intimo. In ogni negoziazione esiste una

componente di seduzione

Nel Kamasutra di Vatsyayana – trattato indiano classico di seduzione – viene listata una

sequenza di diversi tipi di morso, atto a provocare piacere: il morso nascosto, il morso rigonfio,

il punto, la linea di punti, il corallo e il gioiello, la linea di gioielli, la nube ininterrotta, ed infine

il morso del cinghiale. Il buon seduttore dovrà adattare il tipo di morso alla situazione.

I manager occidentali spesso utilizzano il “morso del cinghiale” (qualsiasi azione essa sia) a

priori, magari ricevendo in risposta sonori ceffoni, là dove forse il “morso nascosto” avrebbe

dato gli effetti sperati.

Stiamo usando una metafora scherzosa per esprimere un messaggio comunque forte: la

strategia comunicativa deve tenere conto dei tratti culturali della controparte.

Vediamo un esempio di micro-conversazione tra area manager italiano e possibile

importatore russo1:

Area Manager: Che garanzie ci potete dare?

Importatore: E voi di quali garanzie avete bisogno?

Area Manager: Beh, bisogna che impariate a vendere i nostri prodotti, comunque non

preoccupatevi perché vi faremo noi dei corsi, se non potete pagarli li scontiamo dalle

provvigioni.

L’interlocutore russo percepisce un messaggio latente (“siete degli incapaci”, “siete poveri”,

“voi avete bisogno”) legato all’offerta del corso. La frase tocca l’intero sistema cultuale

dell’interlocutore, agita un “orgoglio russo” ferito e le memorie di sofferenza di un intero

popolo.

L’area manager italiano ha saputo distruggere in poche mosse l’ethos aziendale (dando

l’immagine di azienda del tutto impreparata a negoziare con interlocutori esteri), utilizzando una

dialettica basata sul conflitto “a priori” (umiliamoli), suscitando quindi emozioni di vendetta e

rivalsa (al minimo) nell’interlocutore. Una strategia di totale inefficacia, basata su presupposti

sbagliati. L’offerta di un corso, così presentata, non crea valore aggiunto e punta unicamente

alla squalifica dell’interlocutore.

Sia Aristotele che Vatsyayana avrebbero bocciato questo area manager.

In questa micro-negoziazione sono avvenuti diversi “judgment biases” o errori di giudizio, e

nessuno dei due ha raggiunto alcun risultato.

Come evidenziano ricerche sulla accuratezza delle valutazioni interculturali2, l’errore di

giudizio (sbagliare nel capire con chi si ha a che fare, o decodificare male un messaggio) – un

errore già presente a livello intra-culturale – viene potenziato dalle distanze culturali, ed è uno

dei fattori più distruttivi nella negoziazione.

Per superare i judgment biases è necessario attivarsi, prepararsi.

La comunicazione interculturale richiede impegno, a livello di:

q comprensione del sistema culturale con il quale si interagisce;

q conoscenza dei valori di fondo e delle credenze dell’interlocutore;

q identificazione sociale: quale status possiede l’interlocutore nel suo sistema di

appartenenza;

q modalità di comunicazione non verbale;

q analisi e risoluzione di conflitti.

Ogni negoziatore interculturale dovrebbe avere nel suo curriculum forti competenze su

queste materie3.